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La fanciulla di Zena

di Andrea Gazzotti

Torre castello di Zena (A.G) (Miniatura 219x292 px)Nel frattempo la contessa, intuendo che l’amore dei due giovani era puro, aveva perdonato la famiglia di Sigiero per gli errori commessi, riottenendone così la fedeltà e prima ancora che la ragazza fosse liberata:

Matilde Contessa... Di autorità di Sigifredo, col beneplacito di Rachilde e del Conte Bernardo de’ Cossi ha in grado le nozze fra Sigiero e Zenobia. A contemplazione di ciò, obblia ogni cosa passata a riguardo dei Cossi... Assegna a Zenobia in dote il castello e le terre di Panzano sino ai confini di Crevalcore. ... Rimette finalmente i Cossi nella sua grazia e in tutte le prerogative de’ Vassalli della sua corona. …

Purtroppo avviene la tragedia.

In sui primi di maggio ricadde e non si ebbe più speranza di guarigione. Nullostante la misera, la innocente, pensava sempre alle nozze, e per sollevarla alquanto nell'anima, i parenti deliberarono di eseguirle. Era la seconda domenica di maggio quando fu vestita da sposa... la corona di fiori sul capo, la veste candida, la collana di diamanti, i regali da nozze stesi sul tavolo nella stanza. Ella si pose seduta sul letto appoggiata agli origlieri [ndr: guanciali]. Poscia entrarono Donizzone in sagro paludamento, la Contessa in abito regale, Sigifredo, Rachilde, Lucilla, il conte Gambaro e Sigiero in abito di pompa a celebrare le nozze, e il rito fu compiuto con gioia della fanciulla e sommesse lagrime di tutti gli altri. Ma non appena Sigiero le ebbe posto l'anello che la fanciulla, o dalla troppa consolazione o dal troppo male (da lei forse a bella posta represso) venne meno e cadde sull'origliere. Sentì allora mancarle la vita e conobbe di morire, le si appannò ratto la vista, e cercò con le braccia Sigiero. Questi fattosele presso, con lagrime e singhiozzi sclamò: – Zenobia... Zenobia non mi abbandonare... per carità non mi abbandonare. – Non vi è più rimedio, ella disse flebilmente, io sono chiamata... ma sono tua moglie... tua moglie in Dio... io ti amerò nel cielo. Fammi condurre, morta, a Zena, dove io udii la tua voce, dove fui abbastanza felice. Sigiero addio... addio... sento che muoio... abbracciami. Abbracciami mamma... babbo abbracciami anche tu... non piangete di me... io finisco di patire. Tutti l'abbracciarono, l'abbracciò e baciolla ancora la stessa Contessa. Indi sorvennero alla fanciulla i brividi della morte... più non vedeva, più non capiva. Val di Zena dal castello (A.G.) (Miniatura 550x262 px)Gli altri fuggirono con urli dalla stanza…


Il romanzo, di quasi seicento pagine (!), pur nel suo linguaggio ricco di enfasi, può risultare avvincente e merita a mio avviso di essere letto, essendo ambientato in località in molti casi a noi vicine, Monterenzio, Zula, Sassoleone, Brento, ecc… la cui realtà è descritta con gli occhi di un uomo dell’Ottocento. La personalità di personaggi come contadini, soldati, osti, contadinelle e altra povera gente ai suoi tempi non era infatti molto diversa da quella dei secoli di Matilde e così è stato (può sembrare incredibile) fino a non tanto tempo fa.

In sostanza è un viaggio a ritroso nel tempo in un Appennino Bolognese che non esiste più e a maggior ragione merita di essere ricordato.

Nota: Le citazioni dal romanzo sono tratte da: Raffaello Garagnani, La fanciulla di Zena, Vol. I e Vol II, Tipografia Pontificia Mareggiani, Bologna, 1876


Immagini nella pagina:
Torre del Castello di Zena (foto A. Gazzotti)
Vista sulla Val di Zena dal castello (foto A. Gazzotti)
Fine.
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