Gennaio-Marzo 2009
 

A noi non resta che soffrire
Antonio Bajamonti, mirabile cittadino e Podestà di Spalato Italiana

Andrea Olmo

Tra le pagine meno conosciute del nostro Risorgimento vi è sicuramente quella dell’Irredentismo Dalmata. Le terre di là dall’Adriatico, suddite per secoli della Repubblica di Venezia, ancora nell’Ottocento si sentivano terre venete Figlie della Serenissima e, pertanto, Figlie d’Italia. E anche qui, come nel resto del Belpaese, divampò la lotta per l’Unità resa, se possibile, ancora più eroica dalle difficili condizioni in cui ebbe luogo.
Già all’inizio del XIX secolo, infatti, gli italiani erano ormai una minoranza in Dalmazia: secondo il Generale Marmont, Governatore della regione per conto di Napoleone, gli italiani rappresentavano circa il 30% della popolazione totale. Erano mercanti, artigiani, marinai e professionisti, concentrati in massima parte nelle città e nelle isole, dove costituivano l’assoluta maggioranza. Gli slavi, invece, erano perlopiù poveri contadini e pastori croati e morlacchi, confinati nei piccoli borghi dell’entroterra e parlanti un arcaico dialetto croato, l’akavo. A questa situazione, che vedeva gli italiani in minoranza anche se comunque minoranza consistente e sicuramente la parte più produttiva e culturalmente avanzata della regione, si aggiunse, dal 1815, la dominazione austriaca che, nel tentativo di reprimere le aspirazioni nazionali italiane, favorì in ogni modo le popolazioni slave, combattendo al contempo tutte le iniziative portate avanti dai nostri connazionali.
In questo quadro ostico e complicato emerge la figura di Antonio Bajamonti ultimo podestà italiano di Spalato e definito da alcuni, per la sua fiera dedizione alla causa italiana, il Cristo di Dalmazia.
Antonio Bajamonti nacque a Spalato il 18 settembre 1822 figlio di Giuseppe, Cancelliere Petroriale di Lissa, e di Elena Candido, nobildonna della vicina Sebenico. Rimasto orfano di padre in tenera età, compì i primi studi nella città natia, iscrivendosi quindi all’Università di Padova, allora meta abituale di studi per la classe dirigente italo-dalmata. E qui Bajamonti venne per la prima volta a contatto con le idee mazziniane e con le lotte per l’Indipendenza del nostro Paese: in seguito ai moti del 1848, e alla fugace ricostituzione della Repubblica Veneta, Antonio e suo fratello Girolamo si arruolarono nella Guardia Nazionale della Serenissima.
Laureatosi in Medicina nel 1849, il 6 ottobre dello stesso anno sposò la sua concittadina Luigia Crussevich. Nel 1850 rientrò a Spalato e nei due anni successivi esercitò come medico condotto nel piccolo paesino di Signo nell’entroterra spalatino.
Ben presto però, insofferente verso le costrizioni imposte dal governo austriaco, abbandonò la professione gettandosi anima e corpo nella lotta politica, nelle file del Partito Autonomista.
La situazione in Dalmazia, fino a quel momento abbastanza tranquilla grazie all’autonomia di cui la regione godeva in seno all’Impero, stava proprio allora iniziando a deteriorarsi. Negli anni tra il 1852 e il 1856, infatti, lo scontro politico divenne al calor bianco; due erano i partiti che si affrontavano: i cosiddetti tolomasi, filo-italiani e fautori di una Dalmazia italiana o comunque di una Dalmazia autonoma all’interno dell’Impero, e i puntari, filo-croati e appoggiati da Vienna sostenitori di una Dalmazia unita al Regno di Croazia sotto la sovranità asburgica.
Antonio fu pienamente coinvolto nella battaglia, subendo ripetute minacce ed aggressioni da parte dei croati e pesanti persecuzioni fino ad arrivare al carcere, da parte del governo austriaco.
Intanto edificò a sue spese, nel 1859 a Spalato, un teatro di 1.500 posti, e fondò il movimento dell’Unione Liberale insieme ad altri due valenti patrioti, Giacomo Granich e il Dott. Antonio Radman.
Finalmente, il 9 gennaio 1860, fu eletto Podestà di Spalato, al posto del vecchio Conte Dudan, carica che tenne salvo una breve interruzione fino al 1880; negli anni successivi, inoltre, fu eletto anche al Sabor, la Dieta Provinciale Dalmata a Zara, dove sedette ininterrottamente dal 1861 al 1891, e più tardi al Parlamento di Vienna dal 1867 al 1870, e ancora dal 1873 al 1879.
L’impegno profuso da Bajamonti per la sua città fu immenso: introdusse in città l’illuminazione a gas e il primo impianto fognario, costruì ospedali, scuole e la diga foranea del porto, costituì la Banca Dalmata e la Società Operaia di Mutuo Soccorso, istituì una linea di piroscafi con Pescara. Le sue opere più importanti e più note però furono la costruzione di una grande piazza, con dei portici ispirati alle Procuratie di S.Marco a Venezia, il nuovo lungomare, ovvero la cosiddetta Riva, e, soprattutto, la riattivazione nel 1880 del vecchio acquedotto di Diocleziano. Costruì inoltre una splendida fontana che, pur dedicata all’Imperatore Francesco Giuseppe, fu sempre nota agli spalatini come la Fontana de Bajamonti. Purtroppo quest’ultima opera fu distrutta nel 1947 dal regime titino, allo scopo di eliminare un odiato simbolo dell’italianità di Spalato.
Notevole fu anche l’attenzione portata dal Mirabile Podestà alle popolazioni slave: favorì, infatti, una moderata immigrazione croata dall’entroterra, costituendo inoltre un Gabinetto di Lettura slavo, e un’Associazione Culturale slava. I poveri contadini croati dell’interno, riconoscendo la comprensione che Bajamonti aveva sempre avuto per i loro problemi sin da quando era un giovane medico a Signo, lo chiamavano cace, ovverosia papà.
La carriera politica di Antonio Bajamonti però non fu affatto tutta rose e fiori, come potrebbe sembrare, ma gli riservò perlopiù duri scontri e amarezze.
Già nel 1864 infatti, il Prefetto Buratti, su ordine del governo imperiale, lo rimosse dall’incarico, sostituendolo con un commissario, il Dott. Francesco Lanza; alle successive elezioni del 1865 però, Bajamonti fu rieletto trionfalmente, ottenendo i voti anche di molti croati. La situazione politica però divenne particolarmente incandescente dopo il 1866: con la cessione del Veneto all’Italia, infatti il pericolo di perdere i loro territori adriatici divenne palese agli occhi delle autorità di Vienna, che intensificarono la loro azione persecutoria nei confronti degli italiani di Dalmazia.
Iniziarono quindi chiusure di scuole e associazioni italiane, gravi manipolazioni dei censimenti, immigrazioni massicce di popolazioni slave nelle città e isole italiane, persecuzioni nei confronti dei nostri connazionali, spesso costretti ad emigrare forzatamente, sommosse dei croati architettate ad arte dalla polizia asburgica, con aggressioni e pestaggi di italiani, che provocarono decine di morti. Ed infine una politica di calunnie e bugie, volta a screditare i podestà delle città dalmate, allora ancora tutti di etnia italiana.
Di fronte a tutto ciò Bajamonti, fino ad allora autonomista, cambiò le sue posizioni divenendo apertamente filo-italiano, a tal punto che gli Irredentisti, che in passato lo avevano criticato per le sue aperture agli slavi, cominciarono a considerarlo il difensore dell’italianità a Spalato.
Alla Dieta Dalmata e al Parlamento di Vienna pronunciò discorsi di fuoco, tutti rigorosamente in lingua italiana, difendendo l’italianità della Dalmazia, e denunciando la politica persecutoria del governo imperiale; memorabile fu una sua frase, pronunciata alla Camera dei Deputati austriaca, che sintetizzava il primato storico-culturale dell’etnia italiana in Dalmazia: La lingua italiana, o signori, non ci fu importata, è nostra!
Antonio dovette, inoltre, sostenere un lungo e durissimo conflitto con Gavrilo Rodi, Governatore croato della Dalmazia dal 1870 al 1881, apertamente filo-asburgico e nemico giurato del partito italiano, che considerava una forza politica infame.
Purtroppo, gli immensi sforzi di Bajamonti erano destinati al fallimento: non essendo riusciti a cacciarlo dalla sua carica con le calunnie e le minacce, le autorità austriache tentarono di sbarazzarsene offrendogli un prestigioso incarico diplomatico che, ovviamente, il Podestà rifiutò.
Allora, nel 1880, approfittando di un tumulto della popolazione croata, probabilmente sobillata dagli stessi austriaci, Vienna sciolse il consiglio comunale spalatino e destituì Bajamonti. Il seguito del medico però era ancora immenso in città, e gli austriaci dovettero procrastinare più volte le nuove elezioni, per evitare la vittoria certa di Antonio. Finalmente, nel 1882, si andò alle urne, e le cose andarono come si può immaginare: pesanti brogli, intimidazioni, aggressioni, interferenze della polizia asburgica, portarono alla sconfitta del Partito Autonomista, e Spalato ebbe, per la prima volta nella sua storia, un Podestà croato, l’Avv. Dujan Rendic-Miocevi.
Sconsolato, Antonio Bajamonti ebbe a dire che gli italiani di Dalmazia erano …ormai modeste falangi decimate, ma non distrutte, decise a rinvigorire entro i limiti delle leggi la lotta per l’esistenza…
E questa lotta il fiero patriota continuò negli anni successivi: a sue spese fondò il giornale La Difesa, attivo dal 1884 al 1887, costituì la Società Politica Dalmata, nel 1886, vicina al movimento Irredentista, e la Società Economica Spalato nel 1888.
Purtroppo, anche quegli ultimi anni furono pieni di amarezze per il coraggioso medico: perseguitato dal governo imperiale, calunniato e minacciato dai croati, abbandonato da molti italiani, vide addirittura, la notte del 14 maggio 1887, il magnifico teatro da lui costruito anni prima, distrutto da un incendio doloso.
Solo e oberato dai debiti, si spense nella natia Spalato il 13 gennaio 1891; poco prima di morire, pronunciò una frase che riassume tutto il suo senso di profonda sconfitta: A noi Italiani di Dalmazia, -disse, infatti- non resta che soffrire! Il cordoglio fu unanime in tutta l’Istria e la Dalmazia, e anche i giornali del Regno d’Italia dedicarono ampi spazi a questa figura di patriota. Perfino alcuni uomini politici e giornali slavi, riconobbero il valore di Antonio Bajamonti, e la sua dedizione a Spalato e alla terra dalmata. È importante ricordare, per dare il senso del calvario dell’etnia italiana nella Dalmazia di quegli anni, il messaggio quasi disperato inviato per i funerali del Bajamonti, dai giovani italiani di Cattaro, la città più meridionale e lontana della Dalmazia: Gioventù di nazionalità italiana di Cattaro, piangendo venerando patriota, augura che l’esempio da lui dato non rimanga infecondo.
Purtroppo, questo grido di dolore rimase inascoltato: anche dopo morto, il povero Bajamonti era destinato a continuare a subire angherie, poichè la sua memoria fu a lungo infangata dai governi austriaci prima, e da quelli jugoslavi poi, mentre in Italia il suo nome finì tristemente nell’oblio insieme al ricordo dell’italianità dalmata.



 

 

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