Ottobre-Dicembre 2009
Una vita al massimo. Vita e avventure di Carlo Camillo di Rudio
Il conte Carlo Camillo di Rudio, nobile bellunese, anarchico e patriota Risorgimentale, è conosciuto dai più per la partecipazione, al fianco di Felice Orsini, all’attentato a Napoleone III nel 1858, (v. Jourdelò n°4, apr-set 2006, p.33) e per la successiva clamorosa e rocambolesca fuga dalla Cajenna. Ma la storia della sua vita riserva numerose altre sorprese e avventure, degne di un romanzo d’appendice.
Carlo Camillo nacque il 26 agosto 1832 a Belluno dal Conte Ercole Placido, discendente dall’antica famiglia nobiliare degli Aquila di Rudio nonché noto liberale e Carbonaro, e da Elisabetta de Domini figlia del Governatore austriaco di Belluno da cui fu diseredata per aver sposato Ercole. Avviato nel 1847 alla carriera militare insieme al fratello maggiore Achille presso il Collegio di San Luca a Milano, nel 1848, appena sedicenne, fu coinvolto nelle Cinque Giornate uccidendo un soldato croato che aveva aggredito due donne. Per punizione fu trasferito al Collegio Militare di Graz, ma fuggì e rientrò in segreto a Belluno.

Carlo Camillo di Rudio
Partecipò, quindi, alla difesa di Venezia contro gli austriaci inquadrato nei Cacciatori delle Alpi di Pier Fortunato Calvi. Qui purtroppo perse il fratello Achille in seguito al colera, che durante l’assedio imperversava nella città di San Marco.
Arrestato dagli austro-ungarici riuscì a fuggire a Roma dove, nel 1849, partecipò alla difesa della Repubblica Romana. Caduta l’Urbe Eterna sotto i colpi delle armi francesi del Generale Oudinot, fuggì in Francia dove, nel dicembre 1851, fu tra gli oppositori al colpo di stato del futuro Napoleone III. Nel 1852 aderì alla Giovine Italia di Mazzini.
Dopo aver preso parte ad una insurrezione mazziniana in Cadore riparò a Genova da dove si imbarcò per l’America. La nave però naufragò sulle coste spagnole e da qui il di Rudio peregrinò in Francia, Svizzera, Varese e in Piemonte per approdare infine, nel 1855, in Gran Bretagna dove lavorò come giardiniere presso Luigi Pinciani, un filantropo amico di Mazzini e di Victor Hugo. Qui conobbe e sposò Eliza Booth sua compagna per la vita.
Nel 1858, dopo alcuni anni di tranquillità, ritornò in azione. Recatosi in Francia sotto le mentite spoglie di un birraio portoghese col falso nome di Da Silva, partecipò all’attentato di Felice Orsini contro Napoleone III. Arrestato e condannato a morte, la sua pena fu commutata nella deportazione a vita alla Cajenna.
Anche nella terribile colonia penale sud-americana la vita di Carlo di Rudio trascorse tra difficoltà di ogni genere, dovute anche al fatto che sia le guardie che i carcerati francesi avevano scarse simpatie per colui che aveva attentato alla vita del loro Imperatore!
Dopo un primo fallito tentativo di fuga in canoa di Rudio riuscì ad evadere insieme ad altri dodici galeotti, catturando un peschereccio e riparando nella Guyana Britannica e da qui in Inghilterra. Pare, tra l’altro, che la sua incredibile fuga, la prima mai riuscita dall’Isola del Diavolo, abbia ispirato il soggetto del libro da cui è tratto il noto film Papillon (1973), con Steve McQueen e Dustin Hoffmann.
Il nobile bellunese però era destinato a non trovare pace. Nel 1860 emigrò negli USA e scoppiata la Guerra Civile nel 1861 si arruolò, essendo un convinto anti-schiavista, nell’Esercito Unionista nel 79° Reggimento Volontari di New York (79° Highlanders), partecipando all’assedio di Petersburg, in Virginia. Terminata la guerra, durante la quale si era distinto diventando ufficiale e ottenendo il comando di una Compagnia di soldati di colore, decise di restare nell’esercito spinto anche dalla necessità di mantenere la sua numerosa famiglia. Oltre alla moglie Eliza, di Rudio, ormai diventato Charles de Rudio, aveva quattro figli chiamati Hercules, Italia, Roma e America, queste ultime tre nate negli Stati Uniti. L’ufficiale italiano fu assegnato al 2° Reggimento di Fanteria e il 14 luglio 1869, trasferito al 7° Reggimento di Cavalleria comandato da un giovane Tenente Colonnello che, durante la Guerra Civile, aveva rivestito i gradi di Brevet General (Generale Onorario) e che era destinato ad entrare nella leggenda del West: George Armstrong Custer.
Assegnato alla Compagnia H, fu ben presto preso in antipatia da buona parte degli altri ufficiali: le sue origini italiane, la sua precedente attività politica e rivoluzionaria (molti ufficiali del 7°, tra cui ricordiamo il Capitano Miles Keogh, erano irlandesi, cattolici e reduci della Legione Irlandese dell’Esercito Pontificio), le sue maniere aristocratiche, nonché i suoi tentativi di comprendere anche le ragioni degli indiani, contribuirono a metterlo in cattiva luce presso i suoi colleghi e presso lo stesso Custer. Basti solamente dire che il suo comandante di Compagnia, il solitamente bonario Capitano Benteen, lo definiva Count No Account (il Conte che non conta nulla).

A. Bierstdadt, Indians Traveling near Fort Laramie (particolare)
Eppure de Rudio era in realtà un ottimo ufficiale. Lo storico Charles K. Mills, infatti, disse di lui: Non era un ubriacone né un giocatore d’azzardo. Non si assentava dal servizio per ragioni banali. Non si sottraeva ai suoi compiti e, soprattutto, sapeva sempre cosa fare, quando si trovava alla testa dei suoi soldati… lungi dall’essere un codardo, de Rudio fu un realista. E un sopravvissuto nato…
Promosso Tenente nel 1875, fu trasferito alla Compagnia E, assumendone il comando de facto, visto che il vero comandante, il Capitano Isley, fungeva da Aiutante di Campo del Generale Pope a Fort Leavenworth.
Custer però lo sostituì ben presto con un ufficiale di suo maggior gradimento, il Tenente Algernon Smith, trasferendo altrove il bellunese. De Rudio non poteva immaginare che questo trasferimento, fatto per antipatia nei suoi confronti, in realtà gli salvò la vita. Il giorno della battaglia del Little Big Horn infatti, la Compagnia E era inquadrata nel Battaglione di Custer, che fu completamente annientato dagli indiani Sioux.
E così, il fatidico 25 giugno 1876, Charles de Rudio si trovò ad essere vice-comandante della Compagnia A del 7°, agli ordini del Capitano James M. Moylan.
La Compagnia di de Rudio faceva parte del Battaglione del Maggiore Marcus Reno, il primo dei tre Battaglioni del 7° ad incrociare le armi con i pellirosse di Toro Seduto e Cavallo Pazzo; il Battaglione si battè bene, finchè il Maggiore Reno, preso da un attacco di panico in seguito alla morte del suo scout indiano Coltello Insanguinato, si diede alla fuga seguito dopo poco dal resto dei suoi uomini.
Fu una vera e propria mattanza! Gli indiani, che in un primo momento avevano vacillato scambiando il fuggi-fuggi dei cavalleggeri per una carica, presto si resero conto della situazione e iniziarono a dare la caccia ai soldati in rotta, massacrandoli uno ad uno. Il Ten. de Rudio all’inizio dello scontro aveva disposto di sua iniziativa alcuni uomini nella vicina boscaglia così da impedire ai Sioux un attacco sul fianco del suo Battaglione.
Al momento della rotta, buona parte dei suoi uomini fuggì. Il veneto, invece, tentò di salvare il guidone della sua compagnia ma perse il cavallo e rimase isolato nella boscaglia insieme ad un soldato della Compagnia G, Thomas O’Neill. I due riuscirono a salvarsi perché gli indiani, impegnati nell’inseguimento del resto del Battaglione, non si accorsero della loro presenza per cui i soldati ebbero modo di nascondersi in alcuni anfratti nel sottobosco. Solo alle 2 del mattino del 27 giugno, dopo 36 ore di terrore, con gli indiani che andavano e venivano a due passi da loro e dopo aver rischiato per ben due volte di scontrarsi con gruppi di pellirosse, de Rudio e O’Neill riuscirono a ricongiungersi ai resti del 7°.
Anni dopo, Thomas O’Neill ricordò: …fu quel giorno più di ogni altro che de Rudio dimostrò di essere una delle persone più coraggiose ed abili che avessi mai visto.
Bisogna ricordare inoltre che insieme a de Rudio erano presenti altri cinque italiani al Little Big Horn, il più noto dei quali è, certamente John Martin (alias Giovanni Martini), romano, ex garibaldino, diventato trombettiere personale di Custer. Martini fu l’unico del Battaglione Custer a scampare al massacro, perché l’ufficiale americano lo inviò a portare ordini al Capitano Benteen pochi minuti prima dello scatenarsi dell’attacco indiano.
Va citato un altro piccolo ma importante aneddoto relativo alla battaglia: Custer tempo prima aveva criticato de Rudio per aver accettato una sciabola dall’elsa d’oro donatagli dai soldati del 7°. Così quando poco prima della battaglia Custer ordinò ai suoi ufficiali di lasciare le loro sciabole al campo, in modo da poter viaggiare più leggeri, de Rudio, un po’ per ripicca, portò con sé la sua lama, diventando così l’unico soldato americano ad aver brandito la sciabola al Little Big Horn. Ma le avventure dell’eroe bellunese non terminarono con la famosa battaglia, che vide il sacrificio del Generale Custer: l’anno successivo partecipò infatti nell’Oregon alla campagna contro i Nez-Perces di Capo Giuseppe, detto il Napoleone Indiano, combattendo negli scontri di Canyon Creek e di Eagle Creek; poi, trasferito nel Sud-Ovest, ebbe modo di combattere, dal 1880 al 1885, nella campagna dei Generali Crook e Miles contro gli Apache Chiricahua di Geronimo. Sembra, tra l’altro che de Rudio sia riuscito a conoscere personalmente il coraggioso e feroce Capo indiano.
Infine la carriera dell’Ufficiale veneto si chiuse nelle tranquille guarnigioni di Fort Sam Houston in Texas e di Fort Bayard in New Mexico.
Andato in pensione nel 1896 con il grado di Maggiore, de Rudio si ritirò a San Diego e morì il primo novembre 1910, a San Francisco.
Che dire di più: forse la personalità fiera e indipendente di questo personaggio da romanzo d’avventura, così romanticamente ed eroicamente ottocentesco, si riassume tutta in una frase che lui stesso pronunciò in una discussione tra amici nel lontano 1855 ad appena ventitré anni: …i di Rudio non sono soldati di ventura. Per la Libertà sempre! Mercenari di despoti stranieri, mai!