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Il coraggio (non) è di famiglia

di Lorenzo Nannetti

cinque-giornate-milano (Miniatura 550x314 px)Il Risorgimento presenta spesso esempi di famiglie dove tutti i componenti dimostrano valore, coraggio e abnegazione: pensiamo per esempio ai Fratelli Bandiera, o a Garibaldi, i suoi figli e sua moglie Anita, o a tanti ricordati nelle cronache. Molti altri forse non li conosciamo neanche. Sarebbe però errato pensare che sia sempre così. A volte non tutti i parenti sono eroi… e ce lo ricorda la storia di due fratelli.

Augusto Anfossi è l’eroe, esempio di patriota che dimostra il suo valore in giro per il mondo e trova un’epica fine in uno degli episodi più famosi del Risorgimento. Nato a Nizza nel 1812, si arruola nell’esercito del Regno di Sardegna e viene coinvolto nei moti del 1831. Fugge quindi in Francia, dove entra nella Legione Straniera che opera in Africa: ottimo modo per ricostruirsi una vita senza troppe domande. Proprio la sua esperienza di soldato viene messa a frutto quando passa al servizio dell’Egitto, dove combatte valorosamente in una guerra contro i Turchi nel 1839, tanto da guadagnarsi la stima del suo comandante e futuro viceré del Paese. Lasciato l’esercito diventa commerciante, cosa che gli permette di tornare a viaggiare in Europa: è in questi anni che capisce che la situazione in Italia sta per esplodere. All’inizio del 1848 torna perciò prima a Venezia e poi a Milano, dove partecipa alle famose Cinque Giornate con energia, diventando una delle anime della rivolta. Il 21 marzo, penultimo giorno, guida l’assalto al Palazzo del Genio ma viene colpito da una pallottola alla testa, morendo con coraggio. I Milanesi gli tributarono onori e anche oggi esiste una via a lui dedicata. Augusto Anfossi (Miniatura 169x200 px)

L’antieroe è invece il fratello minore Francesco. Nasce nel 1819 sempre a Nizza e anche lui si arruola nell’esercito sabaudo, diventando ufficiale. Nel 1848 è ancora in servizio attivo quando riceve la notizia della morte del fratello e dà le dimissioni per poter raggiungere subito Milano. Lì, forse determinato a vendicarlo, decide di fondare un reggimento di volontari, a cui assegna il roboante nome di Cacciatori della Morte e dedicandolo proprio al fratello Augusto. Disegna anche uniformi molto caratteristiche e di grande effetto visivo: principalmente nere, con un teschio disegnato. L’obiettivo è partecipare alla guerra di liberazione dagli Austriaci.

Il problema è che tutto questo disegno grandioso rimane un po’ sulla carta: Anfossi non dispone di grandi ricchezze e per reclutare truppe servono fondi, soprattutto per comprare fucili ed equipaggiamento. Inoltre sembra che nessuno gli dia ascolto: il governo cittadino gli dice di fare da solo e di non aspettarsi grandi aiuti e, anche se promette fucili e munizioni, in realtà arriva ben poco. Il motivo è semplice: innanzi tutto il governo lombardo non ha molti soldi e poi non c’è alcun interesse a uno sforzo bellico disorganizzato e soprattutto fuori dal proprio controllo. Anfossi obbedirà agli ordini o è un “cane sciolto”? Forse c’è anche diffidenza verso di lui, che è ex-ufficiale sabaudo: è davvero indipendente o vuole raccogliere soldati per re Carlo Alberto, che nel frattempo è entrato in Lombardia e combatte gli Austriaci? A chi obbedirà Anfossi? E poi è davvero capace o solo un arrivista?


Immagini nella pagina:
S. Mazza, Inizio della Rivoluzione delle Cinque Giornate
F. Bertolini, Ritratto di Augusto Anfossi sul letto di morte,1848


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