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Scienze e TecnologiaCosì lontani, così vicini. Due miti a confronto

di Samuele Graziani

In questa breve trattazione parleremo di due inventori, uno in senso stretto, uno in senso lato. Non parleremo di una invenzione vera e propria come abbiamo fatto nei precedenti numeri, ci prendiamo questa licenza poetica di parlare d’altro. Ma lo spessore dei due personaggi ce lo consente.

Il primo. L’inventore in senso stretto. Antonio Meucci. Meucci è un mito per chi ha studiato telecomunicazioni, e dovrebbe esserlo per tutti: ha inventato il telefono, scusate se è poco.

Antonio Meucci si potrebbe riassumere in tre parole: un genio povero e sfortunato.

Meucci nasce a Firenze nel 1808, da famiglia povera, caratteristica che lo accompagnerà, lo perseguiterà tutta la vita. Date le ristrettezze economiche non può compiere studi regolari e inizia giovane a lavorare prima come daziere, poi come meccanico teatrale, che allora significava inventore di marchingegni. Di idee liberali e repubblicane, fervente ammiratore di Mazzini, si costringe presto all’esilio, a lasciare il Granducato di Toscana, a peregrinare lungamente tra Stato Pontificio, Regno delle due Sicilie, e finalmente Cuba.

A Cuba diventa primo meccanico del teatro dell’Avana, le sue conoscenze chimiche ed elettriche iniziano a dargli la fama di grande inventore. Un incendio distrugge però il teatro in cui lavora ed è costretto a emigrare nuovamente, questa volta a New York, siamo nel 1850.
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A New York le sue idee liberali lo mettono in stretta connessione con la rete di emigrati italiani. In fondo è un mazziniano umanitario. Si adopererà molto per la causa italiana, partecipando attivamente alla rete di amicizie e aiuti che permisero a tanti italiani di sopravvivere in quegli anni faticosi. Fonda una ditta che produce candele con un procedimento di sua invenzione, e si stabilisce in campagna nella casa attigua alla ditta. Darà lavoro a molti italiani, qualcuno famoso. Il fatto che sia il datore di lavoro non deve trarre in inganno. La parte di investimento economica fu sostenuta da un impresario amico del tenore Salvi, e non da lui. Da parte sua Meucci continuava ad essere povero. Ogni suo piccolo risparmio lo impegnava nella realizzazione di prototipi di quella che era la sua invenzione geniale, il telefono, che lui chiamava teletrofono, del quale produsse il primo prototipo ancora a Cuba nel 1849.

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Aprile-Settembre 2007 (Numero 7)

  • Editoriale
    di Gabriella Lupi
  • Anita, un destino fatto di coraggio
    di Alessia Branchi
  • Hurricane Jessie 
    di Andrea Olmo
  • Passaggio a Tunisi
    di Marinette Pendola
  • Gli eroi son tutti giovani e belli
    di Pierpaolo Franzoni
  • Il Giardino delle Vanità
    di Samuele Graziani
  • La polemica sulla morte di Anita
    di Bruna Bertini
  • Garibaldi, Cesenatico, i bragozzi e la tartana
    di Augusto Battaglini
  • Così lontani, così vicini. Due miti a confronto 
    di Samuele Graziani
  • L'ultima battaglia di Garibaldi negli appunti del genovese Luigi Canessa
    di Agostino Pendola
  • L'ultima battaglia
    di Andrea Olmo
  • Giuseppe Garibaldi
    di Andrea Trentini
  • La mia bisnonna ha conosciuto Garibaldi
    di Umile Granasezia
  • Garibaldini fra guerre e cibo 
    di Marinette Pendola
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