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Garibaldi agricoltore

di Giovanna Milia e Gian Luca Moro

La suggestiva area paesaggistica che incornicia oggi il piccolo cimitero di famiglia, è costituita da una valle, suddivisa in terrazzamenti, occupata dagli ulivi, ormai secolari, piantati da Giuseppe Garibaldi. Questi alberi, protetti dal vento sul versante est dell’isola dall’imponente collina rocciosa, sono reduci di una delle più fruttuose colture agrarie di Caprera, purtroppo in gran parte scomparsa. All’epoca, il Generale si occupava personalmente degli innesti e della potatura. Nel periodo di raccolta la macina delle olive forniva tutto l’olio necessario al fabbisogno domestico.

Tra le colture più importanti c’erano i campi seminati con grano: questi venivano trebbiati da una macchina messa in funzione dalla stessa locomobile; il raccolto veniva passato nel lavatoio, e poi macinato sino ad ottenere della bianca e finissima farina che era la base di molti alimenti come la pasta e il pane, che Garibaldi amava mangiare a colazione.

Garibaldi a Caprera (Miniatura 219x178 px)Anche le vigne avevano un posto fondamentale nella coltivazione di Caprera, occupavano diversi ettari di terreno e includevano oltre 14 mila viti a frutto che comprendevano varietà provenienti da tutta Italia donate dai tanti ammiratori. Si produceva vino rosso di notevole qualità e gustosissima uva da tavola.
Sono numerose le testimonianze di amici, giornalisti, scrittori e artisti che raccontano in prima persona le loro visite occasionali fatte a Caprera in cui sedettero a tavola col Generale. Da tutte le descrizioni viene fuori uno spaccato di vita quotidiana molto esclusivo e si accomunano tutte nel rappresentare un’atmosfera domestica molto gioviale, intima e ospitale.

Spesso l’eroe mangiava in compagnia dei suoi familiari, degli amici, dei domestici e dei tanti ospiti inattesi che si presentavano da ogni parte d’Italia e dall’estero, tanto è vero che non era raro a tavola sentir parlare tante lingue. Molti di questi commensali non giungevano mai a mani vuote, ma recavano quasi sempre dei graditi doni come bevande e alimenti di ogni genere: salse, riso, zucchero, caffè, vino e dolci. Alla base dell’alimentazione c’era il forte legame con i prodotti stagionali raccolti nell’azienda di Caprera, e naturalmente tutti i derivati degli animali: carne, latte, formaggio e così via. Una cucina contadina povera, ma sana, di qualità e completa, che comprendeva ovviamente anche ottimo pesce fresco locale, talvolta sotto sale e d’importazione, e gustosissima selvaggina. Alla fine di ogni pasto frutti di stagione tra cui prevalevano fichi, uva e arance.

La tavola, apparecchiata spartanamente, spesso, per risparmiare la scarsa biancheria, veniva ricoperta da vecchi fogli di giornali, e non era insolito scorgere, tra i piedi di Garibaldi e le gambe del tavolo, qualche cucciolo di cane ad attendere con pazienza dei graditissimi avanzi.
Una cucina attiva da prestissimo, emanava tanti odori già dalle prime luci dell’alba, quando Garibaldi, intorno alle quattro del mattino, aveva l’abitudine di bere un bicchiere d’acqua e una tazzina di latte o caffè, addolcito dal buon miele prodotto dalle api di Caprera, un rosso d’uovo e del pane. Dopo la prima colazione iniziava un’intensa mattinata di lavoro tra vigneti e campi, e la fatica spesa a zappare e seminare veniva ricompensata da pranzi molto sobri, abbondanti ma spesso di unica portata, a base di pietanze che variavano sempre: dalla zuppa alla polenta, dalle fave o legumi in genere ai carciofi e le patate, dalla pasta al brodo, dalle insalate di pomodoro e verdure varie ad antipasti di olive in salamoia e formaggi, la carne e il pesce.


Immagine nella pagina:
V. Cabianca, Garibaldi a Caprera (particolare), 1870
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