Sogno
Paola Garini
Una collina punteggiata di fiori, incoronata dalle fronde degli alberi.
Lungo il crinale l’erba di un verde acceso. Vedo un tavolino imbandito, più una colazione che un pranzo. Seduti tutti intorno mia madre, mia sorella… non vedo mio fratello.
C’è anche un uomo, bello, sui trent’anni, pieno di forza e salute. Riconosco mio padre, splendido come non ricordavo di averlo mai visto. Era morto poco meno di un mese prima, più consumato dei suoi anni, tagliato a pezzi dalla vita che spietata gli aveva dato e tolto molto. Erano tutti felici, lui più di tutti. Ridevano e si guardavano immersi nella luce dorata del mattino che si era appena scaldato.
Ero sicura che avesse voluto farmi sapere che ora stava bene, che la vita gli aveva restituito tutto quanto gli aveva sottratto ed anche di più. Poi un consiglio, lapidario come sempre erano stati i suoi consigli, a me che stavo arrivando alla guida della Y che lui stesso mi aveva regalato. Ma guarda se un avvocato deve girare con una macchina così!
Se l’aveste conosciuto avreste potuto tradurre: Quando sarai pronta ad essere una Ferrari?
Senza capitone non è Natale
Raffaele Sorgetti
Credo che uno dei ricordi che tutti noi ci portiamo dentro sia il Natale. Quello vissuto da bambini, con la famiglia riunita intorno alla tavola imbandita la sera della Vigilia, in trepidante attesa non solo delle pietanze che avremmo gustato di lì a poco, ma anche dei regali che avremmo trovato sotto l’albero la mattina dopo. Nel mio caso, i ricordi d’infanzia del Natale sono anche legati ad una tradizione tipicamente napoletana: il capitone.
Per chi non lo sapesse il capitone è la femmina dell’anguilla, di solito molto più grossa del maschio, ed infatti il nome significa semplicemente testa grossa. Ma a Napoli il capitone non è solo un piatto tipico, è il protagonista di un vero e proprio rito, che ha il suo culmine nella grande cena della Vigilia. Perché non solo a Napoli, ma un po’ in tutto il Meridione, il cenone ha più importanza del pranzo di Natale, e tradizione vuole che sia di magro, cioè senza carne ma a base di pesce e di insalate di rinforzo.
Il rito comincia qualche giorno prima del Natale, al massimo il 23, con l’acquisto dei capitoni, che vanno scelti ad uno ad uno nella vasca del pescivendolo, e che vanno comprati rigorosamente vivi. Vengono quindi tenuti in qualche contenitore con l’acqua, in modo che restino vivi e guizzanti fino al giorno della Vigilia. Quando ero piccolo, mia nonna li metteva in uno di quei pentoloni di alluminio che si usano per bollire le bottiglie di passata di pomodoro. La nonna aveva uno di quei ferri da stiro antichi, quelli che si riempivano coi carboni caldi, pesantissimo, che veniva posto sul coperchio della pentola per farla restare chiusa. Ma non si sa come, nonostante il peso del ferro, qualche capitone riusciva a fuggire, e noi bambini potevamo lanciarci nella parte più divertente: la caccia. Addirittura una volta un capitone si infilò nello spazio tra il lavello su cui era poggiata la pentola ed il frigo. Fu ritrovato alcuni giorni dopo, fulminato dal motore del compressore del frigo. La caccia era resa ancora più divertente dal fatto che, come noto, le anguille hanno la caratteristica di essere molto scivolose. Ciò prolungava l’inseguimento, ma alla fine il capitone veniva riacciuffato con l’ausilio di stracci o fogli di giornale, e riportato nel suo contenitore-prigione.
Il destino del capitone si compie il giorno della Vigilia quando, poche ore prima della cena, viene infine giustiziato dal capofamiglia, o dal più coraggioso della famiglia, tagliato in tranci, infarinato e fritto in olio d’oliva.
Insomma, almeno per me, Natale non è un vero Natale senza capitone.
Con il patrocinio del Comune di Bologna