Aprile-Settembre 2008
 

Il primo maestro

Gianna Daniele

Ero alla ricerca di un soggetto interessante per un articolo su Jourdelò e, avvicinandosi l’appuntamento del ballo in piazza Carducci, l’argomento mi sembrava un po’ obbligato. Su Verdi, però, hanno già scritto in tanti; si aggiunga che io non sono affatto una storica. Partire da qualche notizia storica mi è sembrato comunque l’unico approccio possibile; la maggior parte delle biografie di Verdi che ho trovato iniziano più o meno in questo modo:

“Giuseppe Verdi nacque a Roncole di Busseto, all’epoca annesso al Ducato di Parma governato dalla Francia, il 10 ottobre 1813. Peppino (come veniva chiamato affettuosamente) era nato con il nome di Giuseppe Fortunino Francesco da Carlo Verdi, oste, e Luigia Uttini, filatrice. Nonostante le origini umili della sua famiglia gli rendessero difficile accedere a studi regolari, s'avvicinò giovanissimo alla musica, incoraggiato dal padre che gli aveva acquistato una vecchia spinetta dove apprendere i primi rudimenti. Mosse quindi i primi passi nella musica sotto la guida di Pietro Baistrocchi, organista della chiesa di Roncole, dal quale imparò probabilmente anche a leggere, a scrivere e a far di conto. Il mercante di Busseto Antonio Barezzi, suo futuro suocero, si interessò affinché il giovane Verdi potesse frequentare il ginnasio a Busseto e seguire le lezioni di musica del maestro Ferdinando Provesi, organista di Busseto e direttore della Società Filarmonica. Sin dall’età di quindici anni Verdi aveva cominciato a comporre musica, sia sacra sia profana, ad uso della locale società filarmonica e di privati bussetani……”

La spinetta di Verdi
La spinetta di Verdi

Si potrebbe parlare della spinetta! Strumento interessante e sicuramente poco conosciuto se non dagli addetti ai lavori…
Si legge su Wikipedia che “la spinetta appartiene alla famiglia degli strumenti a tastiera con corde pizzicate, assieme al clavicembalo e al virginale. A differenza del clavicembalo, è di dimensioni contenute, cosa che ne permette un facile trasporto; per questo motivo, godette di una certa popolarità durante il XVIII secolo. La praticità ne permetteva l'uso in ambiente domestico dove veniva usato come strumento di accompagnamento al canto o ad altri strumenti come il liuto o la viola da gamba”.
Ha forma poligonale ed ha una sola corda per nota; produce così un suono che risulta piuttosto delicato.
Esiste anche un aneddoto legato alla prima spinetta appartenuta a Verdi:
“Il restauratore, nel rimettere a posto la vecchia spinetta del giovane musicista, non si fece pagare dal papà di Giuseppe, che non poteva permettersi grandi spese, ma si ritenne giustamente compensato dal talento musicale e della buona volontà che il ragazzo dimostrava per lo studio. All'interno del suo primo strumento, su un foglietto incollato è leggibile ancora oggi:
Da me Stefano Cavaletti fu fatto di nuovo questi saltarelli e impenati a corame e vi adatta la pedaliera che ci ho regalato; come anche gratuitamente ci ho fatto di nuovo li detti saltarelli, vedendo la buona disposizione che ha il giovinetto Giuseppe Verdi d’imparare suonare questo istrumento, che questo mi basta per essere del tutto pagato. Anno Domini 1821.
Giuseppe Verdi potè in tal modo continuare a far musica sulla sua amata spinetta, non se ne liberò mai e lo strumento è attualmente custodito tra i cimeli verdiani presso il Museo teatrale della Scala di Milano”.

Ma più della spinetta, il personaggio che ha attirato da subito la mia curiosità è senza dubbio Pietro Baistrocchi, primo maestro di Verdi e figura che aleggia in tutte le biografie, ma sulla quale risulta assai difficile trovare notizie storiche. Dopo una serie di ricerche infruttuose, forse anche a causa del poco tempo che avevo a disposizione per dedicarmi alla stesura dell’articolo, grazie al prezioso aiuto del Prof. Mingardi, responsabile della Biblioteca di Busseto, ho scoperto che probabilmente l’unico libro in cui si parli un po’ di lui è di Mary Jane Phillips-Matz “Verdi – a Biography”, edito da Oxford University Press nel 1993.
Si scopre quindi che Pietro Baistrocchi, oltre ad essere il Magister pargulorum, era anche agricoltore ed organista in parrocchia. La prima spinetta di Verdi pare fosse proprio sua. Poco altro, se non la data della morte, il 1923, quando Verdi ha dieci anni e più o meno in corrispondenza del periodo in cui il ragazzo si trasferirà a Busseto per proseguire gli studi.
Su questi pochi elementi ho costruito una piccola storia di fantasia; gli storici non sobbalzino sulle seggiole e non me ne vogliano; le poche righe che leggerete sono solo il frutto di un’idea che io mi sono fatta del maestro Pietro Baistrocchi e di quanti, come lui, hanno vissuto nell’ombra.

Immagine di separazione

E’ stata una mattina buia; ha piovuto tanto e tanto forte che durante la prima messa i pochi fedeli hanno fatto fatica a sentire le parole del parroco; poi via di corsa a casa sotto le mantelle zuppe di acqua e di vento ed i cappelli a tese larghe che riparano si e no gli occhi. Io non ho potuto sistemare le piante dell’orto, la terra era già fango ed ho dovuto subito rinunciare all’impresa; mia moglie mi guardava silenziosa dalla finestra e scuoteva piano il capo, pensando alla mia cocciutaggine; ormai i dolori alla schiena sono piuttosto forti, faccio fatica a chinarmi, ma la famiglia ha bisogno del mio aiuto e fino a quando ci sarò e sarò in grado di muovermi, farò il mio dovere.
Insomma ho preso anch’io il mio pastrano ed ho fatto una corsa in chiesa; visto che nell’orto non c’era nulla da fare, forse potevo suonare l’organo ed accompagnare la messa.
Fortunatamente avevo lasciato in canonica una maglia pulita, un paio di pantaloni e dei calzini; le scarpe le ho tolte tanto i piedi scalzi non li vede nessuno mentre suono.
E quando suono mi si asciuga addosso tutto, acqua, dolore, fatica, tristezza, la musica mi entra dentro e scalda ogni più piccola piega di me; entra dalle mani ed esce dagli occhi, passando per le braccia, la testa, il cuore. Io non so suonare, sono solo un meccanico della musica, produco suono col movimento delle dita e dei piedi; eppure basta questo, anche se poco, per portarmi fuori dalla chiesa, dalle Roncole, dal Ducato.
La messa è finita da poco e si sente ancora l’eco del suono nelle navate illuminate a malapena; ecco, il suono è infranto dal fragore di un tuono, poi la luce improvvisa di un fulmine; si, Peppino oggi farà un esercizio sul temporale, buona idea, un temporale sull’organo della chiesa, poi un temporale sulla spinetta a casa; è un po’ malandata ma fa ancora il suo dovere.
Quel ragazzo ha qualcosa, ed è qualcosa che io non ho; lo vedo nelle sue mani, delicate e forti e decise; le dita seguono le note anche quando non sanno ancora cosa dovranno fare. E poi i lineamenti del viso; c’è una forza di volontà, una tensione al miglioramento, una piega che non ho ancora visto sul volto imberbe dei fanciulli che ho accompagnato finora alla scoperta della musica. Eppure ne ho visti di ragazzini, fra la scuola e la canonica; ma in lui c’è la spinta ad uscire dal mondo delle Roncole, lo sento.
Mi domando se sono all’altezza, il talento va guidato nella giusta direzione, e forse una spinetta ed un organo da chiesa non sono granché, forse anche io non sono granché per questo ragazzo. Quando arriva sento la musica delle sua scarpe su per le scale di legno; e la musica delle sue scarpe si accompagna sempre al fischiettare delle sue labbra ed al respiro affannoso e gioioso ed al buongiorno maestro che squilla forte e melodioso nelle mie orecchie. Ed io lo accolgo con un sorriso, sempre, perché il talento ha bisogno di sorrisi per riconoscersi.
Non potrò fare molto per questo ragazzo, e credo anche che il tempo che mi rimane non sia quanto vorrei, comunque potrò pensare di aver avuto un privilegio, un grande privilegio, di averlo aiutato a capire che si può guardare oltre i confini, che si può anche sperare di andare oltre questi confini, che forse i confini non esistono.
Ecco, lo sento, su per le scale, è già ora, è la sua ora, lui e la musica.
Non sento più i tuoni, uno squarcio di sole illumina l’affresco di là dal muro, i miei piedi sono ormai caldi, forse posso rimettermi le scarpe…

La casa natale di Verdi
La casa natale di Verdi


 

 

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