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Carolina sulle barricate

di Pierpaolo Franzoni

Chi è quella giovane donna che verso sera si affretta fra il portone del palazzo e la barricata, innalzata la notte precedente, attraverso via Santo Stefano? Appare diversa dalle altre popolane assiepate nella strada per il suo abito di buona fattura, ma il suo atteggiamento risoluto è simile a quello delle altre donne. Si muove sicura fra i fumi di polvere dei fucili, gli schianti degli spari e le grida della folla di ogni età; si mischia a gruppetti di guardie civiche, a soldati a cavallo e carretti di venditori ribaltati sulla massicciata.

E’ la stessa che poche ore prima era corsa con un gruppetto di donne a palazzo Tanari, dove erano stati portati i primi feriti degli scontri, e si era prodigata con catini d’acqua, bende e farmaci sugli uomini, le donne e i ragazzi colpiti nella mattinata di quell’8 agosto 1848. E’ la ventiquattrenne moglie del conte Angelo Tattini che, assieme al marito, sta vivendo la più bella pagina della stagione risorgimentale bolognese: si chiama Carolina Pepoli (1824-1892), ed è la nipote di Gioacchino Murat.

Qualche giorno dopo scriverà ad un amico fiorentino: …tutti sapevano che ero stata io la prima ad andare in istrada e a lavorare alle barricate e son subito venute in istrada tutte le altre. E lo fa indignata per l’atteggiamento generale delle famiglie aristocratiche che, a parte alcune eccezioni, sono già fuggite dalla città alle prime scaramucce. E continua: L’entusiasmo era grande nel popolo, ma vergognosamente, meno di pochi, i Signori tutti, fuggivano e si nascosero, non si trovò nessuno che dirigesse questa gente.

Carolina era la figlia di Letizia Murat (1802-1859), nipote del generale cognato di Napoleone, e fin da bambina aveva partecipato ai salotti che teneva la madre, fervida custode delle idee del padre, rivoluzionario e napoleonico. Dalla casa materna di via Castiglione, pur negli anni delle feste e dei concerti (Vincenzo Robaudi, un autore di romanze da salotto le dedicherà anche una sua composizione Alla stella confidente), delle allegrie, dei balli di società e degli impegni mondani, Carolina dirà: La mia vita è assai monotona, tutte le sere vado al solito teatro. Si iniziava in quegli anni a vivere i fermenti della politica, nasceva l’interesse per le vicende sociali che stavano prepotentemente avanzando e in quell’ambiente trovavano un fertile terreno.

I Pepoli, come i Tanari e i Marescotti e qualche altra famiglia nobile, erano diventati l’avanguardia delle idee liberali che prima si esprimevano con i progetti murattiani di liberazione dell’Italia dai vecchi regimi autoritari, ed ora ritrovavano speranza nella elezione di Pio IX. Speranza ben presto disillusa, tanto che Carolina in una lettera, indirizzata sempre all’amico di Firenze, sarà durissima verso il nuovo papa.


Immagine nella pagina:
Ritratto di Carolina Pepoli, anni 60 del XiX secolo, Museo del Risorgimento, Bologna.

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Gennaio-Marzo 2006 (Numero 3)

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