Login

Iscriviti a Jourdeló

Scienze e TecnologiaCelerifero, Draisina, Velocipede, Gran Bi. Bicicletta

di Samuele Graziani

Ed ecco nascere una confusione di termini. Come appena citato, già dalla Draisina compresa, i mezzi a due ruote venivano chiamati velocipedi. Tanto che ancor oggi nel codice della strada le biciclette rientrano nella categoria del velocipede. L’accezione comune però identifica come Velocipede una evoluzione ben particolare della Draisina, conosciuta anche come Gran Bi.

Vediamola.

Prima del Velocipede ci fu un tentativo, che però ebbe poco seguito di successo, da parte del fabbro scozzese Kirkpatrick Macmillan, intorno al 1840. Egli costruì un veicolo con la ruota posteriore molto più grande della anteriore ed il conducente seduto sulla ruota stessa. La posizione era evidentemente sbilanciata all’indietro e rendeva pressoché impossibile superare salite. L’innovazione essenziale era l’introduzione di un meccanismo di leve, per cui non si spingevano più i piedi per terra, anche se ancora non si pedalava propriamente.

L’ICHC definisce come anno di comparsa del Velocipede il 1864. L’attribuzione della paternità è attualmente assegnata al meccanico francese Ernest Michaux. A soli 14 anni, nel 1839, ebbe tra le mani una Draisina malconcia da aggiustare. L’idea innovativa fu di sostituire i due poggiapiedi utilizzati nelle discese con due alberi fissati al mozzo della ruota anteriore: i pedali. Nacque così la Michaudine, il Velocipede.

L’aver staccato i piedi dal suolo non era casuale. In quegli anni si erano diffusi i pattini a rotelle con le prime piste di pattinaggio: il concetto di equilibrio nel sentimento comune si era modificato.

Il Velocipede era realizzato in pesante acciaio, con raggi grossolani e ruota anteriore leggermente maggiore della posteriore. Le ruote erano di legno rivestite di ferro, quindi prive di elasticità, i fondi stradali erano ancora molto sconnessi tanto che venne soprannominata Boneshaker, Scuotiossa. I problemi più evidenti erano due: l’appena menzionata rigidità e la bassa velocità che si riusciva a raggiungere pedalando con il rapporto di 1:1.

Nonostante il successo del Velocipede, Michaux fu estromesso dalla società che aveva creato con il padre per la produzione delle sue macchine, dovette pagare una cifra di uscita enorme e finì la propria vita nella più completa indigenza, abbandonato da tutti in un ospedale di Parigi. Come la Draisina, anche la Michaudine non aveva portato fortuna al suo inventore.

Ma ormai la bicicletta era entrata nel circolo virtuoso di rapida successione di innovazioni e invenzioni che la portarono presto a colmare gli errori concettuali dei primi progetti.

Si fece innanzitutto fronte al problema della velocità: la ruota anteriore crebbe a dismisura, fino a raggiungere il metro e mezzo di diametro, quanto la gamba di un uomo poteva raggiungere, mentre la ruota posteriore si ridusse sempre più. Tanto più era larga la ruota, tanto più lontano si andava con una sola pedalata. Era nata la High Bicycle, in italiano Gran Bi. Quella a cui pensiamo se nell’immaginario comune pensiamo al velocipede ottocentesco. Quella che per la prima volta anche all’epoca fu chiamata bicicletta.

Immagine nella pagina:
La difficoltà di salire su una Gran Bi in una fotografia d'epoca

Pagina:
Precedente 1 | 2 | 3 | 4 Successiva

Gennaio-Marzo 2008 (Numero 9)

Comune di BolognaCon il patrocinio del Comune di Bologna
© 2005 - 2020 Jourdelo.it - Rivista storico culturale di 8cento
Registrazione Tribunale di Bologna n. 7549 del 13/05/2005 - Direttore Resp. Daniela Bottoni