Aprile-Settembre 2009
Solferino e San Martino
Cronaca di una battaglia
Non è ancora sorta l’alba del 24 giugno 1959, quando un reparto austriaco in avanscoperta avvista quelle che ritiene essere le avanguardie dell’esercito francese. Dal canto loro, i francesi sono convinti di aver raggiunto le retroguardie dell’armata imperiale in fuga. Entrambi si sbagliano, e di grosso. I rispettivi comandi impiegheranno circa due ora a capire che, in realtà, i due eserciti al gran completo, oltre all’armata sarda, si stanno fronteggiando per quella che risulterà la più sanguinosa di tutte le battaglie combattute nell’Ottocento sul suolo italiano. Di lì a poco infatti scenderanno in campo circa 260.000 uomini: il più imponente schieramento di truppe in campo del XIX Secolo secondo solo a quello di Lipsia, nel 1813, dove l’Armée di Napoleone aveva combattuto contro gli eserciti di pressoché tutte le potenze europee dell’epoca in quella che è passata alla storia come La Battaglia delle Nazioni.

J. Meissionier, Napoleone III alla
Battaglia di Soferino (particolare)
Ma come si è giunti a questa situazione? Per una serie di errori di valutazione, soprattutto da parte austriaca. Dopo la pesante sconfitta di Magenta e la caduta di Milano, l’esercito imperiale si era ritirato al di là del Mincio. Il ventinovenne imperatore Francesco Giuseppe, assai preoccupato per l’accaduto, era giunto in treno da Vienna ed aveva assunto in prima persona il comando dell’esercito in Italia. Il piano iniziale degli imperiali consisteva nell’organizzare la difesa nelle possenti fortezze del Quadrilatero.
Lo stato maggiore austriaco, però, con l’umore sotto i tacchi per i rovesci militari subiti, aveva appreso con sgomento che la Francia si stava accingendo a far sbarcare 60.000 uomini sulle coste adriatiche. In tal modo, l’armata austriaca sarebbe stata attaccata anche da est e stretta in una morsa. La notizia dello sbarco era totalmente falsa, ma bastò a scompaginare i piani difensivi degli austriaci, tanto da indurli a fare dietro front ed a prendere l’iniziativa per tentare di bloccare l’avanzata dell’esercito franco-piemontese da ovest. Il 23 giugno, perciò, l’armata imperiale aveva riattraversato in più punti il Mincio dirigendosi verso il nemico, con il quale contava di ingaggiare battaglia il giorno successivo, supponendo di trovarlo tra Carpendolo e Montichiari. Ma nel frattempo i franco-piemontesi avevano già passato il Chiese e si erano attestati più avanti di quanto ritenessero gli austriaci: il 1° Corpo d’Armata del maresciallo Baraguey D’Hilliers ad Esenta, diretto verso Solferino; il 2° Corpo del duca di Magenta, maresciallo Mac Mahon, a Castiglione delle Stiviere, verso San Cassiano e Cavriana; sempre a Castiglione, la Guardia Imperiale in riserva; il 4° Corpo del generale Niel a Carpendolo, verso Medole e Guidizzolo; il 3° Corpo del maresciallo Canrobert a Mezzane, con l’ordine di passare per Medole e Acquafredda, verso Castel Goffredo. L’Imperatore Napoleone III aveva il suo quartier generale a Montichiari. L’armata sarda composta da 4 divisioni (1^ Durando, 2^ Fanti, 3^ Mollard e 5^ Cucchiari) si trovava invece tra Lonato, Desenzano e Rivoltella, diretta verso Peschiera, Pozzolengo e Madonna della Scoperta.
Lo stesso 23 giugno, nei pressi di Castel Venzago, si era verificata una scaramuccia tra reparti degli opposti schieramenti (il rapporto austriaco riferisce di due ufficiali persi, cinque soldati e nove cavalli), ma nessuno dei comandi vi aveva dato peso, convinti che il grosso dell’esercito nemico fosse ben più distante.
Dato il caldo canicolare di quei giorni, l’esercito franco-piemontese aveva ricevuto l’ordine di muoversi prima del sorgere del sole. Alle 2 del mattino del 24 giugno l’armata alleata si mette in marcia, ma non in ordine di combattimento. I franco-piemontesi contano infatti di dirigersi verso il famigerato Quadrilatero, dove ritengono essersi rifugiato l’esercito nemico, preventivando tutt’al più di ingaggiare qualche isolato scontro con le retroguardie austriache.
Poco prima del levar del sole gli schieramenti si trovano praticamente l’uno contro l’altro, su un fronte di circa venti chilometri.
L’esercito imperiale è diviso in due armate: la prima, al comando del generale Wimpffen, il cui compito - unitamente alla divisone Jellacic proveniente da Mantova, che si sarebbe dovuta dirigere a Castel Goffredo - è quello di eseguire una manovra avvolgente da sud, verso Carpenedolo, si trova tra Medole (un distaccamento del 9° Corpo oltre ad una divisione di cavalleria), Rebecco (9° Corpo Scaffgotsche), Guidizzolo (3° Corpo Schwarzenberg), Castel Grimaldo (11° Corpo Wiegel, come riserva) e Volta Mantovana (2° Corpo Liechtenstein); mentre la seconda armata comandata dal generale Schlick, che doveva dirigersi verso Castiglione delle Stiviere e Lonato, occupa Pozzolengo e le alture di San Martino (8° Corpo Benedek e Brigata Reichlin del 6° corpo), Solferino (5° Corpo Stadion), Cavriana (1° Corpo Clam-Gallas) e Foresto (7° Corpo Zobel). A Tezze, nei pressi di Cavriana, vi è una divisone di cavalleria di riserva. Gli avamposti austriaci della seconda armata sono a Casa Zapaglio, Contrada Mescolaro e Madonna della Scoperta, fino a Grole.
Per ironia della sorte, coloro che secondo i piani avrebbero dovuto sorprendere il nemico, cioè gli austriaci, sono i più sorpresi dagli avvenimenti. L’allarme viene infatti dato ben prima che l’esercito imperiale si metta in movimento, tanto che non c’è nemmeno il tempo di distribuire il rancio mattutino. Questo il commento del Duca di Modena Francesco V, che si trova al seguito dell’Imperatore: Persino l’ordine a tutto l’esercito di non muoversi se non dopo l’ora del rancio di mattina, appoggiato sopra supposizioni erronee, riuscì estremamente pregiudizievole; giacché, attaccate le truppe prima del tempo, dovettero prendere le armi alla sprovvista e, non essendo munite di viveri portatili, ebbero a combattere tutta la giornata a digiuno, e quindi esposte ad essere facilmente spossate.
Il primo combattimento si verifica tra Castiglione delle Stiviere e Solferino, verso le 5, allorché i corpi dei marescialli Baraguey d’Hilliers e Mac Mahon incontrano gli austriaci. Più o meno contemporaneamente il generale Neil urta contro il nemico a Medole; più tardi divampano i combattimenti anche a Castel Goffredo, Guidizzolo e Rebecco. Quest’ultima località verrà conquistata e persa più volte. Più a nord l’armata sarda incontra un’accanita resistenza tra San Martino e Pozzolengo ed è costretta a retrocedere.

A. Yvon, Battaglia di Solferino (particolare)
Verso le 12 si verifica l’episodio che deciderà le sorti della battaglia: Napoleone III intuisce che il perno dello schieramento nemico è a Solferino e qui concentra gli assalti del proprio esercito. Gli austriaci, che avevano commesso l’errore di non lasciare un adeguato corpo in riserva, non dispongono più di truppe fresche ed iniziano a perdere terreno. Napoleone III manda in campo la Guardia Imperiale e alle 14 i francesi, dopo ripetuti assalti costati gravi perdite, riescono finalmente a conquistare la collina, il cimitero ed il castello dentro le cui mura si erano asserragliati gli austriaci. Alle 15,30 sulla collina cessa il fuoco, ma i combattimenti proseguono attorno a Solferino. A San Cassiano è impegnato il generale Mc Mahon, Caronbert verso Medole e Niel a Guidizzolo.
Alle 16 Francesco Giuseppe viene informato dell’esito sfavorevole della battaglia e abbandona Cavriana, dove aveva spostato il quartier generale da Volta Mantovana, per non rischiare di cadere in mano al nemico. Viene dato l’ordine di ritirata e un’ora dopo i francesi entrano a Cavriana.
Fortunatamente per gli austriaci, il caldo torrido della giornata che ha lasciato esausti i combattenti ed una terribile tempesta che si scatena verso le 17, permettono loro di ritirarsi senza eccessive difficoltà. Dopo dodici ore di scontri, dalle parole del Duca di Modena si può ben intuire quale fosse il suo stato d’animo: Sul declinare della giornata, quasi che anche il cielo a tanta strage umana si corrucciasse, sorgeva dalla conca del Lago di Garda e addensavasi nel tratto di terreno inaffiato sì prodigamente di sangue, un’orrida ed impetuosa procella, che tutto coperse di oscurità spaventosa, rischiarata solo dalla funesta luce dei lampi. Il fragore dei tuoni, ripercosso dalle nubi e dall’eco delle circostanti colline, superò di gran lunga quello delle artiglierie, che parvero per un istante ammutolite; e il vento turbinoso, che toglieva la vista e impediva ogni moto, separò pel momento i combattenti in guisa, che agli uni fu agevolato di mettersi a riparo in luoghi di facile difesa, e gli altri furono arrestati nell’inseguimento.
Il ripiegamento austriaco avviene perciò in buon ordine. Bosco Scuro presso Cavriana e Guidizzolo verranno abbandonate dall’esercito imperiale solo a tarda sera.
Nel frattempo i combattimenti erano proseguiti con alterne fortune nel settore dell’esercito piemontese. Gli scontri più accesi si erano verificati a Madonna della Scoperta e a San Martino, dove il villaggio e diverse cascine, tra le quali la Contracania, erano stati più volte conquistati con furiosi assalti, al prezzo di perdite rilevantissime, e successivamente persi dalle truppe sarde. Nonostante la superiorità numerica, i piemontesi pagavano una forte carenza nel coordinamento dei comandi, che li portava a compiere attacchi disordinati, spesso mandando all’assalto solo singoli reparti contro un nemico che rimaneva invece compatto nelle sue posizioni.
Alle 15 Vittorio Emanuele II in persona ordina l’assalto a San Martino, disponendo che i soldati abbandonino gli zaini prima dell’attacco. Un provvedimento davvero fuori dagli schemi per l’epoca, che suscita un certo imbarazzo tra gli ufficiali. Alle 17 la tempesta ferma i combattimenti, che riprendono verso le 19. Nel frattempo al tenente maresciallo Benedek era giunta la notizia della caduta di Solferino, unitamente a pressanti richieste di rinforzi per quel settore. Un ultimo attacco piemontese, sferrato verso le 20, porta alla conquista della collina ed il successivo contrattacco austriaco viene respinto. L’armata sarda era inoltre riuscita ad avanzare dal settore di Madonna della Scoperta ed aveva conquistato Pozzolengo. Ciò induce Benedek a ordinare la definitiva ritirata.
Le perdite di entrambi gli schieramenti sono impressionanti: in molti reparti manca all’appello un quarto degli effettivi. I bollettini riportano, complessivamente, più di 7.600 morti e circa 19.500 feriti, ma è lecito ritenere che siano stati assai di più. Secondo studi logico-statistici effettuati dalla Croce Rossa, una stima attendibile delle perdite subite dai contendenti vedrebbe raddoppiato il numero ufficiale dei caduti e dei feriti.
La scena che si presenta ai primi soccorritori è agghiacciante. Questa la testimonianza di Pier Carlo Boggio, deputato, professore e giornalista giunto sul luogo della battaglia da Brescia: Qua e là erano feriti addossati a qualche albero in attesa del carro che li trasportasse, morti giacenti bocconi al suolo, alberi scavezzati dalle palle, case crivellate e fumanti, prati e campi pesti e solcati in tutti i sensi, piante recise, viti strappate, pali spezzati, e tutto intorno il terreno coperto di fucili, di sciabole, di scakò (o shakò - copricapo militare, n.d.r.), di zaini, di cravatte. A misura procedevano oltre, più frequenti i cadaveri, più sensibili gli orrori della battaglia e, in breve avvicinandoci il percorso cammino alle alture, sulle quali sorge Solferino, lo spettacolo che ci si parò innanzi eccedette quanto la più sfrenata immaginazione potesse creare. La strada, i campi che la fiancheggiavano lateralmente coperti di morti, per modo che assai volte dovemmo arrestare i cavalli, e scendere a rimuovere i giacenti per non passare sul loro corpo: innumerevoli le armi abbandonate sul terreno, le baionette sozze di sangue ed attorcigliate; i fucili in gran parte spezzati al calcio: il che tutto dimostrava la vista delle immani ferite; e il deforme aspetto del più gran numero di cadaveri. (Tratto da: La battaglia di Solferino e descrizione del campo dopo il combattimento, Roma, 1859).

A. Yvon, Battaglia di Solferino (particolare)
Il bagno di sangue lascia sgomento anche Francesco Giuseppe, che scriverà alla moglie Meglio perdere una provincia e non rivedere mai più una simile carneficina.
I nuovi cannoni rigati dell’artiglieria di Napoleone III hanno fatto strage di austriaci, ma gli attacchi frontali condotti dall’esercito franco-piemontese sono stati pagati a carissimo prezzo. Nella conquista di Solferino è stato impiegato il reggimento dei Bersaglieri Algerini (chiamati Turcos per le loro uniformi orientaleggianti), primo esempio in Europa, in questa guerra, di massiccio utilizzo di truppe coloniali da parte dei francesi. Nel rapporto del Quartier Generale austriaco vengono elogiati il reggimento di fanteria Wernhardt, costituito da Italiani provenienti per lo più dal Veneto, nonché il reggimento di Ussari Re di Prussia, distintosi nella carica diretta a respingere l’assalto dei Bersaglieri Algerini.
Anche l’esercito piemontese si è battuto con gran valore, ma passata l’euforia iniziale i comandanti verranno aspramente criticati per non essere stati in grado di sopraffare il contingente austriaco di Benedek, notevolmente inferiore di numero. Pure Napoleone III non risparmierà velenose accuse di incapacità agli alleati.
La battaglia di Solferino segna la fine della II Guerra d’Indipendenza ed il Regno di Sardegna consegue, al di là delle gravi perdite, una trionfale vittoria sul campo. Ma sul piano politico si tramuterà in una mezza sconfitta: di lì a poco, infatti, Napoleone III firmerà l’armistizio di Villafranca con Francesco Giuseppe, escludendo Vittorio Emanuele II dalle trattative e lasciando il Veneto all’Austria. Lo stesso Vittorio Emanuele II sottoscriverà successivamente i termini dell’armistizio, limitandosi ad apporre la riserva per quanto mi concerne, fatto che porterà alle dimissioni dal governo da parte dell’amareggiato Conte di Cavour, che aveva riposto proprio in Napoleone III le speranze di veder liberata l’Italia dall’Austria.