Aprile-Settembre 2007
Garibaldini tra guerre e cibo
Abituati come siamo a pensare al cibo prevalentemente in termini di gastronomia, raramente prendiamo in considerazione la quotidianità dell’alimentazione e ancora più raramente ci soffermiamo sul cibo in tempo di guerra o ci poniamo domande sul rapporto fra corretto approvvigionamento delle truppe ed esito di una battaglia. Eppure guerra e cibo sono strettamente connessi. Gli storici
concordano nel sottolineare che le difficili condizioni di approvvigionamento alimentare sono state una concausa del fallimento di alcune imprese risorgimentali come, ad esempio, la sconfitta degli insorti lombardi durante la prima guerra d’Indipendenza, su cui
lo stesso Comitato di Pubblica Difesa di Milano scrisse: Si è
detto, si è ripetuto che vari corpi non ebbero viveri, quali
per 48 ore, quali per 36 e che i soldati sfiniti per gli stenti e le
fatiche morivano per le vie d’inedia(1).
A
Custoza le condizioni sono molto simili. Così si esprime un
ferito rivolgendosi ai compagni nelle retrovie: Prima di battervi
procurate di aver mangiato qualche boccone. Non sono stati soltanto i
cannoni austriaci che ci hanno vinto, ma il digiuno. Siamo andati
alla battaglia come quando da ragazzi ci portano a comunicarci, e in
tutto il giorno non abbiamo toccato un filo di pane né un
sorso d’acqua, e i nostri morivano di sfinimento.(2)

L'arrivo sel bollettino di Villafranca
Domenico Induno, 1861
Nei
momenti più difficili di una guerra, riuscire ad
approvvigionare le truppe al fronte spesso diventa complesso per le
condizioni in cui si trovano ad operare gli addetti. Nella normalità
della vita quotidiana, e cioè in tempo di pace, le razioni
alimentari dei soldati, in particolare in Piemonte negli anni intorno
al 1850, prevedono due pasti al giorno e tre diverse tipologie: i
giorni di grasso con 155 g di carne di bue, pane, pasta o
riso, 0.15 g di sale, 15 g di lardo. E’ inoltre contemplata la
distribuzione – a totale carico dei soldati però –
di 350 ml di vino. I giorni di magro non differiscono dai
precedenti, salvo la sostituzione del lardo con il burro e l’assenza
di vino. Infine, durante i campi d’istruzione, le quantità
degli stessi ingredienti aumentano leggermente.
Il
rapporto quotidiano dei soldati con il cibo, soprattutto nei periodi
di guerra, può essere più realisticamente ricostruito
attraverso le memorie pubblicate a ridosso di alcuni fatti bellici.
Due sono particolarmente interessanti perché raccontano lo
stesso episodio: la guerra del 1866. Si tratta di due giovani
volontari garibaldini, uno fiorentino, l’altro marchigiano.
Entrambi vengono avviati a Bari da cui partiranno in treno alla volta
del Trentino, in un viaggio lunghissimo (a titolo d’esempio,
Bari – Ancona: 19 ore; Ancona – Milano: 24 ore) e disatrosissimo. Diverso è l’atteggiamento dei due
giovani rispetto all’esperienza che stanno vivendo. Il
marchigiano, figlio di un operaio e lavoratore lui stesso, è
forse più avvezzo a sopravvivere con poco. Il giovane
fiorentino è uno studente. Nelle sue Memorie alla casalinga
di un garibaldino,(3) insieme al racconto dei fatti di
quell’anno, appaiono frequenti riferimenti al cibo, poiché
l’autore vive ogni esperienza narrata con tutto l’appetito
dei [suoi] diciassette anni (p. 7). Emerge sin dalle prime pagine
in tutta la sua evidenza la totale disorganizzazione
dell’approvvigionamento. Spesso, nel lungo viaggio per tappe
attraverso l’Italia per raggiungere il fronte, i pasti venivano
ripetutamente promessi ad ogni sosta. Tuttavia, l’orario
d’arrivo e la promessa di cibo erano raramente rispettati. Infatti non alle tre dopo mezzogiorno come ci era stato detto,
bensì alle sette pomeridiane arrivammo in Brescia, e della
famosissima zuppa non sentimmo nemmanco l’odore, perché
nessuno aveva pensato a cuocerla (p. 64), riferisce il giovane
fiorentino. Di fatto, l’appetito e il sonno furono sempre la lex suprema dei volontari (p. 13). La fame era tale che quelle centinaia di giovanotti (…) avrebbero addentato le
cortecce degli alberi. (p. 64). Più che la mancanza di
mezzi, la reale causa di tante privazioni sembra essere la
disorganizzazione a cui gli ufficiali non si preoccupavano di porre
rimedio. (…) Come mai, – si chiede il giovane toscano
– mentre si sa che il governo spendeva a rotta di collo per le
provvigioni della nostra Intendenza, le provvigioni non arrivavano
mai in tempo, e ci siamo trovati a vivere due giorni con una mezza
galletta ammuffita, e in qualche giorno siamo stati costretti, per
campare la vita, ad entrare furtivamente nei poderi e nelle case, e
rubacchiare qualche pugnello di farina, o strappar dalla terra
qualche dozzina di patate (p. 18).

Episodio della Battaglia di Custoza
Giovanni Fattori, 1870 (particolare)
Certo,
seguendo le raccomandazioni dello stesso Garibaldi, i soldati si
recavano spesso a comprare cibo presso i contadini o nelle piccole
botteghe di paese. Disponevano di una modesta paga, 13 soldi, con cui
a Bari dove erano acquartierati in attesa di partire per il Trentino,
ci si poteva permettere l’acquisto di un pane (10 soldi) e un
litro di vino (3 soldi). In altre zone della Puglia, essendo meno
cari i generi alimentari, al semplice pane si poteva aggiungere del
salame. Provvedere da sé alla propria sussistenza sembra
essere abituale. Quando il rancio era scarso e la paga insufficiente,
spesso interveniva la popolazione, soprattutto nelle numerose soste
lungo la penisola durante il viaggio verso il fronte. Quando
giungemmo a Iesi fummo accolti dalla festosa accoglienza dei
cittadini. Accoglienza che ci fu riservata ad ogni stazione
dove ci fermavamo, Marche, Romagna, Alta Italia era sempre la stessa
cosa. Doni, fiori, sigari, vino, paste (…), conferma il
volontario marchigiano.(4)
Il
pessimo cibo distribuito ai volontari fu spesso causa di ribellione.
Ad Ancona, vennero distribuiti del pane e una piccola forma di
cacio per ogni quattro persone (p. 59). Ma, continua il giovane
fiorentino, intanto con la punta della baionetta dividevamo in
quattro porzioni il cacio, uno scoppio d’indignazione echeggiò
per tutte le file: migliaia e migliaia di bachi popolavano quelle
luride forme. Si ruppero i ranghi, e le forme volavano in aria, e
andavano a cercare il groppone di quelli che ce le avevano
distribuite (…) (p. 59). Gli anconetani, di fronte a
questo trattamento considerato indegno per gente che va a battersi
per l’Italia (p. 60), provvidero a procurare pane
buonissimo e frutta squisite (p. 61).
Una
volta al fronte, procurarsi da mangiare diventava ancora più
complesso, soprattutto se nei paesi attraversati non c’erano
locali pubblici. Andavamo dunque nelle case della povera gente a
farsi imprestare il camino, ci mettevamo in fila ognuno con la roba
cruda in mano, e si dava fuoco alla legna. (…) Andava uno con
le mani piene di pesciolini e con una porzione di lardo, e buttando
ogni cosa nella padella faceva arrosolir la frittura; poi entrava un
altro col tegamino delle uova, poi un terzo con un pezzetto di carne
da fare arrostire, il quarto con belle targhe di polenta da friggere
sulla gratella (p. 104). Alcune zone erano così povere che
appariva difficile riuscire a trovare qualcosa da mettere sotto i
denti. Riferisce il garibaldino Augusto Diolaiti: Fummo assaliti
dallo sconforto ma ci rianimò la notizia che il prete locale
forse avrebbe potuto darci qualcosa: e così fu. Ci arrivò
un sacco di polenta che diversi garibaldini s’incaricarono di
cuocere in un caldaio che avevamo trovato. Cotta alla meglio
distendemmo la polenta su una vecchia porta pulita. Dio solo sa come
ne ebbi una porzione che misi nel coperchio della gavetta; ma per
quanta fame avevo non sarei riuscito a mangiarla così come era
fatta se il mio amico caporale Sanchietti Antonio, non avesse avuto
un pezzo di burro regalatogli da una famiglia del paese (RG).
In
modo del tutto inconsapevole, i giovani garibaldini, nel descrivere
fatti e situazioni, ci offrono uno spaccato realistico dell’Italia
preunitaria in cui la popolazione benestante è una sparuta
minoranza. Riferisce il giovane fiorentino: La carne in Acquaviva
(Puglia) è un mito: a chiedere una minestra e un po’ di
lesso, non capiscono neppure. Si cibano soltanto di salumi e
formaggio, e nelle case accendono di rado il fuoco (p. 33).
Ignaro del fatto che il cosiddetto mangiare asciutto è
tipico di quelle popolazioni che non hanno nulla da mettere in
pentola e che pertanto danno fondo alle poche provviste accumulate in
momenti migliori, il giovane garibaldino così prosegue: Un
paio d’uova al tegame è il non plus ultra della
splendidezza culinaria; ma credo che le mangiasse a malapena il
Sindaco, e neppure tutti i giorni (p. 33). Certo c’è
chi promette al giovane, sempre in Puglia, una buona colazione
composta da crostini col burro e un caffè e latte
coll’uovo, o chi afferma, proprio perché si tratta
di un fatto eccezionale: Come si stava bene da quei ricconi!
deguné [déjeuner] e pranzi squisiti [Aspromonte, 29 agosto 1862].(5) Ma sono rarità.
Il
lungo percorso dei volontari garibaldini dal centro di raccolta di
Bari fino al Trentino offre spunti d’osservazione interessanti
sulle abitudini alimentari delle popolazioni italiane così
diversificate da sud a nord. Le scellerate minestre e i perfidi
intingoli mangiati in Bari avevano bisogno di stomachi a tutta prova (p. 42), puntualizza il volontario fiorentino che mal sopporta anche quel vino del mezzogiorno grosso e gagliardo (p. 43). Emergono
a tratti da queste memorie le diverse culture alimentari dell’Italia
preunitaria che Artusi, nonostante i forti ideali che lo animavano,
non riuscì del tutto a unificare, e la cui eredità
rappresenta oggi la nostra ricchezza.
(1) Gli ultimi tristissimi fatti di Milano narrati dal Comitato di
Pubblica Difesa, Italia, 15 settembre 1848. Citato in Storia
d’Italia, Annale 13, L’alimentazione, p. 497
(2) Memorie alla casalinga di un garibaldino. Guerra nel Tirolo, 1866,
Livorno, 1866, p. 71
(3) Memorie alla casalinga di un garibaldino. Guerra nel Tirolo, 1866,
Livorno, 1866. D’ora in poi le citazioni saranno seguite dal
solo numero di pagina.
(4) Ricordi di un garibaldino. Sito: www.stefanoschiavi.com, d’ora
in poi citato con la sigla RG
(5) Dai campi di battaglia a Caprera. Le osservazioni di Giuseppe
Nuvolari alle Memorie del Generale Garibaldi, a cura di M.
Gavelli e O. Sangiorgi, Bologna, Museo Civico del Risorgimento, 2005,
p. 73

Garibaldini il giorno innanzi la Battaglia del Volturno
Filippo Palizzi, 1860
La ricetta
Da
quanto emerge dalle memorie dei garibaldini, il cibo dei militari era
davvero essenziale: pane o gallette e vino, con poco companatico,
perlopiù formaggio. A volte si poteva mangiare una minestra o
un po’ di polenta. Ci si nutriva spesso con cibi locali
estremamente semplici come uova, salumi, patate, qualche volta
frutta, raramente carne. Appare pertanto difficile far riferimento
alle imprese garibaldine, o più generalmente risorgimentali,
per illustrare una qualche ricetta. Né si può pensare a
Garibaldi in persona che aveva abitudini alimentari di grande
frugalità. A Caprera, una costante era il pesce appena pescato
cotto senza condimenti. Il Generale gradiva soprattutto rustiche
zuppe di verdure e legumi. Il suo dessert preferito era costituito da
gallette da marinaio e uva passa, che ispirarono i Biscotti
Garibaldi ancora oggi in vendita nei grandi negozi inglesi. Perciò,
per descrivere una ricetta creata in guerra, dobbiamo rivolgerci ad
un altro personaggio, Napoleone, anche lui amante di cose semplici e
commensale alquanto sbrigativo e distratto. Eppure la ricetta che
segue è strettamente legata all’epopea napoleonica, e
più precisamente alla battaglia di Marengo. La sera della
vittoria riportata dai francesi, il 14 giugno 1800, il cuoco del
Primo Console, Dunand, non avendo nelle vicinanze il carro dei
viveri, rimediò, presso la casa di un contadino, tre uova,
quattro pomodori, sei gamberi di fiume, un pollo, qualche spicchio
d’aglio e un po’ d’olio. Con questi pochi
ingredienti imbastì la cena. Tagliò a pezzi il pollo,
lo fece rosolare, poi lasciò terminare la cottura con aglio e
pomodoro. Servì il tutto con un contorno di uova fritte,
gamberetti saltati in padella e crostini. Si dice che Napoleone
amasse in modo particolare questo piatto che gli ricordava quella
difficile vittoria. Non
esiste una ricetta ufficiale del pollo alla Marengo, ma sono
diffuse numerose varianti. Ho scelto la ricetta che più si
avvicina all’originale.
Pollo alla Marengo
Ingredienti (per 6 persone)
1 pollo –
3 cucchiai di olio d’oliva – 5 pomodori pelati – 1
bicchiere di vino bianco – 1 spicchio d’aglio – 6
uova - 12 gamberi di fiume – 6 fettine di pane raffermo –
prezzemolo tritato – sale e pepe q.b.
Esecuzione
1. Dividere
il pollo in pezzi. In una casseruola piuttosto larga, farlo rosolare
a fuoco vivo. Aggiungere
½ bicchiere di vino bianco e lasciare sfumare
2. Togliere il pollo dal
tegame. Aggiungere al fondo di cottura l’aglio e i pomodori a pezzetti
3. Far sfrigolare per
qualche minuto, salare e pepare adeguatamente, poi mettere di nuovo
il pollo nel tegame e far terminare la cottura a fuoco lento
4. Nel frattempo, far
saltare i gamberi in padella con poco olio. Sfumare con il vino
bianco
5. Friggere i crostini
nell’olio, fare ben gocciolare, adagiarvi sopra le uova fritte
(per una maggiore
leggerezza, il pane può essere abbrustolito)
6. Servire il pollo in un
grande piatto di portata contornandolo con i gamberi e le uova sui
crostini. Per ultimo, cospargere di prezzemolo tritato.
Varianti
·
Si può infarinare il pollo prima di rosolarlo
·
Si possono aggiungere 150 g di funghi a fette, a metà cottura
·
C’è chi, come l’Artusi, elimina pomodori e funghi,
e aggiunge a fine cottura, oltre al prezzemolo, il succo di
mezzo limone.
·
Le uova, i gamberetti e i crostini sono scomparsi con il tempo.