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Scienze e TecnologiaIl macchinista teatrale e il suo martello

di Samuele Graziani

Parliamo del macchinista. Il macchinista è un tecnico, ma allo stesso tempo un’artista. Dal momento in cui lo sceneggiatore dice cosa vuole, al macchinista spetta l’arduo compito di come farlo. Servono conoscenze ingegneristiche non indifferenti, unite a senso pratico, senso estetico, e grande fantasia. Tutto questo non può prescindere dall’esperienza. I grandi macchinisti della storia sono famiglie, padri che tramandano ai figli la passione e la conoscenza. A Bologna, nell’arco di tutto l’Ottocento, sono solo sei i maestri che si alternano come macchinisti del Teatro Comunale. E dopo Sarti, Ferrari, Grati e Guizzardi, è il momento della dinastia dei Bassi. Pompeo prima, i figli Fernando e Roberto poi per arrivare fino a metà Novecento. Per tutto l’Ottocento il macchinista è personaggio di rilievo. Il suo nome compare nelle locandine degli spettacoli subito dopo gli attori principali e addirittura prima dell’orchestra.


Il macchinista è un artigiano-artista che lavora nell’ombra. Il suo lavoro non è affatto facile, soprattutto durante gli spettacoli. Sono fondamentali la concentrazione e la prontezza, al minimo segnale bisogna immediatamente fare le azioni concordate. Ma se oggi abbiamo le radioline portatili a coadiuvare il lavoro, nell’Ottocento c’era anche il problema tecnico di come comunicare ai macchinisti di graticcia (quelli sospesi a 20-30 metri dal suolo) quando era il momento di alzare o abbassare per esempio la determinata scena. Il sistema impiegato era prevalentemente quello degli strattoni alle corde con un sistema di segnali convenuti. Nei primi anni trenta, arriva al Teatro la Pergola di Firenze il giovane Antonio Meucci (v. Jourdelò n°7, apr-sett 2007). Capendo che non si può continuare a lavorare in quel modo, si adopera subito per realizzare un telefono a tubo acustico, ispirato a quelli in uso sulle navi, che sarà murato in uno dei pilastri del palcoscenico.

Lo strumento fondamentale del macchinista è il martello da macchinista, detto fiorentino dal suo ideatore, il primo macchinista della Pergola. Il martello e i chiodi servono a costruire le scene, ma anche a fissare i rocchetti, cioè le ruote che permettono di fissare alla graticcia tutti gli elementi scenografici sospesi. Non può essere un martello qualsiasi. Deve essere robusto ma non troppo pesante, deve poter essere usato con una sola mano. Deve essere efficiente per piantare e togliere chiodi, un macchinista esperto pianta un chiodo da cinque centimetri con tre colpi! Assomiglia vagamente al martello da carpentiere: ha la bocca larga e breve per meglio battere sul chiodo e le penne molto divaricate che terminano in una fessura sottile, valida anche per estrarre i chiodi più piccoli. La tradizione dei martelli della Pergola è documentata dall’inizio dell’Ottocento. Originariamente la testa veniva ricavata dal buon ferro dei binari ferroviari, forgiata da uno stampo rinvenuto di recente. Le testa standard pesava 200 grammi, esistevano le due varianti da 100 e 300 grammi, con le quali si riuscivano a fare tutti i lavori necessari. Il manico era personale: ognuno aveva il suo, e tendenzialmente se lo faceva da solo. Della lunghezza che andava dal palmo della mano all’incavo del gomito, con legno molto essiccato, senza nodi o altri difetti, in prevalenza utilizzando legno di alberi da frutto. Spesso i macchinisti più anziani preparavano i legni per poi regalarli ai giovani novizi che li completavano sulle proprie caratteristiche fisiche.

Il martello si tramandava di padre in figlio, eccezionalmente lo si poteva anche regalare al proprio apprendista come segno di enorme stima. Sono addirittura documentati casi di martelli citati in testamenti.


Immagini nella pagina:
La bottega del caffè, di Carlo Goldoni, allestimento scenico al Teatro La Pergola
Martello da macchinista detto fiorentino

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Novembre 2011 (Numero 19)

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