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Garibaldi agricoltore

di Giovanna Milia e Gian Luca Moro

Dopo diversi anni di duro lavoro, sull’isola si sviluppò un’attività esemplare, capace di garantire il sostentamento di molte persone, dalla famiglia Garibaldi alla piccola comunità di collaboratori che si era venuta a creare; un’azienda munita di meccanica agricola sofisticata e di ultima generazione industriale, dotata di due mulini a vento, in grado di sfruttare l’energia eolica alternata alla forza motrice a vapore. Un’azienda, inoltre, dove si conduceva una produttiva ed intensa attività d’allevamento, che contava circa 150 capi tra buoi e vacche e 400 tra pecore e capre.

L’energia del vento fu da subito una risorsa importantissima che Giuseppe Garibaldi sfruttò appena stabilitosi sull’isola. A partire dal 1856, in contemporanea con la realizzazione della casa, edificò un piccolo mulino a vento destinato alla macina del grano. Scelse come luogo di costruzione la collinetta di granito situata appena fuori, sul lato ovest dell’abitazione. Purtroppo l’esposizione al forte vento di maestrale non consentiva buone prestazioni, e a causa dei frequenti guasti, fu deciso di dismetterlo.

In quegli anni così operosi, che vanno dal 1861 al 1868 circa, venne sviluppato e realizzato, in sostituzione del precedente ormai dismesso, l’ambizioso progetto di un nuovo mulino-frantoio, completato in varie fasi e ideato da un tecnico di grandi qualità: l’ingegnere Edoardo Barberini, stabilitosi per qualche tempo a Caprera e che diventò uno dei più fidati consiglieri di Garibaldi. Barberini, dopo aver consultato il Generale sulla direzione dei venti, scelse l’area più idonea alla costruzione. Inizialmente fu eretto un semplice fabbricato costituito da due muri che sostenevano l’asse della ruota, collocato in direzione nord-sud, sul quale erano poste delle grandi pale di legno che venivano mosse dal vento.

Una volta creata la macchina da lavoro, questa metteva in funzione una macina di granito, dal diametro variabile, in grado di macinare dai 15 ai 20 chilogrammi di grano l’ora. Successivamente furono apportate delle importanti modifiche con significativi accorgimenti tecnici: attraverso l’allestimento di un moderno impianto costituito da congegni, assi, viti e ingranaggi di ferro, il mulino venne finalmente completato per diventare uno dei più innovativi in Sardegna. Grazie a queste moderne modifiche, al mulino poteva essere applicata l’energia della locomobile che sostituiva quella naturale nelle giornate di vento scarso. Uno dei primi macchinari di questo genere fu donato al Generale nel 1862 da Angelo Giacomelli, ex garibaldino, proprietario della omonima fabbrica trevisana.

locomotiva Giacomelli (Miniatura 219x158 px)La locomobile aveva molteplici usi: era destinata principalmente alla trebbiatura dei cereali e alla pressatura dei foraggi ma veniva anche impiegata per azionare una trebbiatrice del sistema Barret per la battitura del grano e per avviare una macchina Crosskill con la quale si potevano triturare fino a tre tonnellate di ossa al giorno. I terreni granitici di Caprera, che Garibaldi per primo volle rendere prospere aree coltivate, mancavano di carbonato di calcio e di magnesio, e a questo egli ovviò arricchendo la terra con un composto di ossa triturate e di letame che forniva l’acido carbonico necessario a sciogliere il fosfato di calcio e rendere immediatamente assimilabile dal terreno il concime cosi prodotto.


Immagine nella pagina:
La locomobile Giacomelli

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