Ottobre-Dicembre 2005
 

Il cuoco di Maria Luigia

Elena Bergonzoni

Negli anni tra il 1816 e il 1847 un pezzo della fastosa corte di Francia sbarca poco lontano da noi: a Parma. Qui Maria Luigia d'Austria, donna raffinata e aristocratica, fa rivivere l'eleganza e lo stile della corte napoleonica. Maria Luigia (1791-1847), figlia dell'imperatore d'Austria Francesco I, per ragioni di stato sposò nel 1810 Napoleone I, a cui dette un figlio. Investita della reggenza durante la campagna di Russia, non s'interessò attivamente degli affari di governo. Dopo l'abdicazione di Napoleone, nel 1816 ricevette dal congresso di Vienna il ducato di Parma e Piacenza, modificando il nome in Maria Luigia d'Asburgo-Lorena. Indifferente alle lettere del marito scritte da Sant'Elena, fu sostenuta dai consigli del Conte Neipperg (che sposerà dopo la morte di Napoleone e dal quale avrà tre figli), e governò con lungimiranza e moderazione. La sua scomparsa fu pianta da tutto il popolo di Parma e Piacenza, che ancor oggi la ricorda con affetto e riconoscenza. Maria Luigia è seppellita a Vienna, nella cripta dei Cappuccini, insieme agli altri componenti della dinastia degli Asburgo: la sua tomba è sempre ornata da mazzetti di violette portati lì da chi ancora si sente affezionato alla duchessa. La violetta era il suo fiore preferito: dal 1870 a Parma la casa Borsari ne produce la famosa essenza: un imperituro omaggio alla duchessa. Da allora il tenue profumo di questo fiore è legato alla sua persona ed è divenuto per antonomasia il profumo che ci riporta ai tempi che la videro protagonista.
Ritratto di Maria Luigia
Ritratto di Maria Luigia
duchessa di Parma

La duchessa Maria Luigia era colta e raffinata: parlava l'italiano ed il francese quasi meglio della sua lingua madre. Conosceva l'arte culinaria, il ricamo, la musica, suonava il pianoforte e dalla madre aveva ereditato il dono di una bella voce ed il talento di ballerina. Amava i fiori, la pratica del giardinaggio, la buona tavola. Sembra che la duchessa fosse particolarmente golosa di dolci, al punto da farsi inviare da Parigi i suoi cioccolatini preferiti. Collezionava acquerelli dei luoghi che visitava, oltre a quadri e sculture.
Alcuni degli oggetti appartenuti a Maria Luigia si possono ancora ammirare al Museo Glauco Lombardi di Parma. Il professor Lombardi (1881-1970) dedicò per l'intera vita le proprie energie al recupero, allo studio e alla conservazione di quanto poteva rimanere sul mercato antiquario o nelle collezioni private dell'ingente patrimonio artistico e documentario della Parma ducale, per la gran parte destinato, nel corso del travagliato e complesso periodo dell'Unità d'Italia, a diverse residenze sabaude. Il museo raccoglie abiti, dipinti e svariati oggetti della vita quotidiana.
Abbiamo accennato all'attenzione che la duchessa poneva anche al cibo. Sulle preferenze gastronomiche dell'imperatrice di Francia troviamo notizie nei testi di Vincenzo Agnoletti, al servizio di Maria Luigia presso la corte parmense per un decennio. Romano di nascita, egli compì il suo apprendistato presso alcune case patrizie accanto al padre, capo credenziere per più di trenta anni della famiglia Doria Pamphili di Roma. Apprese l'arte della cucina da cuochi italiani e francesi e viaggiò l'Europa esercitando per vent'anni la professione di cuoco, prima di assumere l'incarico (1820 ca.) di credenziere e liquorista alla corte di Parma.
Il suo primo ricettario, "La nuova cucina economica", edito a Roma nel 1803, è un voluminoso trattato in quattro tomi che elenca in ordine alfabetico alimenti, preparazioni e ricette di diversa origine e natura. Nel 1834 Agnoletti pubblicò il "Manuale del Cuoco e del Pasticciere", frutto dell'esperienza del suo lungo magistrato, dove l'autore segnala sia alcune tecniche di lavorazione degli alimenti, sia gli usi e costumi più consoni all'epoca. Particolare attenzione è dedicata alla lavorazione di ogni sorta di biscotti, sorbetti, e rosoli, svelando i segreti dei colori per decorare le paste.
Tavola apparecchiata con servizio alla francese
Servizio alla francese

Nel capitolo sulle "minute" (i menù), si inserisce nella polemica, allora in corso, tra gli addetti ai lavori riguardo la maniera di servire in tavola e all'opportunità di adottare il servizio alla russa, che proprio in quegli anni si andava affermando: "il servire le tavole alla russa, con un piatto di cucina alla volta, trinciandolo fuori di tavola, è una cosa molto inconveniente, poco decorosa, ed il cuoco non figura nulla con il suo lavoro; onde io non solo non l'approvo, ma in Francia e Germania ancora non è sistema piaciuto, onde è inutile a parlarne". Agnoletti al contrario era un forte sostenitore del servizio alla francese, ritenendolo più consono ai fasti di una corte imperiale quale quella di Maria Luigia. Infatti, nonostante non si potesse certo affermare che la duchessa possedesse la vastità di un regno, il suo tenore di vita voleva essere molto simile a quello di una corte reale. In fin dei conti, era pur sempre moglie di Napoleone! Il servizio alla francese, con le sue decine di portate ostentate tutte insieme sul grande tavolo, rispondeva pienamente al gusto aristocratico dell'epoca.
Il Manuale termina con alcuni esempi di menù adatti a ricevimenti più o meno importanti. Leggiamone uno, adatto ad una serata danzante, che prevede il servizio "all'ambigù": i piatti, presentati alla francese, sono serviti a buffet dai camerieri, mentre i commensali restano seduti.

Cena di grasso di trenta coperte, servita in ambigù

Una zuppa
1 di kenedel
Due piatti forti
1 di pollanche al ragù di prugnoli
1 di spigola al corto brodo
Sei antrè, e orduvres
1 di anatra alle lasagnette
1 di animelle ai gamberi
1 di piccioni in fricassè
1 di frittura di pesce
1 di frittura a piacere
1 di pasticcetti all'orleans
Dodici antremè
1 di gelatina di poncio alla parigina
1 di insalata alla maltese
1 di uova sperse nel butirro
1 di gnocchi alla crema in un bordo di pasta sfoglia
1 di broccoli al naturale
1 di sparagi all'inglese
1 di gattò alla monsieur
1 di timballetti di mandorle
4 di croccantine con piccolo forno
Due arrosti
1 di capretto
1 di tordi
Due rifreddi
1 di pasticcio di cacciagione
1 di prosciutto in galantina

Questo menù non prevedeva piatti ritenuti particolarmente pesanti per l'epoca, in modo da non affaticare troppo lo stomaco dei danzatori... Il numero delle portate a scelta dei commensali, inoltre, era basso rispetto ai menù delle grandi occasioni: in tutto qui sono 25, ma Agnoletti ne prevede anche fino a 84, come il gusto e la moda imponevano. I nomi dei piatti e delle preparazioni risentono molto dell'influenza francese, affermatasi in cucina già dal XVIII secolo. Termini come antrè, ordruvres, antremè, gattò non sono altro che l'italianizzazione di entrée, hors-d'oeuvres, entremets e gateau. I pasticcetti sono "all'orleans", la gelatina e "alla parigina".
In cucina quindi, come nella danza, i cugini d'oltralpe la fanno da padroni. In tutte le corti europee, che ancora resistono dopo il ciclone napoleonico e la Restaurazione seguita al Congresso di Vienna, le maniere e il gusto francese, retaggio dei tempi d'oro di Luigi XIV, rappresentano il miglior modo di rimanere ancorati al passato, alla tradizione, ai fasti dell'aristocrazia.

Vogliamo concludere con un piccolo cadeau, che può forse essere assunto come emblema di un modo di vivere dove la quotidianità è fatta di cene, balli e vita di società: la ricetta delle Quadriglie, di Vincenzo Agnoletti.

Quadriglie
Antremè. Tagliate dei piccoli quadri di pasta sfoglia della larghezza di tre dita, indi con due strisciette di pasta fategli sopra quattro divisioni; dopo cotte riempite i quattro scomparti con due creme e due marmellate diverse.

Largo allora alle Quadriglie cucinate, magari per accompagnare quelle danzate...!

 

 

 

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