Ottobre-Dicembre 2008
 

L’Ottocento in Casa Gellini

Marta Gellini

Nella mia famiglia di solida tradizione repubblicana, ostinatamente anticlericale e anticomunista, poi, si sa, molti figli non seguono le orme dei padri...
Proseguiamo.
Quest’estate sono andata a Brisighella. Sono affezionata a questa cittadina, perché da piccola era una delle mete delle gite domenicali e perché ci sento il profumo di Fognano, di quei fine settimana che ci affaticano e ci animano così profondamente.
Il proprietario della Locanda Cavallina, sapendo delle mie origini romagnole, ha chiesto da dove venissi precisamente e, per la verità, ha subito simpaticamente preso le distanze da quel pezzo di Romagna che mi ha dato i natali, secondo lui così pieno di nebbia e di gente dura.
Il discorso è proseguito dentro di me facendo affiorare alcuni ricordi, quelli che danno calore nei momenti tristi.

Sono nata in un minuscolo paese di nome Ragone. Nella cucina di casa mia c’era un piccolo crocefisso bianco, trasparente, quasi invisibile: una concessione alla componente femminile di famiglia, immagino.
Nella sala, però, campeggiava, al posto d’onore, Giuseppe Mazzini, in un grande ritratto che è rimasto saldamente al suo posto fino a quando, negli anni 80, la famiglia si è trasferita a Bologna.
Terre dure… Le fazioni erano quelle dei verdi repubblicani e dei rossi comunisti.
Il Primo Maggio il cancello di casa mia, normalmente spalancato, era chiuso perché non doveva entrare chi distribuiva il garofano rosso. Quando poi Radio Capodistria trasmetteva l’inno Bandiera Rossa si doveva necessariamente azzerare il volume.
Sono vivi nella mia memoria i tempi in cui le elezioni politiche erano precedute da un gran via vai fra le case del paese e ci si vestiva a festa per compiere il proprio diritto-dovere per eccellenza.
Due ricordi mi rimandano a una sensazione di leggerezza gioiosa non usuale nella mia infanzia disturbata da una vita familiare molto conflittuale.
Il primo è legato a mio zio, il patriarca, il vero capofamiglia, il mio caro babbo mi perdonerà. Ecco, lo zio davanti alla brace dove si arrostiva la carne cantava per me bambina… La Canzone del Piave. La conoscerete senz’altro, è una delle canzoni patriottiche più conosciute e fu scritta nel 1918. Per lo zio Cichino, ragazzo del ’99, gli echi dell’800 non erano lontani, così come gli avvenimenti vissuti nella giovinezza; infatti i fatti storici cui la canzone è ispirata risalgono alla Prima Guerra Mondiale alla quale aveva partecipato. Il testo si riferisce in particolare al giugno del 1918 quando l’Austria-Ungheria decise di sferrare un grande attacco sul fronte italiano del Piave.
L’altro ricordo è ancora più legato all’Ottocento. A Ragone vigeva la consuetudine di festeggiare l’anniversario della Repubblica Romana, la piccola repubblica, nata nel contesto dei grandi moti del 1848 che coinvolsero tutta l’Europa. Nacque nei territori dello Stato Pontificio a seguito di una rivolta liberale e, proclamata il 9 febbraio 1849, fu governata da un triumvirato composto da Carlo Armellini, Giuseppe Mazzini ed Aurelio Saffi.
Quel giorno dell’anno il fermento era palpabile, non si soffriva il freddo, la mia tristezza era accantonata, disciolta nell’agitazione che c’era intorno a me e appannata dall’attesa dell’occasione di gioia da vivere insieme a gran parte dei compaesani. La zia azdora che viveva con noi, o, meglio, la severissima e animosa capocuoca, e tutta la famiglia erano impegnate a preparare il cibo da portare la sera al circolo repubblicano. Lì si festeggiava l’anniversario con la tradizionale zena de scartoz (cena del cartoccio). Purtroppo non conosco l’origine di questa definizione e i miei tentativi di approfondire sono stati vani; in effetti, sembra che il festeggiamento avvenisse solo in una piccola parte di Romagna.
Torniamo al mio ricordo, quello che mi riscalda: è buio, tutto è ricoperto di neve, abbiamo già portato al circolo le sedie, forse anche un tavolo. Ora dal carretto di legno dipinto di grigio si sprigiona profumo di pollo, rosmarino, coniglio arrosto, io cammino a fianco del mio babbo e ho l’acquolina in bocca, sta ancora nevicando, i suoni sono ovattati e mentre percorriamo la stre vecia, la strada vecchia, mi giro e vedo delle lucette splendenti che delineano una bell’edera verde, simbolo dei Repubblicani, appesa alla casa dove si trova il negozio d’alimentari. Il ricordo continua ancora legato agli odori, quelli della sala del circolo dove si cenava: il sigaro, il legno di tavoli bruciacchiati dalle sigarette dei giocatori di carte, la stufa a legna al centro della camera, il buon cibo e il profumo della festa. Rivedo ancora me bambina passare da un tavolo all’altro per assaggiare l’erba dei vicini che, si sa, è sempre la più verde.
Nostalgia d’atmosfere ma è tempo di tornare ai giorni nostri, per ricordare a me stessa e a chi legge che non sono Matusalemme! ...e voglio chiudere aggiungendo che, qualche anno fa, ho ricevuto una telefonata da conoscenti in Romagna che invitavamo me e mia sorella a cena per festeggiare...
il 9 febbraio. Eh, gente dura i Romagnoli!

 

 

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