Ottobre-Dicembre 2006
 

Il diario delle violette. Piccolo racconto di fine Ottocento

Pierpaolo Franzoni

E' l'unica cosa che rimane di Maria Luigia, della sua vita nascosta: un quadernetto di finta pelle, un poco screpolato ai bordi, con la scritta "Diario" circondata da stelle e lune d'argento.
Foto archivio Pierpaolo Franzoni
Foto archivio Pierpaolo Franzoni

Come tante altre cose, fotografie e lettere, lo conservo gelosamente, attento che le violette seccate fra le sue pagine non si sbriciolino per sempre.
E' un diario di addii; sono le frasi, e a volte i disegni, che le ragazze come lei, Maria Luigia, rinchiuse alla fine dell'Ottocento nel Conservatorio per le Fanciulle del Baraccano, lasciavano sul diario dell'amica che rimaneva, a ricordo di sè. Disegni di fiori e tramonti, qualche poesia in lingua francese, o motti morali: La belle femme plait aux yeux, la bonne femme plait au coeur. L'une c'est un bijoux, l'autre c'est un trésor.
Frasi a volte semplici: Per sempre ricordati di me; a volte un po' pompose: "A imperitura memoria della tua sempre fedele amica..."; a volte piene di nostalgia: "Ricordati dei bei giorni passati insieme..."
Ma tanto belli quei giorni non dovevano essere stati; forse li si poteva ricordare così solo nel momento del distacco, quando si tornava "nel mondo" e, come spesso succede quando una situazione muta, ci si può permettere il lusso della nostalgia, dimenticando la solitudine e il dolore.
Quante lacrime devono aver visto quelle mura severe, quanti addii, quando le bambine entravano da quel portone, una specie di collegio severo per le fanciulle "pericolanti", cioè per tutte coloro che per situazione familiare si trovavano nella necessità di essere "ricoverate" al sicuro fino all'età in cui avrebbero potuto, con un mestiere tra le mani e una dote modesta, rientrare nella società.
Era una istituzione benemerita il Conservatorio di S.Maria del Baraccano di Via S. Stefano, fondato nel 1528 da papa ClementeVII che si trovava allora a Bologna per l'incoronazione di Carlo V.
La sua fondazione cadde nei giorni in cui si sanciva l'alleanza fra Papato e Impero, quando Bologna si prefigurava come "città ideale", ed ebbe sempre una direzione mista, civile e religiosa, perché gli interessi in campo erano comuni.
Come da statuto, infatti, si prendeva cura di fanciulle povere o orfane, ma non miserevoli, bolognesi di nascita, che per la loro bellezza e la loro situazione erano più particolarmente esposte al rischio di perdere la verginità; dovevano essere sane e di carattere educabile, attributi che venivano vagliati da una iniziale e scrupolosa visita.
Il Conservatorio rappresentava quindi la povertà privilegiata.
Le famiglie che facevano domanda appartenevano ad un ceto di piccoli artigiani e piccola borghesia, ma non della fascia della servitù o mendicità, tanto che si chiedeva una "assicurazione" da un familiare, in mancanza del padre, che potesse riprendere la ragazza in caso di malattia o di cattiva condotta.
Si entrava solitamente fra i 10 e i 12 anni, per uscirne dopo un periodo di circa 7 anni di quasi "reclusione" volontaria, incentrata sulla istruzione che impegnava molte ore della giornata.
Foto archivio Pierpaolo Franzoni
Foto archivio Pierpaolo Franzoni
Lo scopo principale per le fanciulle era quello di costituirsi una dote, che non era commisurata alla loro personale attività, ma era standard. Si formavano così donne integre moralmente e di discreta istruzione (venivano non solo alfabetizzate ma usufruivano di un maestro della scrittura e del comporre, di aritmetica e geometria, in epoche in cui la scolarizzazione era un lusso), di capacità domestiche e artigianali, presupposto per un matrimonio adeguato o, in alternativa, per una monacazione.
Se nei secoli precedenti all'800 i mercanti della seta e gli artigiani utilizzarono le ragazze del Conservatorio per la produzione di manufatti serici (veli, abiti, ecc.), dall'800 in poi, con la fine di questa attività, la forza-lavoro delle convittrici venne dirottata sulla tessitura della canapa e della tela e sull'attività della produzione di fiori finti, di pizzi e di merletti secondi i canoni dell'Aemila Ars, che applicava gli stili neo-medioevali e pre-raffaelliti nell'arte decorativa del liberty.
Ma tra le fanciulle c'era una rigida divisione: le robuste contadine erano quelle destinate alla tessitura delle tele; ai pizzi invece erano indirizzate fanciulle "che avevano una qualche apparenza" e potevano essere destinate al servizio di gentildonne cittadine.
Maria Luigia era la zia di mio padre, sorella del mio nonno paterno. Le "ziette" le chiamavamo in famiglia, lei e la sorella Elisa, di qualche anno più piccola.
Due donnine antiche nei modi e nel vestire, con qualche parola francese nel discorrere: "Volevo sposare ma mi sarei dovuta trasferire a Roma e non volevo lasciare ma soeur..." diceva Elisa, morta quasi centenaria negli anni '80.
Parlava meno Luigia, più silenziosa ed assorta, lo sguardo spesso severo, i modi un po' rigidi di chi è stato abituato alla disciplina. Ciarliera ed affettuosa Elisa, sempre pronta a raccontare e curiosa: "Ho saputo - ci disse quando già vecchissima e rimasta sola dopo la morte di Luigia, era ricoverata in una casa di suore a Vedrana di Budrio - che a Bologna ci furono dei tumulti (nota: era il 1977). Fu cosa grave?"
E noi, per non angustiare e distorcere la sua visione del mondo ancora risorgimentale, a rassicurarla che "sì, qualcosa era successo ma ora tutto era tranquillo".
Luigia morì negli anni '60, dopo una vita segnata da quei nove anni di permanenza al Conservatorio. Diceva Elisa di lei: "Quegli anni al Conservatorio l'avevano cambiata. E' sempre stata una ragazza triste."
Triste. Come la mattina in cui entrò al Conservatorio. Era il 13 luglio 1890. Luigia aveva nove anni e qualche mese. Prima di uscire dalla casa di Strada Maggiore aveva abbracciato a lungo la sorella e il padre e pianto nel lasciare i suoi amati canarini gialli. La decisione di metterla in collegio l'aveva presa il padre dopo la morte della moglie. Varcò quel portone pesante non sapendo bene cosa l'aspettasse e trovò un dormitorio freddo con due lunghe file di letti e lunghe, lunghissime ore alla poca luce del giorno e, quando le giornate erano corte, a quella dei lumi a petrolio. Ore passate tutte sui grandi lavori, sui lenzuoli, le tovaglie, gli asciugamani di lino e cotone, sulle belle federe dalle iniziali intrecciate sulle quali avrebbero posato il capo ricche signorine e promettenti giovanotti. Dal Conservatorio del Baraccano infatti uscivano i corredi per le giovani di buona famiglia della città, corredi che venivano ben pagati e il cui ricavato serviva in parte per il sostentamento delle convittrici.
Solo quando arrivava la primavera la vita all'improvviso sembrava meno dura: si apriva il vecchio portone che si affacciava sul giardino interno e c'era allora qualche ora per correre, saltare e giocare.
Luigia, abituata al calore della famiglia, all'intimità con la sorella, all'affetto del padre, che era cresciuto ancor di più dopo la morte della mamma, fu catapultata in un mondo ostile. Le suore erano severe, le compagne a volte dispettose. La notte, finché il sonno non se la portava via, Luigia si rigirava nel letto pensando ai suoi cari, alla sua casa, alla sua cameretta, ai canarini; alla mamma non osava pensare ché altrimenti il pianto diventava irrefrenabile e c'era il rischio di venire anche sgridate dalla suora che dormiva nella camerata dietro a una specie di baldacchino di stoffa, al riparo dagli occhi delle ragazze.
Luigia crebbe con il solo conforto delle visite del padre e della sorella, visite che erano concesse una sola volta al mese. Una vecchia foto la ritrae all'età di quindici anni. Nella foto è seduta su una sedia dallo schienale vagamente gotico, per sfondo un paesaggio dipinto sul cartone, come usava allora per dare l'illusione degli spazi aperti. Appare stretta in un abito di rigatino semilucido, di colore bruno, che il colletto bianco ravviva un poco. Tiene le mani appoggiate una sull'altra, in grembo, la testa un po' piegata da un lato. Il volto è grande, allungato, gli occhi ben disegnati, scuri e profondi. La bocca è serrata e severa, l'espressione quasi rimproverante chi la sta ritraendo, come se si fosse sottoposta a quello scatto suo malgrado. Quello che colpisce è la capigliatura: foltissima, castana, una grande treccia scura che le circonda il capo e l'altra che le scende sulle spalle. L'espressione è quella di una fanciulla scontrosa e infelice, sull'orlo del pianto: sembra di vederle il mento tremare e gli occhi sono innaturalmente lucidi.
Comunque Luigia si adattò a quella vita monastica e crebbe, se non bellissima, graziosa e proporzionata. Diventò bravissima nel ricamo. Era una ragazza di poche parole, ma generosa, specialmente con le bambine più piccole che aiutava, difendeva e incoraggiava se sbagliavano, spesso coprendo i loro piccoli errori perché le maestre non le sgridassero. Era diventata così brava che volentieri le suore le affidavano l'ideazione e la realizzazione dei corredi in totale autonomia. Spesso toccava a lei parlare con le signorine che venivano ad ordinare i corredi con le madri. E tante erano capricciose e si fissavano su un certo ricamo e battevano i bei piedini calzati nelle scarpette di vitello, tutte prese dal loro matrimonio, come se fosse l'unico e il più importante del mondo. E Luigia nascondeva le sue, di scarpe, che non erano di certo tanto eleganti, sotto il lungo vestito, e si drizzava sulla persona con la fierezza che la caratterizzava, tenendo testa a quelle ragazze spesso viziate e alle loro madri, perché aveva un gusto innato nello scegliere tessuti e ricami affinché il corredo risultasse armonioso, come un'opera unica. E ogni volta che un corredo usciva dal laboratorio, era un poco della sua vita e della vita delle sue compagne che se ne andava.
Quando Luigia compì diciassette anni, la madre superiora la chiamò e le propose un matrimonio conveniente. Molti giovani infatti si rivolgevano a quell'istituzione per trovare moglie: essere stata educata nel Conservatorio era una garanzia di moralità irreprensibile e di buona educazione. In genere le ragazze accettavano di conoscere i giovani nel grande parlatorio, sotto l'occhio vigile delle educatrici, ma Luigia rifiutò seccamente e non ci fu verso di convincerla. Uscì e quel portone si chiuse alle sue spalle per sempre.
Luigia non era più abituata alla gente: le carrozze con i cavalli la spaventavano, il popolo vociante dei mercati la stordiva, solo i bambini che giocavano nella strada le piacevano ma avevano soggezione di lei ed era lei stessa troppo timida per avvicinarli. Ritrovò la sorella, la grande cucina della casa, la cameretta con il letto ancora intatto, come se lo avesse lasciato il giorno prima. Ritrovò le fotografie, i libri, i quadri e i ricordi. Ma quella lunga separazione dagli affetti familiari l'aveva profondamente segnata. Andava a messa con la sorella e poi si chiudeva con lei in casa a fare l'unica cosa che sapeva fare bene: ricamare. E ricamò tutta la vita i corredi che rallegrarono altri matrimoni: gli asciugamani che asciugarono i volti ridenti degli sposi, i corredini che avvolsero teneramente bambini non suoi.
Per sé, nulla. Il suo modesto corredo riposò tutta la vita nel baule ai piedi del letto. Non si sposò e la sorella nemmeno "Perché - dicevano - siamo noi due la nostra famiglia e se ci separassimo ancora soffriremmo troppo."
C'è una fotografia che le ritrae insieme, attorno ad un tavolo rotondo, nella sala della loro casa. Sono donne mature, le camicette bianche e i capelli gonfi pettinati alti sul capo, secondo la moda di allora. Ricamano, ma mentre Elisa ha gli occhi fissi sul suo lavoro, Luigia guarda l'obiettivo, tiene l'ago sollevato, il filo tirato. Sembra sospesa in quell'attimo.
Nel diario di Luigia un'amica aveva scritto: "Cara signorina, le auguro una felicità senza fine".
E un'altra: "La fanciulla modesta è una viola che si nasconde fra l'erba e non si manifesta che per il suo profumo."
La felicità di Luigia fu la quieta luce della lampada sul tavolo, il poter vivere nascosta senza troppo soffrire.
I voti delle sue amiche, che la lasciavano andandosene per sempre dal Conservatorio, in qualche modo furono esauditi.

Nel 1980 fu allestita una mostra negli spazi dell'ex convento del Baraccano, a ricordo della pia istituzione e di tutte le fanciulle e delle educatrici che vi dimorarono. Vedemmo per la prima volta i luoghi dove Luigia visse nove lunghi anni: il dormitorio, il refettorio, le sale da lavoro, i tavoli, i lumi. Ci intenerirono gli "imparaticci" esposti delle bambine più piccole, quei pezzi di tela in cui si provavano i punti e i ricami prima di affrontare i lavori veri e propri. Sostammo a lungo davanti alla lunga galleria di foto delle convittrici.
Cercammo Maria Luigia fra i ritratti e la trovammo, come se ci aspettasse, in quella stessa fotografia dove severa guarda l'obiettivo, e sembra sull'orlo del pianto.

Foto archivio Pierpaolo Franzoni
Foto archivio Pierpaolo Franzoni



 

 

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