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La raffigurazione privata nell'Europa dell'Ottocento

di Maurizio Maurizzi

Il 7 gennaio 1839 viene divulgata la scoperta di Daguerre che lo fece riconoscere come l’inventore della Fotografia. Questa scoperta gli permetteva di fissare l’immagine ritratta su di un supporto costituito da una lastra di rame argentata sensibilizzata mediante vapori di iodio ed esposta per diversi minuti all’interno di una macchina fotografica abbastanza rudimentale rivolta verso la scena da riprendere.
Successivamente la lastra era passata su vapori di mercurio e poi lavata in una soluzione concentrata di sale da cucina. Il risultato era quello di ottenere una riproduzione fedele del soggetto, sebbene in negativo, a lati specularmente invertiti e non riproducibile. Era nato il Dagherrotipo e con esso il ritratto.

Louis-Jacques-Mandé Daguerre in realtà, inventando il Dagherrotipo, non inventò la fotografia; altro infatti non ebbe che l’abilità di sapere riassumere tutta una serie di teorie e risultati che i suoi predecessori dal Settecento in poi avevano ottenuto.

All’inizio Daguerre si limitò ad utilizzare questa tecnica per riprendere oggetti immobili, come nature morte, strade, panorami, poiché occorrevano tempi molto lunghi - dai 20 ai 30 minuti - per dare modo all’immagine di formarsi sul supporto sensibile. Di lì a poco, adottando nuove tecniche, ridusse tali tempi a 5 - 8 minuti riuscendo così ad eseguire i primi ritratti fotografici. Daguerre ed i suoi aiutanti ponevano sempre la massima attenzione alla rifinitura del ritratto poiché chi si faceva riprendere era quasi sempre una persona importante. Sull’immagine veniva appoggiata una elegante cornice intagliata, a volte dorata, e su questa ancora un vetro, sigillando poi il manufatto sui quattro lati per evitare che il contatto con l’ossigeno dell’aria ossidasse l’immagine facendola gradatamente scomparire.

Molti fra i ricchi e nobili diventarono assidui frequentatori dei più rinomati atelier, che nel frattempo erano nati sfruttando la tecnica del Dagherrotipo, e non faticarono ad accettare i tempi necessari per ottenere un ritratto fotografico. Questi tempi rimanevano comunque troppo lunghi e non consentivano ai soggetti di restare immobili nonostante che gli atelier si trovassero in genere agli ultimi piani degli edifici ed abbondassero di specchi e tende di colore chiaro per potere catturare tutta la luce possibile. Si ricorse allora ad espedienti come quello di sistemare il soggetto seduto con l’avambraccio appoggiato ad un tavolo o, in piedi, con il braccio appoggiato ad una colonna e si impiegarono anche in maniera diffusa supporti per la testa per evitare che il viso si muovesse.
Nel giro di qualche anno si riuscirono a ridurre i tempi di ripresa, portandoli a poco meno di un minuto. Il Dagherrotipo era unico ed irripetibile e per questo diventò ambito dalla nobiltà e dalla ricca borghesia come mezzo per rappresentare la propria immagine e conservare per il futuro la memoria dello specchio, vale a dire quella fedeltà dei particolari che solo la fotografia permetteva. Venne molto apprezzato per la realizzazione di miniature nel caso di piccoli ritratti.


Immagine nella pagina:
La prima macchina brevettata da Daguerre

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Gennaio-Marzo 2008 (Numero 9)

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