La battaglia di Arcole

di Carlo Alberto Ghigliotto

Dopo la Rivoluzione francese, quando gran parte dell’Europa era unita contro la Repubblica per mettere in scacco i suoi eserciti, un’armata secondaria riuscì ad invadere il territorio nemico in appena un mese di manovre militari. A dispetto di ogni previsione, il giovane Bonaparte fece del fronte italiano un denso teatro d’operazione, nonché il maggiore successo della controffensiva francese. Sconfitti austriaci e piemontesi, nell’ottobre del 1796 le truppe rivoluzionarie erano entrate nel Ducato Estense, con l'occupazione dell’Emilia vennero liberati i possedimenti Estensi, a partire dal 4 ottobre l'Armata d'Italia cacciò le nobiltà cittadine e le sue rappresentanze. Reggio Emilia, protagonista della Rivoluzione Reggiana, insorgenza spontanea della popolazione cittadina e provinciale, accoglie Bonaparte in nome della libertà dal giogo aristocratico.

Nella stessa città il generale proclama la Federazione Cisalpina, a cui inizialmente prendono parte i territori compresi da Massa alla Romagna. Il 16 ottobre nasce la Repubblica Cisalpina, con la costituzione di organi di governo, un'organizzazione militare e il primo Tricolore Italiano come bandiera di stato. Napoleone era giunto con successo nel cuore del nord e, costretto gli eserciti alleati alla resa e alla fuga, la situazione in Italia parve stabilizzarsi a suo favore. Ma la penisola non era ancora pacificata; le forze austriache, benché battute, erano ancora decise a conservare la propria egemonia sul territorio. A dispetto dei successi del giovane comandante, in quello stesso mese le forze francesi che dovevano costituire la direttrice d’offensiva principale sul Reno vennero respinte, determinando il fallimento dell’intera operazione sul fronte e consentendo agli austriaci di impegnare maggiori risorse in Italia, trasformando il Tirolo nella base di raccolta delle truppe, bacino che concentrò un’armata di 46.000 uomini sotto gli ordini del Barone d’Alvinczy.


All’inizio di novembre, contestualmente alla proclamazione della Repubblica Transpadana, ebbe inizio la mobilitazione generale delle truppe asburgiche; Alvinczy marciò con poco meno di 30.000 uomini lungo il Brenta, verso Bassano, mentre il suo subalterno Davidovich puntava su Trento, lungo l’Adige. Entrambe le colonne, decise alla rivalsa, avrebbero dovuto ricongiungersi verso Verona per procedere alla volta di Mantova. I comandanti francesi, in netta inferiorità, non si aspettavano il sopraggiungere di una simile controffensiva. Le truppe nemiche presero Trento con relativa facilità e i contingenti repubblicani, ripiegando dalle loro posizioni, si attestarono a Rivoli, mentre anche l’armata principale mieteva successi sbaragliando a Caldiero alcuni reparti di fanteria. Il rovescio era imminente, e i generali di Bonaparte iniziarono a temere che la campagna fosse perduta, dal momento che non disponevano dei mezzi sufficienti per fronteggiare le forze d’invasione, che avrebbero dovuto contenere distaccando i reparti impegnati nell’assedio di Mantova.



Il giovane Bonaparte, braccato dalle manovre che minacciavano l’accerchiamento del suo esercito, decise di riprendere l’iniziativa. Nonostante la soverchiante imparità sul campo, tentò un attacco contro le forti posizioni di d’Alvinczy, trasgredendo al suo dogma per cui, per colpire per primo, occorreva essere in nette condizioni di superiorità. Egli poteva infatti contare su non più di 18.000 soldati contro i 23.000 austriaci attestati tra Caldiero e Arcole. Gli riuscì però di individuare un terreno stretto e paludoso, tra l’Adige e l’affluente Alpone, su cui sorgeva Arcole, entro il quale si sarebbe potuto giocare la possibilità di annullare, o quantomeno attutire, gli effetti della superiorità nemica.

Pose ai suoi generali come obiettivo il villaggio di Villanova, poco a nord di Arcole, dove erano concentrati i carri delle salmerie di Alvinczy, e il cui possesso avrebbe precluso al nemico sia l’avanzata su Verona a ovest sia il dispiegamento di uno schieramento su un terreno più favorevole a est. Lo spostamento dell’esercito francese, come da consuetudine rapido e inatteso, avvenne durante la notte tra il 14 e il 15 novembre lungo la riva sinistra dell’Adige. Subito dopo l’attraversamento del fiume il contingente di Massena riuscì a occupare il contiguo villaggio di Porcile, ma quello di Augereau faticò a raggiungere Villanova, ostacolato dal continuo fuoco delle batterie trincerate alle soglie di Arcole.



Il cittadino generale Bonaparte, come ancora si faceva chiamare, era ben consapevole che solo la conquista di quell’obiettivo gli avrebbe consentito di sfruttare il vantaggio di manovra che pocanzi guadagnato e di prevalere sulle colonne ancora disunite. Ordinato di forzare il passo, si rese immediatamente conto delle condizioni di difesa della testa di ponte che, benché protetto da un fuoco di sbarramento, era l’unica via d’accesso per impedire agli austriaci di concentrare l’esercito e di puntare su Mantova. Le truppe francesi, che avevano marciato incessantemente per tre giorni, furono costrette ad attestarsi davanti ad Arcole. Augereau predispose un primo attacco intorno agli argini, ma i reparti disposti all’attacco vennero subito falciati dall’artiglieria austriaca; il passo sembrava impossibile da forzare.

La testa della colonna, demoralizzata e stanca, fu respinta, costringendo la divisione ad una situazione di stallo. Per rianimare il morale delle truppe, Augereau scese in prima linea e, impugna la bandiera di un reparto, si gettò sul fuoco nemico, ma nessuno ebbe il coraggio di seguirlo. Bonaparte, il comandante in capo dell’Armata d’Italia, raggiunse il centro della linea, sguainò la sciabola e fece lo stesso: ordinata la carica, prese la bandiera della 51ème demi-Brigade e si lanciò alla testa dei granatieri, tosto seguito dai reparti.

Nonostante l’entusiasmo, la marcia si arrestò a metà dell’attraversamento sotto le violente raffiche dell’artiglieria. Napoleone, circondato dai granatieri della 51ème, venne salvato da uno dei suoi aiutanti di campo, il colonnello Jean-Baptiste Muiron, che offrì il petto al fuoco austriaco in difesa del generale, il quale piantò la bandiera sul ponte e fu portato in salvo, gettato in acqua dai soldati. La carica venne tragicamente fermata, la colonna fu presto fatta a pezzi e i superstiti costretti a ripiegare. All’offensiva fallita seguì un movimento retrogrado di tutto lo schieramento, costretto a perdere terreno di fronte all’incalzante reazione della fanteria austriaca.

Nel corso della ritirata, inattesa e precipitosa, Napoleone stesso rischiò di cadere nelle mani del nemico. Nel frattempo, la cavalleria di Guieu, che era stata inviata ad accerchiare la posizione di Arcole da sud, riuscì a costringere gli austriaci ad abbandonare il villaggio. Ma, col calare della notte, Guieu, temendo l’accerchiamento, abbandona la posizione. I generali francesi, certi dalla sconfitta, erano pronti a ricevere l’ordine di ritirata. Ma il temuto sopraggiungere della seconda colonna austriaca in rinforzo non si palesò, la retroguardia francese era ancora sufficientemente sicura per tentare una sortita.


Il 16 novembre del 1796, il secondo giorno della battaglia di Arcole, ebbe inizio con una certezza: i francesi avevano perduto l’elemento sorpresa di cui godevano il giorno precedente. Alvinczy passò quindi al contrattacco, ordinando l’avanzata generale delle truppe austriache. Gli uomini di Massena, anche se minacciati di accerchiamento, riuscirono a respingere alcuni reparti del fianco destro nemico. Augereau tentò quindi di recuperare il villaggio di Arcole contestualmente all’avanzata del fianco destro su Albaredo, seguirono alcuni combattimenti dall’esito incerto, ma il sole tramontò senza una risoluzione definitiva.

La mattina del 17 novembre giunse al quartier generale francese la notizia del possibile arrivo della colonna di Davidovich, costringendo Napoleone a prendere una decisione disperata: ritirarsi, o forzare il passo. Il piano di battaglia risultò semplice, far guadare il corso d’acqua più a sud dalla divisione Augereau, che si sarebbe poi dovuta concentrare intorno al villaggio mentre, 10 miglia più a sud, un’altra colonna avrebbe dovuto passare Legnago per giungere in supporto dell’offensiva. Messena avanzò da sud, proteggendo il fianco sinistro e impegnando il centro; ma nel frattempo l’artiglieria austriaca fece saltare il ponte su cui la divisione stava guadando il fianco sud all’altezza di Albaredo, lasciano la 51ème demi-brigade isolata.

La 51ème, rimasta tagliata fuori dal resto dello schieramento francese, decise di proseguire l’offensiva da sola e così, senza il supporto del resto della divisione, iniziò ad avanzare verso Arcole. In quel frangente il comando austriaco lanciò un massiccio attacco sul centro repubblicano, a cui Napoleone rispose prontamente. Respinta l’avanzata, l’esercito giacobino iniziò a recuperare terreno verso nord, supportato dall’arrivo dei rinforzi giunti da Legnago sul fianco destro.




Colti alla sprovvista, gli austriaci lanciarono un contrattacco dal ponte sull’Alpone, ferendo mortalmente il generale di brigata Robert e costringendo i francesi a ripiegare. Il panico si diffuse contagiosamente, obbligando tutta la divisione Augereau a ritirarsi. Gli austriaci, lanciatisi all’inseguimento, dispiegarono le riserve di fanteria a disposizione mentre Massena, rimasto più a nord, scendeva in aiuto di Augereau su ordine di Napoleone. La colonna di supporto riuscì ad accerchiare i reparti asburgici, costringendoli a ripiegare verso nord-est. Recuperata l’iniziativa, Bonaparte ordinò alle Guide dell’Armata d’Italia, il reparto d’élite di appena venticinque cacciatori a cavallo scelti tra i veterani dell’esercito, di accerchiare il nemico da est simulando il movimento di una colonna di cavalleria.


La posizione intorno ad Arcole venne così rapidamente recuperata e, schierate tutte le divisioni, Napoleone ordinò al tamburino della 51ème, il ventenne Andrè Estienne, di guadare il fiume e di suonare la marcia alle spalle del nemico. Il ragazzo riuscì a passare inosservato sino all’argine opposto e, giunto nelle retrovie, iniziò a suonare la marcia tra i portici del borgo, facendo riecheggiare il rullo del tamburo. La linea austriaca, colta dal panico, temette il sopraggiungere dei battaglioni francesi alle proprie spalle.

Gli ufficiali, in preda alla paura di essere accerchiati, ordinarono di ripiegare. In quel frangente d’esitazione Napoleone guidò nuovamente la carica sul ponte e, supportato dall’intervento della cavalleria di Massena, riuscì finalmente a trasformare lo strenuo e sofferto avamposto di Arcole in un’epica vittoria francese.



La consunta bandiera della 51ème demi-brigade, distintasi eroicamente sul campo di battaglia, fu donata a Jean Lannes, futuro maresciallo di Francia e allora comandante del reparto, che era stato ferito sul campo di Arcole, affinché fosse conservata in memoria dell’evento.

André Estienne, il giovane tamburino della 51ème, ricevette in encomio nel 1801 un paio di bacchette placcate argento con sovrascritta una dedica al proprio coraggio, nel 1802 fu decorato con la Legion d’Onore e tutt’oggi, nel centro storico di Cadenet -città natale del ragazzo, si erge una statua in suo onore.

La scena della carica guidata da Napoleone sul ponte di Arcole divenne leggendaria, simbolo di perseveranza e di coraggio. L’episodio, immortalato da Antoine-Jean Gros, allievo di Jacques-Louis David, nel quadro Bonaparte al ponte di Arcole, fu da subito riprodotto in disegni, dipinti ed incisioni, alterando la rappresentazione della bandiera della 51ème impugnata da Napoleone, elevata a simbolo della Francia.

Giunta la sera del 17 novembre 1796, dopo tre giorni di strenui combattimenti, Arcole, il piccolo villaggio reso protagonista della casuale scacchiera della storia, era il nome di un trionfo.

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