Murat re di Napoli

di Augusto Battaglini

Ogni mio soldato porta nello zaino il bastone di maresciallo di Francia. Con questa frase Napoleone esortava i propri militari all’intraprendenza, facendo intendere che le capacità dimostrate ed i meriti conseguiti avrebbero potuto portarli ai più alti vertici militari, indipendentemente dal grado ricoperto o dal ceto di provenienza.

E tale sorte toccò a Joachim Murat, nato il 25 marzo 1767 a Labastide-Fortunière, ultimo di undici figli, da genitori locandieri.

L'aspirazione paterna era che Gioacchino si facesse prete, poiché a quei tempi era simbolo di potenza e di prestigio per le piccole famiglie borghesi avere un ecclesiastico. Ma a causa del carattere focoso e ribelle, incline al gioco e alle donne, venne presto espulso dal seminario. Decise quindi di arruolarsi nel reggimento Cacciatori delle Ardenne, ma anche da qui fu cacciato per l’indisciplina dimostrata.

Dopo un periodo trascorso a Parigi come Guardia Costituzionale di Re Luigi XVI, si arruolò nuovamente nell’esercito e sostenne energicamente la Rivoluzione. Nel 1795 conobbe Napoleone Bonaparte, che lo volle con sé come aiutante di campo nella prima Campagna d’Italia nel 1796. Da qui inizia la sua folgorante carriera militare: divenuto generale di brigata a soli 29 anni, segue Napoleone nella Campagna d’Egitto, nel corso della quale riceve i gradi di generale di divisione. Nel 1799 svolge un ruolo chiave nel colpo di stato del 18 Brumaio, sciogliendo il Consiglio del Cinquecento. Nel 1800 sposa Carolina Bonaparte, sorella di Napoleone. Diviene governatore di Parigi, maresciallo dell’Impero, granduca di Clèves-Berg, grande Ammiraglio. Durante la Campagna del 1806-1807 comanda la cavalleria della Grande Armée e si copre di gloria nelle battaglie di Jena, Eylau (nel corso della quale salva l’esercito francese ponendosi alla testa di 80 squadroni e guidando una carica che passerà alla storia), Friedland.



Nel 1808 Napoleone invia in Spagna il fratello Giuseppe, che lascia il trono del Regno di Napoli, conquistato nel 1806, a Murat.

Gioacchino e Carolina entrano a Napoli il 6 settembre 1808, accolti festosamente dalla popolazione. Murat si rivelerà un buon regnante: avvalendosi di eccellenti amministratori, proseguirà le riforme iniziate da Giuseppe, con la confisca dei terreni ai monasteri e la distribuzione di questi ai contadini, l’istituzione e il potenziamento dell'istruzione primaria con la lotta all'analfabetismo (che toccava in Calabria punte del 98%), costruzione di porti, ponti, ospedali.

I Napoletani lo amano moltissimo e il suo aspetto suscita ammirazione: alto, con folti capelli riccioluti, di bei lineamenti, le cronache dell’epoca spesso evidenziano la sua perfetta dentatura, fatto probabilmente raro per il tempo.


Nel 1812, decisa l’invasione della Russia, Napoleone lo chiama a sé come comandante dei 40.000 uomini della cavalleria della
Grande Armée. Murat è uno dei personaggi più pittoreschi dell’epoca.

Scrive di lui un contemporaneo: Indossava sempre vestiti magnifici o bizzarri d'ispirazione polacca e musulmana, combinando ricchi tessuti, colori sgargianti, pellicce, ricami, perle e diamanti. I suoi capelli ricadevano in lunghi ricci sulle spalle larghe, le folte basette nere, gli occhi scintillanti contribuivano ad un effetto d'insieme che suscitava stupore.

Egli è ormai una leggenda, le imprese militari e il suo coraggio spavaldo e temerario affascinano a tal punto i Cosacchi che, quando lo vedono, anziché sparargli lo acclamano gridando Il Re! Il Re!





Tra Napoleone e Murat i rapporti si erano però raffreddati: nel tempo Gioacchino aveva dimostrato sempre più insofferenza nei confronti del cognato imperatore, che non perdeva l’occasione di ricordargli che era stato lui a porlo sul trono del Regno di Napoli e che, di fatto, era solo un viceré.

Napoleone inoltre non gli risparmiava critiche feroci, arrivando ad apostrofarlo imbecille senza giudizio. Incaricato di riorganizzare a Vilnius e Kaunas quel che restava dell’esercito francese al termine della disastrosa ritirata, Murat abbandona il comando e rientra a Napoli, ritenendo il suo regno in pericolo.

Sebbene un contingente dell’esercito del Regno di Napoli rimanga a Danzica anche nel corso della Campagna del 1813, che si concluderà con la cruciale sconfitta nella battaglia di Lipsia, Murat inizia a prendere contatti con l’Austria, al fine di salvare la propria corona.


Nel corso del 1814 le truppe del Regno di Napoli affiancano quelle austriache nella campagna che porterà alla dissoluzione del Regno d’Italia napoleonico. Tuttavia l’esercito napoletano si dimostra poco combattivo, fatto che insospettisce il Comando austriaco.

Nonostante l’alleanza stretta con l’Austria, le cose non vanno come Murat sperava: con Napoleone in esilio all’Isola d’Elba, le potenze europee convocano il Congresso di Vienna e i Borboni reclamano la restituzione del Regno di Napoli. Murat è pur sempre il cognato di Napoleone e ne è stato uno dei suoi più fedeli comandanti, perciò la sua posizione si fa sempre più critica e isolata.




Fuggito dall’Elba e rientrato in Francia Napoleone, Murat chiede perciò di poter tornare al suo fianco. L’Imperatore tuttavia non lo riceve, ordinandogli di tenere a disposizione il suo esercito e di non prendere iniziative. Murat disubbidisce e il 15 marzo 1815 dichiara guerra all’Austria: con il suo esercito risale l’Italia e, dopo una prima fase nel corso della quale le truppe austriache arretrano, a seguito della sconfitta riportata nella battaglia di Occhiobello inizia la ritirata delle truppe napoletane, che terminerà con la dissoluzione totale dell’esercito dopo la definitiva sconfitta nella battaglia di Tolentino.


Con la firma del trattato di Casalanza del 20 maggio, il Regno di Napoli del cosiddetto
decennio francese cessa di esistere e il 23 maggio Ferdinando IV di Borbone torna sul trono.

Nel frattempo Murat si è imbarcato ed è riparato in Corsica e poi in Francia, separandosi per sempre da moglie e figli.

Il 18 giugno, a seguito della battaglia di Waterloo, l’impero Napoleonico tramonta definitivamente.

Murat torna in Corsica e, radunati alcuni suoi fedelissimi, organizza una spedizione navale, contando di sbarcare in Calabria e di poter riconquistare il regno che era stato suo, sollevando la popolazione.

La spedizione parte sotto i peggiori auspici: incappate in una tempesta, le barche si disperdono. Murat con i pochi soldati rimastigli sbarca a Pizzo Calabro, ma la situazione volge presto al peggio. Ferdinando IV tramite sue spie aveva saputo del progetto di Murat e aveva di conseguenza predisposto le opportune contromisure. Giunto nel centro del paese, Gioacchino viene assalito da una folla a lui ostile e dalla seppur striminzita guarnigione, con a capo un ex soldato del suo esercito, il capitano della gendarmeria Trentacapilli.


Inseguito, fugge verso la spiaggia ma viene catturato. Il suo destino è segnato: imprigionato nel castello, viene sottoposto a processo e condannato a morte per fucilazione, che verrà eseguita il 13 ottobre. Ironia della sorte, i capi di imputazione riportano articoli di legge da lui promulgati nel 1812 per debellare il brigantaggio:
L'attentato, o trama, di cui il fine sarà, sia di distruggere o di cambiare il governo, o l'ordine di successione al trono, sia di eccitare i cittadini, o gli abitanti ad armarsi contro l'autorità Reale, saranno puniti con la pena di morte, e colla confiscazione dei beni.


Prima di essere fucilato scrive una struggente lettera alla moglie e ai figli: Mia cara Carolina, La mia ultima ora è giunta; tra pochi istanti cesserò di esistere; non avrai più un marito, e i miei figli non avranno più un padre. Non dimenticarmi mai; la mia vita non è stata macchiata da alcuna ingiustizia. Addio Achille mio, addio Letizia mia, addio Luciano mio, addio Luisa mia; mostratevi al mondo degni di me. Vi lascio senza regno e senza proprietà, in mezzo ai miei numerosi nemici; siate costantemente uniti, mostratevi superiori alla sventura, pensate a ciò che siete e a ciò che siete stati, e Dio vi benedirà. Non maledite la mia memoria. Sappiate che il mio più grande dolore, negli ultimi momenti della mia vita, è morire lontano dai miei figli. Ricevete la mia benedizione paterna; ricevete i miei baci e le mie lacrime. Abbiate sempre presente nella vostra memoria il vostro sfortunato padre.


Dopo l’esecuzione, nel corso della quale è lo stesso Murat a dirigere il plotone, il corpo viene deposto in una bara frettolosamente preparata, che però risulta troppo piccola, data la sua statura. Di ciò che accade, abbiamo la descrizione data da Antonino Condoleo, che assiste alla sepoltura:
L’insanguinato cadavere fu subito messo in una rozza cassa di abete e fu portata da dodici soldati nella Chiesa Matrice. Nel deporla a terra, per l’urto ricevuto o perché mal connessa, la cassa si aprì negli spigoli. Oh, visione incancellabile di quel volto pallido, sfigurato da una pallottola che aveva orribilmente solcata la sua gota destra, di quegli occhi spenti, di quella bocca socchiusa, che pareva volesse terminare qualche incominciata parola, di quell’aria guerriera che la stessa morte non aveva potuto cancellare dal suo sembiante! Rattoppata alla meglio la cassa, con tutta sollecitudine, fu gettata nella fossa comune.



Con mossa astuta Re Ferdinando IV, oltre a prevedere diverse altre ricompense, decreta che
il Comune di Pizzo porterà per l’avvenire il titolo di Città fedelissima e che Resteranno per sempre abolite le gabelle civiche. In tal modo, la scomoda responsabilità del regicidio viene addossata alla popolazione di Pizzo.

Dal suo esilio a Sant’Elena, così commenterà sarcasticamente Napoleone: Murat ha tentato di riconquistare con duecento uomini quel territorio che non era riuscito a tenere quando ne aveva a disposizione ottantamila. Ma rimpiangerà anche di non averlo avuto al comando della cavalleria francese contro i quadrati inglesi a Waterloo…




Passano gli anni e su Murat cala il più completo oblio. Aprirne la tomba avrebbe significato commettere un delitto di stato!

Nel 1860 Garibaldi conquista il Regno di Sicilia. Poiché era grande ammiratore di Murat, sanziona pesantemente il comune di Pizzo: Volendo cancellare nell'Italia meridionale ogni segno che ricordi fatti incivili e di ingratitudine cittadina; convinto che i Popoli non si elevano a libertà con memorie che perpetuano in mezzo a loro le male opere delle tirannidi. DECRETA - Art. 1 - I privilegi di legge accordati al Comune di Pizzo ed ai privati cittadini dello stesso Comune con decreto reale 18-10-1815, sono aboliti. Ogni monumento che rammenti contesti privilegi sarà abbattuto. Viene quindi demolita la statua di Ferdinando IV.


Verso la fine del secolo tra i discendenti di Murat si fa strada l’idea di provare a recuperare i resti dell’illustre antenato, così da potergli dare più degna sepoltura nella Certosa di Bologna, dove la figlia Letizia, sposata con il Conte Guido Taddeo Pepoli, aveva fatto erigere un maestoso monumento funebre a lui dedicato, realizzato da uno degli scultori allora più in voga: lo svizzero Vincenzo Vela.

Nel 1899 la Contessa Letizia e il conte Giulio Rasponi, nipoti diretti di Murat, il conte Ercole Estense Mosti, il conte Ettore Capialbi, il marchese Gagliardi con alcuni suoi familiari e l’onorevole Raffaele De Cesare si recano perciò a Pizzo per tentare il ritrovamento delle spoglie di Gioacchino.

Ma avranno un’amara sorpresa.




Così scrive Raffaele De Cesare:
Sulla tradizione locale e sulla testimonianza del Condoleo, contemporaneo, Ettore Capialbi era persuaso che il corpo di Gioacchino Murat fosse stato sepolto nella nuova Chiesa Matrice dedicata a San Giorgio Martire, e precisamente nella terza fossa […] e che in questa avesse avuta sepoltura un pezzente notissimo di Pizzo; e non più nessuno. Facile dunque ricercare le ossa del Re, che aveva statura di gigante, copiosa e folta capigliatura, e denti bellissimi. Aveva 48 anni ed era nel vigore della vita.

Era stato fucilato indossando una giubba coi bottoni di metallo, e calzando stivali, cui erano attaccati gli speroni. […] Tale sicurezza mosse la nobile contessa Letizia Rasponi, figlia di Luisa Murat, ad accogliere l’invito di andare a Pizzo a rinvenire, dopo 84 anni, i resti mortali del suo avo, che si sarebbero raccolti e portati alla Certosa di Bologna. […]

Si aveva la certezza di trovare i resti di Gioacchino, che di accordo si era stabilito, ripeto, di trasportarli nella Certosa di Bologna dov’è il gran monumento di lui, opera mirabile del Vela. Nel tempo stesso sì sarebbe trasportato da Firenze il feretro della regina Carolina; nonché quelli delle loro figlie, Luisa Rasponi e Letizia Pepoli. […] Si partì da Roma il 22 aprile 1899 è si giunse a Pizzo nelle ore pomeridiane del 23. […]

Al tocco del 24 Aprile era fissata la cerimonia. Il popolo di Pizzo si affollava innanzi alle porte della Chiesa, così che fu necessario, che soldati e carabinieri le proteggessero da una invasione. Tutti volevano assistere a quella funzione, così nuova nella loro storia.

Il parroco indossò la stola, e a capo di preti e chierici, aprì il corteo intorno alla sepoltura, benedicendola con l’aspersorio. Poi cominciò l’operazione di sollevamento del coperchio, la quale fu lunga, poiché la fossa, da oltre sessant’anni non più aperta, era fermata da arruginite spranghette di ferro. Ci vinceva tutti una commozione che si può immaginare.

Ma, ahimè, scoperchiata la fossa, avemmo il più desolante disinganno: la sepoltura è piena di ossami sino all’orlo. Vi discende un operaio ed esplora; si vede qualche piccola cassa che va in polvere appena toccata. Ci guardiamo, quasi non fiatando. Cade tutto quel castello di congetture, che ci aveva condotti al Pizzo! Non è possibile alcuna sicura ricerca in tali condizioni. Si apre la seconda fossa, e poi la terza, ma sono tutte ricolme di ossami. Un raggio di sole, penetrando nella buca di mezzo, fa nota una circostanza, che nessuno sapeva o immaginava. Non erano tre sepolture distinte sul pavimento della Chiesa, ma una sola, con tre bocche.

Durante il colera del l837, che menò strage in Pizzo, i cadaveri furono buttati in quell’unica sepoltura dalla bocca di mezzo; e poi, allargati a destra e a sinistra, fino al punto che il sotterraneo si riempi tutto; e rinchiuso, non fu più violato. Tale circostanza non era nota a nessuno. […]

Non vi era da far altro, che accettare l’insuccesso, e redigere, dopo cinque ore di lavoro, e assai malinconicamente, un verbale.


Altri due tentativi svoltisi in tempi recenti e con moderne attrezzature non hanno portato ad alcun risultato. Gioacchino Murat riposerà per sempre nella chiesa di San Giorgio a Pizzo Calabro. Oltre a quello nella Certosa Di Bologna, è stato a lui dedicato un monumento funebre nel cimitero di Père-Lachaise, a Parigi.

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