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Il salotto di Nonna SperanzaE se non fosse che era donna, le spalline avria avute e non la gonna

di Marinette Pendola


Tonina Masanello (Miniatura 219x428 px)Di tutte queste donne, appartenenti alla nobiltà o all’alta borghesia, e di molte altre di stesso lignaggio, si possiede un abbondante materiale scritto spesso di proprio pugno, come il diario di Cesira Pozzolini che fa la cronaca di un anno (1859) nel salotto di famiglia, le numerose pubblicazioni di Cristina di Belgiojoso, di Margaret Fuller o di Jessie White Mario, la corrispondenza privata di certune, come quella di Carolina Tattini Pepoli (v. Jourdelò n.3), o l’autobiografia di Enrichetta Caracciolo (v. Jourdelò n.9). Sappiamo che molte di loro aderirono sin dal 1821 alla Carboneria con il nome di Giardiniere poiché s’incontravano nei giardini delle loro ville ufficialmente per parlare di fiori e piante e che una di loro, Bianca Milesi, inventò un sistema di scrittura ispirato al punto a giorno per trasmettere messaggi clandestini.

Poco si sa delle altre, di tutte le altre che non conoscevano la scrittura ma che parteciparono attivamente alle lotte per l’Unità cucendo bandiere e coccarde, nascondendo perseguitati, facendo le messaggere per i reclusi, sacrificando la propria vita sulle barricate, come scrisse Carlo Cattaneo dopo le Cinque Giornate di Milano: grande più che non si crederebbe fu il numero di donne uccise. Queste figure minori di ricamatrici, modiste, sartine, servette non appaiono nei testi di storia e pertanto non entrano a far parte della memoria collettiva. Eppure il loro percorso di vita, l’entusiasmo e il coraggio con cui hanno affrontato battaglie e conflitti, pagando a volte il prezzo estremo, sono esemplari. Per la prima volta forse nella storia d’Italia, le donne lasciano la sfera privata in cui per secoli si sono mosse e non esitano a mostrarsi in pubblico, coinvolgendo, con il loro esempio, tutte le altre. Intanto per tutta la città si sono fatte delle barricate. Abbiamo lavorato tutta notte e ho fatto la mia parte anch’io (…) abbiamo portate pietre e fascine noi altre donne. (…) Tutti sapevano che ero stata io la prima ad andare in istrada e a lavorare alle barricate e subito sono venute in istrada tutte le altre, scrive Carolina Tattini Pepoli la sera dell’8 agosto 1848.

Sulle barricate, da nord a sud e costantemente negli anni più caldi delle insurrezioni, si incontrano donne che imbracciano il fucile, come la diciasettenne milanese Giuseppina Lazzaroni, che non sbaglia un colpo, o un’altra Giuseppina, palermitana, che, armi in pugno, incita con il suo vocione da popolana i concittadini a combattere i Borboni. Alcune diventano figure leggendarie, come la napoletana Marianna De Crescenzo, soprannominata la Sangiovannara, che non esita, nel 1860, ad affidare al marito l’osteria che gestisce e a impugnare le armi per incoraggiare il popolo a sostenere Garibaldi.


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Tonina Masanello

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