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La Grande Fuga

1864: fuga da Libby Prison

di Andrea Olmo

Nell’estate 1863 fu ristretto a Libby il Colonnello Thomas H. Rose, comandante del 77th Pennsylvania Infantry, che era stato catturato nel corso della battaglia di Chickamauga. Uomo intraprendente e coraggioso, iniziò da subito ad elaborare progetti di fuga con la valida collaborazione del Maggiore A.G. Hamilton, del 12th Kentucky Cavalry, catturato durante la battaglia di Jonesborough.
Data la solidità dei muri della prigione e la serrata sorveglianza delle guardie sudiste, i due si resero ben presto conto che l’unica possibilità di fuga era di scavare un tunnel proprio a partire dal Rats’ Hell, l’unico ambiente del carcere vuoto e poco controllato. Lo scavo avrebbe dovuto procedere verso est, in modo da sbucare in una larga fogna che conduceva verso un capannone abbandonato in Dock Street, una strada poco frequentata di Richmond, dove i fuggitivi avrebbero potuto dileguarsi senza dare troppo nell’occhio. 23_fuga02

Si poneva a questo punto il problema di come accedere allo scantinato abbandonato: tutti gli accessi erano sbarrati e le finestre inchiodate. Nelle nuove cucine situate a piano terra, si trovavano un camino con due stufe poste proprio sopra il Rats’ Hell. Rimediato un coltello, il Maggiore Hamilton si introdusse nottetempo nelle cucine e spostata una stufa, iniziò a scalzare i mattoni dalla parete, fino a creare un piccolo buco nella canna fumaria. Il Colonnello Rose reclutò, quindi, una squadra di otto uomini che, giurato di mantenere il massimo segreto sul piano di fuga, iniziarono a scavare il passaggio per lo scantinato a partire dal buco aperto da Hamilton. Nonostante il costante rischio di essere uditi dalle guardie Confederate, che stazionavano tutto il giorno nella vicina infermeria, in dodici notti di duro lavoro i fuggitivi riuscirono ad aprirsi un varco e con l’aiuto di un’asse di legno usata come scivolo, poterono finalmente scendere nel Rats’ Hell.

L’entusiasmo del piccolo gruppo di ufficiali nordisti per il traguardo raggiunto era ovviamente alle stelle, ma in realtà il tentativo di fuga era appena all’inizio. Ora arrivava la parte più difficile: scavare il tunnel per Dock Street!
Individuato il punto più adatto sulla parete est dello scantinato, Rose e i suoi intrapresero quindi il nuovo, durissimo lavoro. Con il solo ausilio di uno scalpello, rubato nella carpenteria della prigione, e di un tronco di legno duro utilizzato per rompere i mattoni, e per il resto usando le mani nude, notte dopo notte il gruppetto di reclusi procedette con lo scavo, per trovarsi di fronte all’amara sorpresa di trovare completamente allagata ed inutilizzabile la fogna che avrebbe dovuto portarli verso la libertà. Anche un secondo tentativo di scavo fallì a causa della presenza dei pilastri delle fondamenta dell’edificio che bloccavano il passaggio. Dopo trentotto giorni di lavoro, gli aspiranti fuggitivi si trovavano con in mano un pugno di mosche e lo scoraggiamento cominciò a diffondersi tra di loro.

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Novembre 2013 (Numero 23)

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