Aprile-Settembre 2009
Giovanni Aldini tra macabro e realtà
Una strana miscela tra risurrezioni, Frankenstein e l’illustre cittadino imolese Luigi Valeriani
Celebre per tutti i cittadini bolognesi è l’accoppiata di nomi Aldini e Valeriani. Sicuramente la sua celebrità più spicciola è data dall’Istituto di Istruzione Superiore che porta tale nome. I meno giovani sono sicuramente in grado di legarla anche alla Fondazione Aldini-Valeriani, istituzione che per tutto il Novecento ha fatto scuola nel campo tecnico nell’area bolognese e non solo. Anche il Museo della Civiltà Industriale, in collaborazione con l’Istituzione Aldini-Valeriani, vi dedica praticamente tutto il piano terra della sua grande esposizione.
Aldini e Valeriani sono oggi conosciuti per questi motivi, la celebrità di tale connubio però è da far risalire agli uomini Giovanni Aldini e Luigi Valeriani, che vissero nel nostro caro Ottocento.
Luigi Valeriani nacque da famiglia agiata nel 1758 a Imola. Rimasto orfano di padre,

Batracoscopio appartenuto
ad Aldini
Museo del Patrimonio Industriale
di Bologna
dimostrate capacità intellettuali superiori alla media, ricevette una istruzione classica prima e matematica poi tra Ravenna, Faenza e Roma. Tornato nelle terre natali divenne una personalità nella pubblica amministrazione della città di Bagnacavallo, fino ad approdare a Milano nel 1797. Nei due anni che seguirono fu deputato al Corpo Legislativo di Milano durante la Repubblica Cisalpina e prese parte attiva all’elaborazione del Nuovo Piano di Istruzione, al quale partecipò anche Giovanni Aldini. Nel 1802 Luigi Valeriani ottenne la cattedra di professore di Pubblica Economia presso la Pontificia Università di Bologna. Mantenne la carica per oltre cinque lustri: per ventisei anni, nonostante lo stesso pontefice più volte lo avesse invitato a Roma con offerte di cariche più prestigiose. Il suo attaccamento al lavoro, alla cattedra e ai suoi studenti lo fecero rimanere nella città. Autore di svariate pubblicazioni, si fece soprattutto amare per il suo spessore umano. Uomo integerrimo, grazie alle cariche ottenute accumulò una discreta fortuna economica, per la quale diede disposizioni testamentarie di grande lungimiranza e senso civico. Nelle cronache dell’epoca l’annuncio della sua morte venne dato con grande impiego di elogi e parole d’onore, rispetto e rimpianto per la dolorosa perdita.
…Fù universale la dispiacenza per tal morte, sensibilissima oltre ogni credere ai suoi conoscenti, ai suoi amici… Le sue lezioni dalla cattedra, nelle quali sempre il giusto, il vero, l’utile dottamente, o chiaramente esponevasi, attraevano la stima universale, e de’ dotti l’ammirazione …diranno di lui quanto potrebbe stancare ogni penna, che volesse far conoscere, ed annunciare al pubblico tutto il buono, l’utile, il bello, di cui sono elleno ridondanti…
Alla sua morte nel 1828, lasciò 1.000 scudi al Comune di Imola per l’istituzione di una cattedra di matematica, geometria e algebra elementare; ma soprattutto lasciò al Comune di Bologna 4.000 scudi per la fondazione di una scuola di disegno dedicato alle arti e mestieri meccanici con premio di più medaglie d’argento e d’oro ogni anno ai più meritevoli allievi.
Come detto nei due anni milanesi Valeriani ebbe occasione di conoscere Aldini e di lavorare assieme a lui. Curiosamente questi due nomi, oggi inseparabilmente legati, non corrispondono ad un vero sodalizio storico. Sicuramente si stimarono e si frequentarono anche negli anni successivi. Furono colleghi, docenti all’Università di Bologna nello stesso periodo, ma non diedero vita a veri e propri progetti comuni. La loro unione indissolubile avvenne a posteriori. L’idea fu di Aldini. Alla sua morte nel 1834, anch’egli fece testamento destinando parte dei suoi grandi averi alla fondazione della Scuola di Scienze Naturali a Bologna, destinata all’applicazione della fisica e della chimica alle Arti e ai Mestieri, includendo nelle sue volontà la proposta esplicita di legare tale lascito a quello similare del suo predecessore: …vantaggio che risulterà molto maggiore, se verrà combinato colle generose disposizioni già date a questo stesso aspetto dall’illustre mio collega Prof. Valeriani.
Dai due testamenti dei professori in poi si possono trovare diversi parallelismi, sino alle fondazioni dei giorni nostri. Per esempio il primo lasciò nel testamento somme per la ristrutturazione di alcune arcate di portico della Certosa, il secondo le lasciò per il completamento di parte del portico che dalla Certosa porta alla Basilica di San Luca. Parallelismi postumi. In vita furono molto diversi soprattutto come carattere. Schivo e rigoroso il primo, vero e proprio scienziato-artista il secondo. Quello che oggi potremmo definire riferendoci ai tempi trascorsi un imbonitore, oppure in termini più moderni un vero front-man.
Giovanni Aldini nacque a Bologna nel 1872, nipote di uno zio illustre: Luigi Galvani. Studiò filosofia e fisica, dimostrando ben presto acuto ingegno. Fece carriera all’interno dell’Università di Bologna come studioso e ricercatore sperimentale di Fisica. Ottenne incarichi sempre più prestigiosi, riconoscimenti di vario genere e riuscì ad accumulare un vero patrimonio economico. Studiò le lingue, conosceva almeno inglese, francese e tedesco; lingue in cui scrisse molte delle sue dissertazioni.
Fu un divulgatore. Sia si trattasse delle materie a lui più familiari, sia si trattasse di argomenti a lui più lontani, appena veniva a conoscenza di nuove scoperte in campo scientifico si adoperava per divulgarle, per farle conoscere. Girò l’Europa in lungo e in largo. Fece svariate invenzioni, e ottenne diversi brevetti. Si specializzò in dispositivi antincendio, in applicazioni elettriche per illuminazione e soprattutto in campo medico. Fu uomo celebre, anche se la celebrità gli venne forse più da una stranezza che dalle sue indubbie capacità.
Come detto oltre che scienziato fu artista. Organizzava veri e propri spettacoli in cui inscenava le sue scoperte. E lo faceva in maniera assai teatrale. I giornali del 1802 e del 1803 erano colmi delle descrizioni delle sue performance.
Nei primissimi anni del secolo, l’elettricità era l’argomento su cui la comunità scientifica del momento si concentrava maggiormente. Il perno era incentrato sulla diatriba Volta-Galvani (v. Jourdelò n°11, ott-dic 2008, p.16). Essendone nipote Aldini era un galvaniano convinto; probabilmente il sostenitore più accreditato.
È dall’esperienza di Galvani che Aldini mosse le sue sperimentazioni e ottenne la fama.

Illustrazione di Aldini sugli esperimenti Sul Galvanismo (particolare)
Tra il 1802 e il 1803 Giovanni Aldini era a Londra dove eseguiva esperimenti spettacolari, forse anche raccapriccianti. Studiava gli effetti della corrente elettrica su cadaveri animali e umani.
Collegava elettrodi a pile con alti voltaggi a teste di cane mozzate, ottenendo la contrazione dei muscoli facciali e l’apertura e chiusura della mandibola con produzione di un vero e proprio schiocco. Applicando gli stessi elettrodi a teste umane mozzate, otteneva la contrazione dei muscoli facciali orribilmente contorti e addirittura l’apertura degli occhi. Collegando i medesimi elettrodi ai corpi decapitati otteneva il movimento degli arti e il sobbalzare dei corpi interi. In più casi i presenti alle dimostrazioni dichiaravano ai giornalisti che si! avevano visto risorgere le povere cavie. Gli effetti sul pubblico erano di impatto fortissimo. Aldini allestiva le sue dimostrazioni-spettacolo nel retro dei tribunali davanti a cui venivano eseguite le sentenze capitali: appena avvenute le impiccagioni prelevava i corpi e iniziava con gli esperimenti.
Proprio dagli esperimenti di Aldini nacque l’ispirazione di Mary Shelley per la scrittura del suo celebre romanzo d’esordio: Frankenstein; ovvero il moderno Prometeo. Nel romanzo di Mary Shelley la cosa prende vita in seguito all’elettrificazione. Aldini adoperò molta parte della sua vita sugli studi delle applicazioni mediche dell’elettricità. Fu tra i precursori dell’elettroshock, credeva nelle potenzialità dell’elettricità, è anche possibile che nel suo recondito avesse idee assimilabili a quelle del romanzo di Mary Shelley, ma da rigoroso scienziato quale era, fin da subito si era reso conto che l’elettricità aveva poteri elevati sugli arti, anche ad un’ora dalla morte del soggetto, ma aveva anche osservato che nulla potè esser fatto con il cuore!