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Scienze e TecnologiaIl macchinista teatrale e il suo martello

di Samuele Graziani

Con il teatro all’italiana il palcoscenico diventa grande. Molto grande, spesso più grande della sala stessa. Raggiunge dimensioni impressionanti, un paio di esempi noti: La Scala (20 x 16), il San Carlo (33 x 34).
Ma anche teatri meno famosi e meno importanti sul panorama nazionale ed internazionale non sono da meno, un altro esempio: il Bonci di Cesena (24 x 24). Insomma stiamo parlando di almeno 400 metri quadrati, ma più comunemente di 600 e anche oltre 1000.

Anche la terza dimensione, l’altezza, è notevole. Il graticcio è a 20-30 metri dal livello del palco. Ancora un paio di esempi: La Scala 26 m, il Regio di Torino 28 m.

L’orchestra ha il suo spazio dedicato, tra il palcoscenico e la platea: il golfo mistico, normalmente conosciuto come buca dell’orchestra. Quindi il palcoscenico rimane interamente a disposizione degli attori o dei cantanti e dei loro movimenti. E in questo spazio veramente enorme le possibilità di movimento sono tante. Il grande spazio però aumenta soprattutto le possibilità per le scenografie.

Facciamo un piccolo passo indietro per capire cosa c’era prima.

Nei secoli precedenti la scenografia aveva un ruolo importantissimo. La prospettiva e gli effetti ottici ad essa legati erano il fulcro della scenografia. Lo spettatore doveva essere stupito dagli effetti teatrali. Si faceva largo uso di macchine complicatissime, realizzate anche da personaggi illustri, quali Leonardo e Michelangelo.
Il teatro era per lo più di corte, essendo il palcoscenico piccolo la prospettiva era fortemente legata al punto di vista dello spettatore. C’era quindi il punto di osservazione ideale, il punto di vista del principe: il posto centrale della settima fila a partire dal palco. Mano a mano che ci si allontanava da quel punto gli effetti prospettici diminuivano della loro efficacia. Per aumentare l’effetto prospettico le quinte venivano inclinate, messe a distanza calante l’una dall’altra, di altezza calante verso il fondo; il soffitto a pannelli via via sempre più ribassati verso il fondo, il pavimento in discesa verso il pubblico. Insomma, lo spazio utile sul fondo del palco era meno della metà di quello sul proscenio, ma questo non era un problema, perché gli attori erano sempre e solo sul proscenio, erano insomma davanti alla scena, sia per esigenze di copione che anche e soprattutto per esigenze di illuminazione.


Immagini nella pagina, per gentile concessione dell'Architetto Marcello Majani curatore della pagina web "Evoluzione dello Spazio Scenico" (http://www.spazioscenico.altervista.org/):
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Novembre 2011 (Numero 19)

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