Aprile-Settembre 2008
L'addio dello studente bersagliere
Da una ventina d’anni nelle sale del Museo Civico del Risorgimento di Bologna è esposta una statuetta in terracotta, alta appena 30 centimetri, opera di uno scultore non molto noto, il forlivese Fortunato Zampanelli, (1828–1909) dal titolo struggente: L’addio dello studente bersagliere.
Il gruppo, realizzato all’indomani del 1848, rappresenta due giovani: una fanciulla in lacrime ed un bersagliere con il cappello piumato in capo, che la stringe e sembra consolarla. Il giovane si appresta a partire per la Prima Guerra di Indipendenza, sta salutando la fidanzata e tenta inutilmente di consolarla e tranquillizzarla. Lo scultore Zampanelli, che negli anni centrali del Risorgimento partì volontario per quattro campagne di guerra, volle rappresentare nella terracotta una scena a lui ben nota: la partenza per la guerra dei giovani volontari, o forse addirittura la propria. Erano quelle guerre sostenute dall’entusiasmo popolare e dall’esuberanza giovanile, nelle quali i battaglioni studenteschi ebbero un ruolo primario: chi non ricorda i battaglioni universitari toscani che combatterono a Curtatone e Montanara, o le note della canzone che accompagnò i volontari in quella ed in altre campagne:
Addio mia bella addio,
che l’armata se ne va,
e se non partissi anch’io
sarebbe una viltà.
Il sacco è preparato,
il fucile l’ho con me,
ed allo spuntar del sole
io partirò da te.
Ma non ti lascio sola
io ti lascio un figlio ancor
Sarà quel che ti consola:
il figlio dell’amor.
Il volontarismo nel Risorgimento coinvolse migliaia e migliaia di persone, in massima parte giovani e giovanissimi, di quasi ogni provenienza sociale e territoriale (anche se assenti furono, quasi completamente, i lavoratori della terra che, all’epoca, erano senza dubbio la grande maggioranza della popolazione). Fu un fenomeno che colorò profondamente gli anni centrali dell’Ottocento, lasciando poi, per gli sviluppi che presero le vicende del nuovo Regno d’Italia, una lunga scia di delusi, ma non di pentiti delle scelte fatte in gioventù.
Tanti furono anche i martiri, come usava dire allora, della causa nazionale, anch’essi per lo più giovani, che tante volte si avviavano alla tragica conclusione della propria esistenza con incredibili parole sulle labbra:
Chi per la patria muor
vissuto è assai;
la fronda dell’allor
non muore mai.
Piuttosto che languir
per lunghi affanni,
è meglio di morir
sul fior degli anni.
Chi muore e dar non sa
di gloria un segno
alle future età,
di fama è indegno.

L’addio dello studente bersagliere
Terracotta, Fortunato Zampanelli
Infine, due parole per ricordare lo scultore, la cui biografia può ben essere letta come ideale curriculum del giovane italiano che combatte come volontario per l’Unificazione e la libertà del paese. Iscritto alla Giovine Italia sin da giovanissima età, nel 1848 è volontario nella Terza Legione Romana, nel 1849 alla difesa di Roma, nel 1859 nella Seconda Guerra di Indipendenza. Il 12 giugno 1860 si imbarca a Quarto sul vapore Aberdeen, insieme a tanti altri volontari che andavano a raggiungere l’Armata Meridionale Garibaldina partita un mese prima con la Spedizione dei Mille. Sempre fedele ai propri principi repubblicani ed alle idee di onestà e probità morale, morirà in povertà, dopo avere insegnato disegno per trent’anni nelle scuole forlivesi, lavorando al contempo come scultore.
L’iscrizione posta dai figli sulla sua tomba ricorda la sua opera e la sua vicenda patriottica:
Fortunato Zampanelli
Scultore
ufficiale del dittatore
Giuseppe Garibaldi nel 1860
cospiratore – volontario
in 4 campagne per l’Italia
morto nel 1909.