Il Capodanno che non c'era!

di Alessia Branchi

Il termine d’un anno segnalato dalla rapida successione di straordinari avvenimenti, il termine della prima metà del secolo Decimonono, lascia all’anno che incomincia un lagrimevole retaggio di umane calamità, un problema tuttavia a sciogliersi; la questione cioè politica e sociale.


E. Bottrigari, Cronaca di Bologna, vol.2, 1° gennaio 1850


Così Enrico Bottrigari apre la cronaca dell’anno 1850, un anno che nella mia testa poteva risultare particolarmente significativo, segnando esattamente la metà del secolo. Tuttavia il racconto non è spumeggiante come se annunciasse la speranza di un nuovo periodo, e manca di ogni riferimento a festeggiamenti dedicati al passaggio dall’anno vecchio all’anno nuovo. Una cronaca tutto sommato in linea con tutte le altre di ogni inizio anno del XIX secolo.


Incuriosita dall’idea di trovare i carnet de bal delle feste organizzate durante i capodanni bolognesi dell’Ottocento, e motivata dai ricchi contenuti offerti da ChatGPT e Gemini sulla sontuosità delle feste da ballo per queste occasioni, ho dato il via alle ricerche, certa di riuscire a identificare un ampio repertorio di musiche, concerti e balli, sia in forma pubblica che privata. Ma invece di ritrovare documenti di questo tipo mi sono imbattuta in cronache completamente prive di riferimenti festaioli e in scarne programmazioni teatrali. Spesso, nelle riviste e nelle cronache del tempo, manca perfino l’allusione al giorno di passaggio: i racconti riportano principalmente fatti quotidiani della città legati ad avvenimenti politici o notizie di cronaca nera.



Eppure nell’Ottocento Bologna era una città viva che vantava la presenza di tanti teatri con ricche programmazioni, ed era permeata da un vivo tessuto sociale e culturale fatto di salotti, società private nate per organizzare i divertimenti cittadini e gli intrattenimenti. Numerose erano le occasioni per organizzare feste da ballo; numerose sono le documentazioni relative a veglioni e serate organizzate durante tutto l’anno, dagli inviti, ai luoghi, ai programmi musicali, ai nomi dei suonatori. Nessuna carta però parla del Capodanno! Come è possibile?


Per cercare risposte storiche alla nostra domanda è importante comprendere la profonda differenza culturale che separa le società di questi diversi secoli. La frenesia del Capodanno di oggi, vissuto come festa nelle piazze e nelle case, in luoghi gremiti, con eventi mediatici, discoteche, gran cenoni e lussuosi concerti, contrasta con la sobrietà dell’Ottocento. Oggi il Capodanno è un momento di bilancio del passato e di proiezione verso il futuro, si colora di divertimento, spesso esasperato e quasi obbligatorio, come se allo scoccare della mezzanotte si riuscissero a resettare le nostre esistenze.


Al contrario nell’Ottocento non esisteva l’ansia della festa a tutti i costi, il divertimento non era un evento concentrato in poche ore, ma faceva parte di un periodo più lungo e codificato secondo i tempi dettati dalla religione: il Carnevale, che iniziava il 26 dicembre e terminava con il mercoledì delle Ceneri. Il 1° gennaio segnava semplicemente un cambio di data, scandiva più che altro il calendario, senza sottintendere il concetto del nuovo inizio.


Per avvicinarsi meglio a quale fosse l’atmosfera del tempo vi invito ad ascoltare la puntata Natale nell’800, pubblicata qualche giorno fa su Spotify nel podcast 8cento domande a Mirtide, in cui Mirtide Gavelli racconta che il modello di Natale fatto di regali, addobbi, alberi e feste proviene da altri paesi e non è una tradizione così secolare come si potrebbe pensare. Se poi aggiungiamo che il celebre Concerto di Capodanno di Vienna ha come data precisa di nascita il 1939 chiudiamo i festeggiamenti col botto! Tenuto per la prima volta il 31 dicembre (e non il 1° gennaio) per risollevare il morale del paese all'inizio della Seconda Guerra Mondiale, celebrando l'identità austriaca ormai annessa alla Germania attraverso la musica degli Strauss, fu spostato al 1° gennaio nella seconda edizione del 1940, e da quel momento è diventato l’appuntamento internazionale che tutti conosciamo.


Guardare all’Ottocento con gli occhi del presente rischia quindi di produrre un’illusione retrospettiva, di cercare a tutti i costi quello che non esiste: chi propone concerti e balli di Capodanno come fossero dell’epoca crea dunque un falso storico!


Trovo che invece la giusta e preziosa chiave di lettura resti sempre quella dell’approccio consapevole alla Storia tramite le fonti scritte. Mi viene facile una riflessione conclusiva: la nostra idea di Capodanno come festa della società per eccellenza è il risultato di una costruzione storica relativamente recente, di quando cioè il calendario civile si emancipa definitivamente da quello religioso e la dimensione privata acquista centralità. Da quel momento il futuro non è più percepito come destino collettivo ma diventa promessa personale. In questa nuova dimensione si contestualizza anche il passaggio dell’anno. Il rito di osservare i destini della città, le ferite della politica e le incertezze della società che scandivano il 1° gennaio così come ogni altra giornata nel XIX secolo, si trasforma in evento da celebrare, teatralizzare e riempire di musica e danza. E la ricerca del divertimento del Capodanno dell’Ottocento risponde perfettamente a sensibilità, bisogni e pratiche sociali del presente.


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