Gennaio-Marzo 2008
 

Salotti Bolognesi

Pierpaolo Franzoni

Il salotto della principessa Mathilde in rue de Courcelles in un dipinto di Charles Giraud, 1859 (particolare)
Il salotto della principessa Mathilde
in rue de CourcellesCharles Giraud
1859 (particolare)

Il nostro Circolo ha inaugurato l’anno scorso una serie di eventi periodici che ha chiamato Salotto Ottocentesco. Non saranno ovviamente una riesumazione nel XXI secolo di quelli passati, ma potrebbero diventare, più realisticamente, un modo di incontro per ricordare quelli che tanta parte ebbero nella storia del costume italiano.
E se a Firenze era la contessa d’Albany che teneva il suo famoso salotto nel Lungarno, e a Milano Clara Maffei quello notissimo romantico-risorgimentale, il nostro, giocoforza, cosa dovrà essere se non il salotto di Alessia Branchi, poiché ogni salotto ottocentesco che si rispetti si declina sempre al femminile.
Fare salotto e salottiero nella nostra epoca hanno un significato frivolo e leggero ed equivalgono per lo più al passare il tempo in chiacchiere.
Nell’Ottocento, invece, queste occasioni di ritrovo avevano connotati tutti diversi.
Il salotto suppliva alla sede del partito politico, al cenacolo di cultura per i giovani, alla sala per pianoforte e alla sala di danza; era un’accademia per declamare versi, perfino un telegiornale perché passavano sempre ospiti stranieri e illustri provenienti da altre città e Stati che portavano notizie; sostituiva insomma anche il nostro Internet e certamente Novella 2000.
Non è casuale, poi, che l’accezione negativa sia stata nel tempo determinata da un malcelato maschilismo: infatti non c’era salotto senza una donna, anzi la donna ne era la titolare unica.
Nei salotti ottocenteschi era la parola a farla da padrone perché lo scambio di idee, di opinioni e di notizie era necessario per socializzare e dare corpo ai temi più in voga: dalla politica alla letteratura, dall’informazione al pettegolezzo. Senza dimenticare che i salotti erano anche i luoghi dove si combinavano i matrimoni e avvenivano i corteggiamenti.
Tanto che si racconta di Byron, come a Venezia aveva quasi abbandonato il salotto letterario della contessa Albrizzi per quello della contessa Benzoni che riceveva una società più libera… e lì Byron fece scivolare un biglietto nella mano di Teresa Guiccioli, che sarebbe poi diventata la sua amante.
E per saperne di più vi rimando alla lettura di un libro bello e fondamentale che parla di Bologna e dei suoi salotti, scritto da Elena Musiani, Circoli e salotti femminili nell’Ottocento. Le donne bolognesi tra politica e sociabilità (Bologna, CLUEB, 2003), e dal quale prendo spunto per scrivere queste righe.
Era un mondo interessantissimo, quello dei salotti. Ogni cosa, come ho detto, ruotava attorno alla padrona di casa, la salonnière, che apriva le sue stanze per ricevere e che selezionava i suoi ospiti accogliendoli con grazia e intelligenza.
Fare salotto era un’arte che nelle famiglie nobili si imparava fin da bambine e tenere circolo un’attitudine insegnata alle ragazze perché voleva dire saper stare in società.
A Bologna furono le famiglie aristocratiche senatorie - quelle che da tre secoli risultavano praticamente stabili come classe dirigente e che detenevano il potere sotto la inflessibile mano del legato pontificio - che diedero inizio all’epoca dei salotti.

Famiglie che erano spesso imparentate fra di loro, che condividevano capitali, interessi e idee.
I salotti Pepoli, Tanari e Gozzadini, in epoca risorgimentale, furono però anche le fucine delle nuove istanze liberali e patriottiche della città. Andarono cioè ben oltre i consueti ricevimenti di conversazione e discussione politica, dedicandosi anche ad attività concrete; tanto che troveremo le signore assidue cucitrici di bandiere e divise, preparatrici di bende per i feriti e raccoglitrici di fondi per la causa.
Ma torniamo all’inizio del secolo, quello più caratterizzato dai salotti classici e letterari, che ancora risentivano del Settecento, cioè del secolo dei lumi e dell’Accademia dell’Arcadia.
Il fenomeno dei salotti nacque nel Settecento in Francia, M.me De Stael nel 1807 indicò per la prima volta col termine salon il luogo di conversazione. Ella fu tra le prime salonières con M.me Récamier.
Fenomeno davvero tutto francese, se si pensa che negli stessi anni in Inghilterra i luoghi di socializzazione erano ancora fuori di casa, in circoli e clubs per soli uomini.
Nell’Ottocento a Bologna fra le prime signore che tengono salotto, oltre a Maria Brizzi Giorgi che sa dare vita nella sua casa a momenti culturali letterari e musicali di levatura europea, troviamo Teresa Carniani Malvezzi. Donna dotta, componeva prose e poesie ed ebbe un’amicizia intensa con Giacomo Leopardi, durante il secondo soggiorno bolognese del poeta, fra il 1825 e 1826.
Nel suo salotto si leggeva ad alta voce, si faceva musica al pianoforte, si recitavano brani classici, si facevano giochi di società.
Cornelia Rossi Martinetti accoglieva invece nel suo salotto-letterario che veniva chiamato all’epoca, ed a ragione Orto delle Esperidi.
La sua meravigliosa casa, che occupava un intero isolato fra via San Vitale e via Zamboni, comprendeva anche un suggestivo giardino di atmosfera neo-classica, fatto costruire dal marito architetto secondo i dettami dell’estetica illuminista. Il giardino inglobava persino la cripta costruita sull’arena dove avvenne, secondo la tradizione, il martirio dei Santi Vitale ed Agricola (ora facente parte del complesso della chiesa omonima) che era allestita come una grotta pagana.
Qui incontriamo, devoti alla Martinetti, sia un malinconico Canova che un giovane Foscolo che la volle ritrarre come sacerdotessa della poesia nel carme Le Grazie.
La marchesa Anna De Gregorio, passata alle cronache come la Sampireina perché moglie del marchese Sampieri, riceveva nella villa di Casalecchio. E qui il salotto diviene anche palcoscenico da feuilleton, perché lo frequentava Alessandro Guidotti, giovane ufficiale prima di Murat e poi della Guardia Civica. Pare che fra i due ci fosse un tenero rapporto romantico e si disse che lui si fece uccidere sul campo di battaglia per amore e che la marchesa andò a richiederne il corpo.
Maria Laura Malvezzi Hercolani ebbe Rossini come ospite fisso e diede rifugio e sovvenzione ai patrioti negli anni dell’Unità d’Italia.
Brigida Tanari e la figlia Augusta tennero un salotto prettamente politico, dove si propugnava la causa italiana e talvolta si passava dalle parole all’azione. Infatti, trovandosi il loro palazzo di via Galliera non lontano dagli scontri dell’otto agosto bolognese, divenne rifugio e ospedale per i feriti.
Non da meno è il salotto di Carolina Pepoli, nipote d’arte, si potrebbe dire. La rivoluzione faceva parte della sua educazione e del patrimonio che gli aveva trasmesso il nonno Gioacchino Murat. In quel salotto in via Santo Stefano, animato anche dal conte Tattini marito di Carolina, anch’egli spirito liberale, l’impegno politico era di casa. E dai primi entusiasmi per l’illusione che aveva dato Pio IX di farsi promotore della unificazione italiana, ben presto allo stesso pontefice non si lesinarono aspre critiche. Nel salotto di Carolina passava tutta la politica bolognese e non, da D’Azeglio a Minghetti e si organizzava e tramava con fervore risorgimentale durante le guerre di Indipendenza. Nel salotto di Elena Gozzadini Mariscotti se da una parte, come dalla Tanari, si cucivano bandiere, dall’altra si discuteva anche di musica e di diversi argomenti di mondanità. Nelle lettere che scriveva al figlio passava dal resoconto puntiglioso dei fatti dell’otto agosto al racconto altrettanto particolareggiato di un viaggio a Firenze dove, per un celebre ballo, oltre mille persone furono accolte in un appartamento di 18 stanze, e si ballò in una superba sala, che si dice fosse la più vasta della città, splendidamente illuminata. La nobildonna scriveva che la festa durò fino alle sei, di mattina si deve supporre, ma che ella se ne partì già alle quattro e mezza.
Nella seconda metà del XIX secolo nei salotti bolognesi si svilupparono e presero corpo le iniziative per l’emancipazione femminile.
Gualberta Alaide Beccari e Giulia Cavallari, con la rivista La Donna, dichiararono e sostennero il diritto all’istruzione e al lavoro. I loro salotti sentirono tutto l’influsso del pensiero mazziniano che ne guidò le iniziative sociali.
La fine dell’Ottocento determinò poi il declino e il Novecento la fine di queste forme di socializzazione. I mutamenti socio-politici porteranno le donne fuori dalle mura domestiche per dare forma alle nuove istanze dell’emancipazione femminile.


De Nittis: Il salotto della principessa Matilde (1883)
De Nittis: Il salotto della principessa Matilde (1883)


 

 

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