Aprile-Settembre 2007
Scienza e Tecnologia - Così lontani, così vicini. Due miti a confronto
In questa breve trattazione parleremo di due inventori, uno in senso stretto, uno in senso lato. Non parleremo di una invenzione vera e propria come abbiamo fatto nei precedenti numeri, ci prendiamo questa licenza poetica di parlare d’altro. Ma lo spessore dei due personaggi ce lo consente.
Il primo. L’inventore in senso stretto. Antonio Meucci. Meucci è un mito per chi ha studiato telecomunicazioni, e dovrebbe esserlo per
tutti: ha inventato il telefono, scusate se è poco.
Antonio Meucci si potrebbe riassumere in tre parole: un genio povero e sfortunato.

Antonio Meucci
Meucci nasce a Firenze nel 1808, da famiglia povera, caratteristica che lo accompagnerà, lo perseguiterà tutta la vita. Date le ristrettezze economiche non può compiere studi regolari e inizia giovane a lavorare prima come daziere, poi come meccanico teatrale, che allora significava inventore di marchingegni. Di idee liberali e repubblicane, fervente ammiratore di Mazzini, si costringe presto all’esilio, a lasciare il Granducato di Toscana, a peregrinare lungamente tra Stato Pontificio, Regno delle due Sicilie, e finalmente Cuba.
A Cuba diventa primo meccanico del teatro dell’Avana, le sue conoscenze chimiche ed elettriche iniziano a dargli la fama di grande inventore. Un incendio distrugge però il teatro in cui lavora ed è costretto a emigrare nuovamente, questa volta a New York, siamo nel 1850.
A New York le sue idee liberali lo mettono in stretta connessione con la rete di emigrati italiani. In fondo è un mazziniano umanitario. Si adopererà molto per la causa italiana, partecipando attivamente alla rete di amicizie e aiuti che permisero a tanti italiani di sopravvivere in quegli anni faticosi. Fonda una ditta che produce candele con un procedimento di sua invenzione, e si stabilisce in campagna nella casa attigua alla ditta. Darà lavoro a molti italiani, qualcuno famoso. Il fatto che sia il datore di lavoro non deve trarre in inganno. La parte di investimento economica fu sostenuta da un impresario amico del tenore Salvi, e non da lui. Da parte sua Meucci continuava ad essere povero. Ogni suo piccolo risparmio lo impegnava nella realizzazione di prototipi di quella che era la sua invenzione geniale, il telefono, che lui chiamava teletrofono, del quale produsse il primo prototipo ancora a Cuba nel 1849.
La povertà è la caratteristica principale della sua vita. Povertà che rende vani i suoi sforzi e le sue tante invenzioni. Povertà che fondamentalmente si unì alla sfortuna, alla poca esperienza in politica ed economia, e alla cattiva conoscenza della lingua inglese. Insomma, la vita di un emigrato italiano nella New York di metà Ottocento non poteva di sicuro essere facile, e la sua non lo fu particolarmen-te. La moglie si ammalò di una forma grave di artrite deformante e presto rimase ferma a letto. In quell’occasione Meucci realizzò una linea telefonica fissa per mettere in comu-nicazione la camera della moglie con la fabbrica dove lui lavorava.
Ma quella del telefono, invenzione per cui noi lo ricordiamo, fu in realtà la sua rovina. Non avendo i soldi per pagare il brevetto, nel 1871 riuscì ad ottenere un caveat, un documento che lo autorizzava alla vendita e alla produzione del telefono. Si rivolse quindi alla compagnia telegrafica, la Western Union, per cercare un finanziatore. La Western Union letteralmente gli rubò l’idea, la diede a Bell da sviluppare, dicendo a Meucci che i suoi documenti erano andati perduti. Bell brevettò il telefono, nel 1876. Meucci gli fece causa, facendosi spon-sorizzare dalla Globe Company, undici anni dopo i giudici diedero parzialmente ragione a Meucci riconoscendo una parte dei suoi meriti. Ma non gli servì a nulla, perché il suo caveat scadeva annualmente e lui da tre anni non aveva i soldi per rinnovarlo. Bell riprese in mano il brevetto e ci costruì sopra un impero: la AT&T, ancor oggi la più grande compagnia telefonica mondiale.
Morì nel 1889, un povero vecchio operaio fallito, vittima dello spietato sistema economico americano.
Il secondo. Inventore in senso lato. Giuseppe Garibaldi. Inventore Garibaldi? Solo in senso lato. Ma cosa invento? …l’Italia!
Non ci addentreremo troppo nella vita di Garibaldi. Troppe cose sono state scritte su di lui, e forse aggiungerne sarebbe superfluo. Ci piace l’idea di farne un parallelo con la vita di Meucci.

Giuseppe Garibaldi
Giuseppe nasce a Nizza nel 1807, da famiglia benestante. Studia e intraprende la carriera marittima a Genova. Girando i mari d’Europa in lungo e in largo come marinaio, conosce le idee liberali e mazziniane, formula un suo proprio pensiero e inizia a dedicarsi con molte energie alla causa. Divenuto un disertore nel 1834, a soli 27 anni, inizia la sua vita di fuga. Francia, Tunisia, Spagna e poi Sud America. Tra il 1835 e il 1848 vive in Sud America, tra Brasile, Uruguay, Argentina. Là conosce Anita, la sposa e diventa padre. Là cresce la sua fama di eroe, di combattente e comandante valoroso.
Ebbe fortuna. Sicuramente era una persona molto al di sopra della media. Con grandi capacità e grandissimi ideali. Colto, taciturno, seppe sempre riconoscere quando era il momento di ripiegare e quando invece era il momento di forzare la mano. Rientrò in Italia nel 1848, l’anno successivo perse la moglie malata mentre erano in fuga da Roma verso Venezia. Proseguendo la fuga in maniera rocambolesca riuscì a salvarsi e l’anno seguente tornò in America, meno di due anni a New York per poi imbarcarsi nuovamente per il Perù e nuovamente per l’Italia nel 1854. Dopo 5 anni passati a fare il contadino sull’isola di Caprera, ritornò alle attività militari. E di lì a poco la famosa spedizione dei mille e la tanto agognata Unità d’Italia. E poi altre spedizioni tra Italia, Austria e Francia, ma con l’Unità d’Italia noi ci fermiamo.
Fu uomo forte, anticlericale convinto e indefesso, capo carismatico e sollevatore di folle. Non ebbe paura di sporcarsi le mani di sangue, si arrestò solamente davanti agli ordini dei suoi superiori, famoso l’obbedisco in risposta all’ armistizio di Cormons.
Non ci rimane che unire i due personaggi. La breve permanenza di Garibaldi a New York fu tra il 1850 e il 1851, anni in cui risiedeva nella stessa città Antonio Meucci. Meucci e Garibaldi divennero grandi amici. Garibaldi visse in casa Meucci per un intero inverno, e lavorò come operaio alla fabbrica di candele. Meucci aiutò Garibaldi, così come aiutò tanti altri italiani giunti a New York come esuli, gli diede un lavoro e una casa.
Destino beffardo. Il datore di lavoro, lo sfortunato e povero Meucci; l’operaio Garibaldi che già godeva di un grandissimo successo personale che sarebbe cresciuto ulteriormente da li a poco tanto da farlo appellare come eroe dei due mondi.
Tutti spesero parole buone e di ammirazione per Garibaldi. In pochi le spesero per Meucci. Tra questi pochi Garibaldi, che scrisse nelle sue memorie:
Lavorai per alcuni mesi con Meucci che, benché lavorante suo, mi trattò come della famiglia e con molta amorevolezza…
Devo confessar di più: che non era stato il contegno del mio buon principale verso di me, che mi avesse obbligato alla intempestiva mia risoluzione. Egli mi era prodigo di benevolenza e d’amicizia, siccome lo era la signora Ester di lui sposa....
Una nota in calce. Doverosa. Ci sono voluti 113 anni, ma finalmente l’11 giugno 2002 la Camera di Washington ha riconosciuto, decretandolo per acclamazione, che l’inventore del telefono non è Bell, come purtroppo continuano a insegnare i libri delle scuole, ma è l’italiano Antonio Meucci. Il suo rivale, che gli sottrasse la gloria e il successo e che su quell’invenzione costruì un impero economico ne esce come quello che fu: un impostore. Antonio Meucci parlava al telefono con la moglie malata nel 1849, quando Bell aveva appena due anni.