24 febbraio 1530: quando Bologna fu “caput mundi”

di Delia Lenzi

Ai primi di novembre venne eretto sul sagrato di San Petronio, nella piazza detta Maggiore, un grande palco di legno, delle stesse misure della sala del Concistoro di Roma, a cui si accedeva tramite un tavolato cordonato in pendio, ad imitazione dei due scaloni di Palazzo d’Accursio progettati dal Bramante, e addobbato con panni bianchi e turchini, tappezzerie ed arazzi ricchi di oro e seta, tralci di foglie d’edera, lauro e mirto, con sedie di velluto verde per le alte cariche ecclesiastiche e secolari e il soglio papale coperto di velluto rosso sopra gradini alzato.

Nell’imminenza dell’entrata di Carlo V gli accessi alla piazza erano sorvegliati da numerosi soldati a cavallo e a piedi, muniti di pezzi d’artiglieria, strategicamente disposti dal generale imperiale Don Antonio da Leyva, il quale, afflitto da gotta e non potendo camminare, si faceva portare in giro dai suoi schiavi assiso su una ricca sedia provvista di stanghe, suscitando la viva curiosità degli astanti.

Isabella_of_Portugal (Miniatura 429x599 px)Il 5 novembre, dopo avere trascorso la notte precedente presso il convento della Certosa ed avervi ricevuto i primi omaggi dalle legazioni bolognesi e pontificie, infine arrivò anche Carlo V, entrando da Porta San Felice per raggiungere la Piazza detta Maggiore con numeroso, sfarzoso e ben armato seguito inclusi mille cavalli, altre bocche da fuoco quali basilischi, colubrine e falconetti, araldi e musici, milizie spagnole, borgognone, fiamminghe, tedesche ed i famigerati Lanzichenecchi. L’amatissima moglie, Isabella del Portogallo, alla quale Carlo V affidava la reggenza durante le sue lunghe assenze, non lo accompagnò in quanto vicina al parto del terzo figlio, Ferdinando, che nacque infatti mentre Carlo era a Bologna.

Lungo le strade percorse dal corteo si affollarono numerose genti, ammassate alle finestre o ai balconi, persino sui tetti delle case, tutti vestiti a festa. Fra loro spiccavano le gentildonne bolognesi ornate con ogni eleganza, con varietà di acconciature e bella mostra di collane di perle e pietre preziose in barba alle leggi suntuarie che ponevano severe limitazioni allo sfarzo degli abiti e degli accessori. Dovevano comunque essere molto affascinanti poiché si notò che Carlo teneva sempre la berretta in capo, levandola solo quando passava di fronte a bellissime e gentili dame o onorate e nobili matrone.

All’ingresso dell’imperatore nella Piazza partì una scarica di artiglieria il cui inusitato fragore fu tale che gli uccelli che volavano sopra caddero morti o storditi. Salito sul palco e terminate le cerimonie d’uso, entrambi i monarchi si ritirarono nel Palazzo Pubblico (attuale Palazzo d’Accursio), ove avevano al piano nobile appartamenti attigui e, correva voce, collegati da una porticina segreta per incontri senza formalità e testimoni inopportuni.

Nei mesi seguenti si svolsero giostre, tornei, corse di cavalli, banchetti, balli ed altri lieti intrattenimenti, visite alle più belle chiese bolognesi e altri rinomati luoghi, ma vi furono anche incontri di varia natura con le più alte e rappresentative personalità dell’epoca venute per assistere all’incoronazione o per esporre le più disparate richieste o lamentele. Fra queste ultime emerge la difficile convivenza con parte delle truppe imperiali acquartierate nei villaggi dei dintorni bolognesi, che pretendevano con forza e violenza vettovaglie e mantenimento per sé stessi e i loro animali. La situazione era così grave che l’imperatore fece pubblicare un editto ove chi avesse preteso qualsivoglia contro volontà e senza pagamento avrebbe pagato… con la vita.


Immagine nella pagina:
Anonimo fiammingo, Ritratto di Isabella del Portogallo, Museo nazionale d’arte antica, Lisbona

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