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A passo di marcia

...con l'Italia sulle labbra e nel cuore

di Maria D'Arconte

Ritratto di Mameli (Miniatura 219x265 px)Un filo rosso collega l’Inno di Mameli a quello di Garibaldi. Anzitutto la genesi perché nascono entrambi nello spirito, nell’atmosfera elettrizzante degli anni centrali del Risorgimento, dell’aspirazione alla libertà e all’indipendenza della Patria ed entrambi a Genova, a dieci anni di distanza l’uno dall’altro.

Nel 1847 un giovane patriota genovese, ventenne, Goffredo Mameli, compone l’ode il cui titolo originario era Il Canto degli Italiani in occasione di alcune manifestazioni popolari per la costituzione della guardia civica. Alla musica pensò un modesto compositore e direttore d’orchestra, anche lui genovese, Michele Novaro, di religione israelita. Parole e musica fecero rapidamente il giro dell’Italia, piacquero molto, ma soprattutto caddero nel momento giusto e divennero la Marsigliese degli Italiani. L’inno appartiene, infatti, alla categoria dei canti gioiosi e marziali che si rifanno al modello del canto dei volontari della rivoluzione francese. Nei mesi seguenti fu cantato a Palermo, nell’insurrezione di febbraio, sulle barricate di Milano nelle cinque giornate e a Venezia quando Daniele Manin proclamò la Repubblica. Lo cantarono i volontari che accorsero a Brescia nelle dieci giornate.

Tra quelli che andarono a Milano, a capo della colonna genovese c’era lui, Goffredo Mameli, un giovane bruno dagli occhi romantici, la barba folta e una naturale propensione all’oratoria politica, che solo un anno dopo moriva a seguito di una ferita riportata nella difesa di Roma. Aveva 22 anni. Negli ultimi istanti gli fu vicina Cristina Trivulzio di Belgioioso che coordinava il servizio infermieristico.

Mameli aveva letto Aleardi, Giusti, Berchet e Byron e l’inno da lui composto era anche un testo politico con riferimenti storici e culturali al mondo classico. Analizziamolo brevemente. L’elmo di Scipio è un chiaro riferimento a Scipione l’Africano che salvò Roma dall’estremo pericolo di Annibale.

Quella Roma che sta nel DNA degli Italiani. Altrettanto si può dire di stringiamoci a coorte e non a corte come spesso erroneamente si sente pronunciare. Il riferimento è alla coorte che è una frazione della legione romana. L’appello a formare un battaglione e a marciare in difesa della democrazia e della libertà è anche nella Marsigliese. Quanto poi alla frase incriminata e volutamente distorta nel suo significato originario dov’è la vittoria, le porga la chioma chè schiava di Roma Iddio la creò, certamente a essere schiava di Roma non è l’Italia bensì la vittoria, allusione al passato glorioso dei nostri antenati.


Immagine nella pagina:
Domenico Induno, Ritratto di Goffredo Mameli, ca.1849

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Ottobre-Dicembre 2010 (Numero 17)

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