Aprile-Giugno 2005
Giuseppe Mazzini 200 anni dopo - Nota per un percorso
Nel corso della sua vita Giuseppe Mazzini sostenne coerentemente le grandi cause umanitarie del secolo. Riguardo alle battaglie per l'emancipazione della donna, la sua esortazione in certi frangenti assunse un carattere lapidario, con l'invito esplicito di cancellare dalla "mente ogni idea di superiorità" perché "Davanti a Dio Uno e Padre non v'è uomo né donna; ma l'essere umano".
Altrettanto ferme le azioni per l'abolizione della pena di morte e della schiavitù, per la libertà di religione, di pensiero, di stampa e di associazione. L'attività di rivoluzionario e il fatto di essere ricercato dalle polizie di molti stati europei, non gli impedì di occuparsi di arte, critica letteraria, musica, scienza, filosofia, politica, storia, religione.

Mazzini intorno al 1855
Nonostante il suo repubblicanesimo intransigente lo portasse su posizioni fieramente antimonarchiche, alla sua morte fu ugualmente inserito nel Pantheon dei padri della patria (unificata sotto l'egida di casa Savoia), con Cavour, Garibaldi e Vittorio Emanuele II.
Il regime fascista tentò, soprattutto con Giovanni Gentile, di proporlo come precursore del nazionalismo. Si trattava però di una evidente forzatura, perché il Genovese aveva sì propugnato l'amor di patria, per spingere verso la fratellanza e l'unione dei popoli, a cominciare da quelli europei; ma aveva anche scritto parole chiare contro il nazionalismo, denunciando il rischio del colonialismo, l'inutilità delle guerre di conquista, l'abominio del razzismo e di ogni forma di oppressione.
La patria - si legge nei Doveri dell'uomo, la sua opera più nota - non è un territorio; il territorio non ne è che la base. La Patria è l'idea che sorge su quello; è il pensiero d'amore, il senso di comunione che stringe in uno tutti i figli di quel territorio. Finché uno solo tra i vostri fratelli non è rappresentato dal voto nello sviluppo della vita nazionale - finché uno solo vegeta ineducato fra gli educati - finché uno solo, capace e voglioso di lavoro, langue, per mancanza di lavoro, nella miseria - voi non avrete la Patria come dovreste averla, la patria di tutti, la Patria per tutti.
I "mazziniani puri" hanno continuato a ricordarlo come integro e severo custode di un'etica che avrebbe dovuto costituire la base per una religione civile da porre a fondamento della Repubblica italiana: un sogno che si sarebbe realizzato solo il 2 giugno del 1946, dopo due sanguinose e rovinose Guerre mondiali. L'immagine di Mazzini che ci hanno tramandato i mazziniani intransigenti è sicuramente diversa dalla "memoria" che vive nei monumenti, nei musei e nelle lapidi di tutta Italia. Si nutre di ideali e riti; si rigenera nelle feste repubblicane che ancora oggi vengono celebrate, sempre più sommessamente, in enclave di Marche, Toscana, Lazio, Liguria e, soprattutto, in Romagna, ove nella notte del 9 febbraio, ricorrenza della Repubblica Romana del 1849, qualcuno espone ancora una tremula luminaria sul davanzale della finestra.
L'immagine "ufficiale" di Mazzini appare invece più granitica, fredda, distante e quindi fatalmente polverosa: è il frutto della istituzionalizzazione avvenuta, a più riprese, in sintonia coi cambiamenti politici che si sono susseguiti nel paese. Forse nessuna di queste due icone lo descrive adeguatamente: il mesto sorriso enigmatico, appena accennato, che trapela da alcuni suoi ritratti sembra infatti esprimere l'amarezza per una res publica agognata e incompiuta. L'osservatore attento, il lettore non distratto può però ancora oggi scorgere nelle sue opere e nei suoi insegnamenti i tratti di una possibilità d'azione, l'invito esplicito a partecipare da protagonisti alla costruzione della storia umana.
Biografia essenziale
Giuseppe Mazzini nacque a Genova il 22 giugno 1805.Suo padre, Giacomo, era un medico e docente universitario con un passato da attivista repubblicano. La madre, Maria Drago, è stata descritta dai biografi come una donna austera, educata alla disciplina giansenistica. Influì in profondità sullo sviluppo intellettuale di Giuseppe anche se tutti i membri della famiglia, comprese le tre sorelle Rosa, Antonietta e Francesca, direttamente o indirettamente, svolsero un ruolo importante nella sua formazione.
Mazzini stesso, nelle Note autobiografiche, descrisse come iniziò il suo incontro con la politica. Stava passeggiando con la madre e un amico di famiglia in una signorile strada di Genova quando furono avvicinati da un uomo "di sembianze severe ed energiche, bruno, barbuto e con uno sguardo scintillante". Egli chiese e ottenne un po' di denaro a favore di coloro che erano stati esiliati dall'Italia per i loro ideali: "quel giorno - scriverà Mazzini - fu il primo in cui s'affacciasse confusamente nell'anima mia, non dirò un pensiero di patria e di libertà, ma un pensiero che si poteva e quindi si doveva lottare per la libertà della patria".
Nel 1827, conseguita la laurea in legge, si iscrisse alla società segreta Carboneria di cui già facevano parte alcuni suoi amici sui quali esercitava un grande ascendente: i fratelli Ruffini, Federico Campanella, Piero Torre; confidava di poter così contribuire alla lotta per favorire l'unità italiana. Nel frattempo approfondì gli studi filosofici e letterari e iniziò a collaborare con diversi giornali come "l'Indicatore genovese"e "l'Indicatore livornese", dove prese posizione a favore del filone letterario che si riconosceva nel Romanticismo.
Nel 1831 fu incarcerato a Savona e, dopo una lunga riflessione sulle debolezze della Carboneria, maturò la decisione di fondare una nuova associazione cospirativa e insurrezionale: la Giovine Italia, che propugnava la fondazione di un'Italia "una, indipendente, libera, repubblicana".
Durante vari soggiorni a Ginevra, Lione e in Corsica aveva appoggiato i moti del febbraio del 1831 e, una volta fallita la spedizione italiana, si rifugiò a Marsiglia dove, nel luglio, scrisse una famosa Lettera a Carlo Alberto, per sollecitare il sovrano, salito al trono piemontese il 27 aprile di quello stesso anno, a battersi in favore della libertà e dell'indipendenza nazionale. In quei mesi diede alle stampe, tra l'altro, le Istruzioni generali per gli affratellati nella Giovine Italia e il Manifesto della Giovine Italia, e fondò il periodico "Giovine Italia", con lo scopo di sostenere l'azione della nuova associazione.
Costretto a lasciare la Francia si trasferì nuovamente in Svizzera nel 1833. Soggiornò a Ginevra, dove preparò i piani per una insurrezione in Savoia e nel napoletano, e poi a Berna. Nella capitale svizzera, seppur inseguito da mandati di cattura internazionali e da una condanna a morte per i falliti tentativi rivoluzionari, fondò, nel 1834, la Giovine Europa. Si trattava di un'organizzazione aperta, scrisse Mazzini, "a tutti coloro i quali credendo in un avvenire di libertà, di eguaglianza, di fratellanza tra gli uomini (...) vogliono consacrare i loro pensieri, le loro opere a fondare quell'avvenire". Cercava così di offrire una dimensione internazionale al programma della Giovine Italia.
Nel 1835 approfondì le sue riflessioni in materia religiosa e sul rapporto tra la politica e la religione dando alle stampe il suo testo più importante su questo argomento: Fede e avvenire, scritto prima in francese e poi tradotto in italiano da lui stesso.

Mazzini fonda la Scuola Italiana gratuita per i bambini poveri
Costretto a lasciare la Svizzera nel 1837, si rifugiò a Londra ove sposò la causa degli operai italiani, fondando una scuola serale riservata soprattutto a loro e ai loro figli. In quegli anni, anche per autofinanziarsi, collaborò intensamente ai periodici inglesi con articoli di storia e di critica letteraria. Mantenne però sempre una fitta corrispondenza con gli italiani, per continuare l'attività cospirativa e per rafforzare la Giovine Italia, duramente colpita dalle persecuzioni della polizia. Questa attività poggiava soprattutto sulla stampa: importante il ruolo svolto dai periodici "Apostolato popolare" e il "Pellegrino", che in seguito diviene "L'Educatore".
La tragica fine dei fratelli Bandiera, fucilati in Calabria il 25 luglio del 1844 assieme a sette compagni che li avevano seguiti nell'ennesimo tentativo insurrezionale, ebbe pesanti ripercussioni su Mazzini e sui suoi rapporti con il governo londinese che egli accusò apertamente di tradimento perché le autorità britanniche, in segreto, avevano intercettato la sua corrispondenza con i congiurati nei mesi che precedettero la spedizione. Illustri personalità dello schieramento progressista inglese: da Carlyle a Dickens, da Macauley a Mill si schierarono con Mazzini. Perfino il "Times", solitamente ostile all'esule italiano, fu severamente critico nei confronti del governo e così una larga parte dell'opinione pubblica inglese venne sensibilizzata alla causa italiana.

Mazzini nel 1831 fonda la "Giovine Italia"
Nel 1848 si recò a Parigi in concomitanza con la rivolta del febbraio che depose Luigi Filippo. Il 5 marzo di quell'anno, proprio nella capitale francese, fondò l'Associazione nazionale italiana e, nell'aprile, si recò a Milano per sostenere gli insorti delle Cinque giornate. Ebbe così modo di confrontarsi con Carlo Cattaneo e Giuseppe Ferrari e di manifestare apertamente al governo provvisorio la sua contrarietà all'ipotesi di fusione col Piemonte. Il 3 agosto, al ritorno degli austriaci, lasciò il capoluogo lombardo come semplice soldato della colonna Medici; riparò a Lugano e, dopo il fallito tentativo insurrezionale in Val d'Intelvi, si rifugiò a Marsiglia.
L'8 febbraio del 1849 era in Toscana nel vano tentativo di convincere Giuseppe Montanelli e Francesco Domenico Guerrazzi a proclamare la Repubblica e ad unirsi a Roma dove, nel frattempo, dopo la fuga del Papa Pio IX, il nuovo governo repubblicano insediatosi il 9 febbraio, lo aveva eletto rappresentante del popolo all'assemblea costituente. A Roma avrebbe poi ricoperto la carica di triumviro della Repubblica con Carlo Armellini e Aurelio Saffi.
Scrisse:
Quella parola è Repubblica.
E ancora:
Parole che si attagliavano perfettamente all'esperienza romana. La Repubblica fu presto attaccata dagli eserciti dell'Austria, del Regno delle due Sicilie e della Francia che miravano a restaurare il potere pontificio. Simbolo di una rivoluzione fondata sulla sovranità popolare e sulla severa tutela dei valori di giustizia e libertà (fu il primo stato ad abolire la pena di morte), fu difesa strenuamente da volontari accorsi da tutta Italia, tra cui: Carlo Pisacane, Giuseppe Garibaldi e Goffredo Mameli che morì per le ferite riportate nel corso di un combattimento. Roma cadde nel luglio, dopo che l'assemblea aveva varato una Costituzione destinata a rappresentare un riferimento per tutti gli stati democratici negli anni a venire.
Mazzini, dopo un breve soggiorno in Svizzera, dovette riparare nuovamente a Londra, ma, tramite il Comitato nazionale italiano, continuò a sostenere i tentativi di rivolta organizzati nel territorio italiano: a Milano, Genova e Sapri, ove cadde Carlo Pisacane. La scoperta delle carte dell'organizzazione mazziniana portò però gravi perdite tra le fila mazziniane: a Belfiore alcuni cospiratori vennero fucilati.
Da Londra, Mazzini cercò di ravvivare l'attività della Giovine Europa e, con Ledru-Rollin e Arnold Ruge, fondò un Comitato democratico europeo, continuando la polemica a distanza con le tesi (concorrenziali) dell'anarchico Michail Bakunin e, soprattutto, degli internazionalisti socialisti di Karl Marx. I suoi pensieri assumevano il tratto di una sintesi lapidaria, tagliente ed efficace:
Nessuna maggioranza può decretare la tirannide e spegnere o alienare la propria libertà. (...)
Il rimedio alle vostre condizioni è l'unione del capitale e del lavoro nelle stesse mani. (...)
Foste schiavi un tempo: poi servi: poi assalariati: sarete fra non molto, purché il vogliate, liberi produttori e fratelli nell'associazione.
Aggiungeva, inoltre, che "la libertà, la dignità, la coscienza dell'individuo spariscono in un ordinamento di macchine produttrici." Così, dopo essersi inserito, fin dal 1846, nel dibattito europeo sulla democrazia con una serie di articoli pubblicati sul "People's Journal" e dopo aver inizialmente cooperato alla fondazione dell'Internazionale, si allontanò da questa organizzazione a causa del netto dissenso verso i contenuti classisti e materialisti di cui erano intrisi i testi dei principali esponenti del socialismo scientifico.
Sul fronte italiano doveva invece fronteggiare l'azione di un Cavour, propenso a stipulare un'alleanza franco-piemontese in funzione antiaustriaca. Quando però Vittorio Emanuele II dichiarò guerra all'Austria, non esitò ad incitare gli italiani a combattere sotto la bandiera dei Savoia. L'armistizio di Villafranca, fu per lui motivo di una profonda delusione; si recò allora a Firenze per organizzare una nuova spedizione nello Stato Pontificio e nel Napoletano, ma, falliti anche questi tentativi, ritornò a Lugano, dove pubblicò l'opuscolo Ai giovani italiani in cui espresse tutta l'amarezza per le recenti vicende politiche.
Tornato di nuovo a Londra cooperò alla preparazione della spedizione dei Mille del 1860 e, nel maggio, da Genova, cercò di estendere l'iniziativa allo Stato Pontificio. Fermato da un intervento di Ricasoli si recò a Napoli; ma ormai le giovani generazioni, attratte dalla novità del nuovo stato italiano nato all'insegna dell'incontro tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II non sembravano più disposte a seguirlo come negli anni passati. Non restava che un altro mesto esilio: prima a Lugano e poi a Londra da dove, nel 1863, organizzò per il Friuli, un tentativo volto a riunire Venezia all'Italia.
Dopo la guerra del 1866 si occupò anche del Trentino e, nell'agosto del 1870, sbarcò a Palermo per poi recarsi a Roma, dove venne arrestato e condotto nella fortezza di Gaeta. Amnistiato in seguito all'annessione di Roma all'Italia, riprese la via dell'esilio, passando da Genova, e poi, ancora, da Lugano fino a Londra ove si dedicò essenzialmente all'attività educativa:
Senza educazione nazionale comune a tutti i cittadini, eguaglianza di doveri e di diritti è formola vuota di senso.
Nella primavera del 1871 una violenta insurrezione a Parigi consentì la sperimentazione di un governo comunardo fortemente influenzato da Marx. L'esperienza viene salutata positivamente da Garibaldi ma fu condannata da Mazzini perché sanguinaria e promossa "da uomini che odiano e non sanno amare". Nel febbraio del 1872, ormai gravemente ammalato, tornò in Italia sotto il falso nome di dottor Brown. A Pisa fu ospite di Pellegrino Rosselli e Giannetta Nathan Rosselli. Si spense in quella casa il 10 marzo.
Gli scritti
Saggi, opuscoli, manifesti, appelli, articoli, e un numero sterminato di lettere costituiscono il corpo degli scritti di Giuseppe Mazzini: una testimonianza della straordinaria coerenza che caratterizza tutto il suo pensiero.
Tra il 1861 e il 1891 l'editore Gino Daelli pubblicò a Milano gli Scritti editi ed inediti. I primi otto volumi furono introdotti personalmente da Mazzini e queste pagine costituiscono il corpo dei Ricordi autobiografici di Giuseppe Mazzini. Altri dodici volumi della raccolta "daelliana" furono curati da Aurelio Saffi: dieci erano composti da scritti e due da lettere.
Nel 1904, in vista del primo centenario della nascita di Mazzini, il parlamento italiano, con l'approvazione del re Vittorio Emanuele III, autorizzò l'Edizione Nazionale degli Scritti editi ed inediti di Giuseppe Mazzini. Il primo volume uscì nel 1906 presso i tipi di Paolo Galeati di Imola. L'opera, completa di indici, ha raggiunto e superato il traguardo dei cento volumi ed è, sostanzialmente, ancora in corso, perché le continue ricerche portano alla luce sempre nuovi testi attribuibili al genovese.
Il libro più conosciuto di Mazzini è Dei doveri dell'uomo, terminato nel 1860. Si tratta di un testo tradotto nelle principali lingue del mondo, comprese quelle orientali, che finora ha venduto oltre un milione di copie e in Italia, su iniziativa di Municipi e associazioni è stato spesso diffuso anche nelle scuole. Di questo volumetto ora una versione "moderna" sotto forma di "intervista impossibile": Sauro Mattarelli, Dialogo sui doveri, Venezia, Marsilio, 2005.
Numerosi sono gli scritti da Mazzini usciti in singole edizioni, così come le selezioni di testi. Nella ricca bibliografia mazziniana, ampio spazio occupano le biografie che dalla seconda metà dell'Ottocento, ad oggi, contribuiscono ad accrescere le nostre conoscenze sull'uomo e sul pensatore. Per chi volesse approfondire il pensiero mazziniano, e a disposizione in redazione una bibliografia scelta e curata da Sauro Mattarelli.