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Il moto di Savigno: i combattimenti del 15 agosto 1843 tra carabinieri pontifici e ribelli raccontati dai protagonisti

di Luciana Lucchi

R. “Stanchi ed assetati, io e il Morotti ebbimo l’incarico d’introdurci in una casa a prendere del vino, e andammo da un certo dottor Maselli, che sta in piazza e dalla sua cantina prendemmo un bigoncio di vino con bicchieri, e così molti bevettero e poscia, senza indugio si riprese l’attacco dell’osteria in cui erano tutti i carabinieri. L’assalto era veemente ed era operato da molte persone che per tutti i lati tempestavano quella casa di fucilate, i nostri si erano anche introdotti in una casa opposta all’osteria ed a quella dalle cui finestre sparavano.”(9)

C. “Rientrati nell’osteria si cominciò di nuovo per parte dei Briganti a far fuoco contro di noi. In questo secondo attacco eravamo circondati da tutti i lati, taluni Briganti erano andati anche in una casa dirimpetto all’osteria dalla cui finestre mandavano fucilate. Essi proseguirono a far fuoco un’altra ora circa poi udimmo che i Briganti atterravano la porta d’ingresso a colpi di mannaja. Noi cominciammo a buttar giù le armi dalla finestra. Io, Pascoli, Lazzari e il sergente Barattini ci gettammo giù da una finestra che corrispondeva nel suddetto vicolo dove fummo subito presi.”(10)

Passaggio truppe pontificie (Miniatura 219x148 px)C. “Siccome i faziosi stavano per atterrare la porta dell’osteria, così il Capitano discese in cantina per mettersi in salvo. Egli si nascose entro ad un tino, vicino a lui, in altro tino, si mise il Laffi, ed io mi nascosi di dietro ad una botte in fondo della cantina… Cessate del tutto le esplosioni vennero i Briganti in cantina cercando del Capitano e chiamandolo per ben tre volte col promettergli salva la vita. Alla terza chiamata il detto Capitano si fece vedere, ed ajutato sortì dal tino, e salì le scale della cantina coi faziosi. Dopo qualche poco di tempo partirono tutti dall’osteria, ma io non azzardai di sortire dal mio nascondiglio che feci soltanto un’ora dopo.”(11)

I ribelli sono in piazza e vogliono giustiziare Antonio Barattini che, oltre ad essere speziale del paese, è anche sergente dei volontari pontifici ed ha coadiuvato il capitano Castelvetri nelle indagini sui sospettati di cospirazione durante i tre giorni precedenti, quando, improvvisamente, giungono in piazza sia sua madre che sua sorella che invocano clemenza per lui. La sorella racconta che: “Cessate le esplosioni mi affacciai alla finestra e potei vedere che mio fratello [Antonio] stava fuori dell’osteria e in una certa attitudine da far dubitare che lo volessero ammazzare. Allora corsi all’osteria suddetta e vedendo che realmente stava per essere fucilato, mi misi in ginocchio davanti ad uno che figurava da capo e che non conobbi, e tanto lo pregai, che finalmente mi promisero salva la vita del fratello, dopo di che mi fecero ritornare in casa.”(12)

R. “I nostri capi giravano su e giù col Capitano in mezzo di piazza, quando sopravvenne un tale vestito alla borghese, a me ignoto, che prontamente recapitava alcune lettere per il Capitano, che gli furono strappate di mano essendo poscia passate nelle mani dei nostri capi. Quel pover’uomo fu subito preso, arrestato e legato con corda unitamente allo speziale perché esso pure fu riconosciuto per un volontario pontificio [si tratta di Giovanni Ferrari di Bazzano].”(13)

I capi leggono le lettere, che in realtà sono degli ordini inviati dal tenente Freddi al capitano Castelvetri tramite il volontario pontificio Ferrari. I ribelli si predispongono a lasciare immediatamente il paese dirigendosi verso Merlano quando accade l’avvenimento più sanguinoso del moto, descritto da don Francesco Cumani, parroco di Merlano, che sta osservando la scena dalla sua canonica: “Dalle finestre della mia parrocchiale [chiesa di Santa Maria Assunta] posta molto in alto, io guardava con cannocchiale, e vidi di nuovo la banda a salire, e a ritornare per quel medesimo stradale nel quale era passata… Giunsero alla distanza di un quarto di miglio circa, bene scoperti, ed essendo essi da basso, ed io in alto, così li vedeva, e distingueva il detto Capitano che ad un tratto vidi cadere a terra dietro tre o quattro fucilate che furono esplose, delle quali pur anche vidi il fuoco… Avevano pure tirato contro al volontario Ferrari che morì e ad Antonio Barattini che avevano lasciato, semivivo, ferito al suolo.”(14)

Note:
(9) Deposizione del ribelle G. Minghetti.
(10) Deposizione del carabiniere E. Domenichetti.
(11) Deposizione del carabiniere Francesco Rampi, 21 anni.
(12) Testimonianza di Adelaide Barattini, 38 anni.
(13) Deposizione del ribelle G. Minghetti.
(14) Testimonianza di don Domenico Cumani, parroco chiesa di Santa Maria Assunta, Merlano. Quando i ribelli si allontanano da Savigno dopo avere sparato, sono convinti che Antonio Barattini sia morto come l’altro volontario (Ferrari) al quale è legato. In realtà Barattini è rimasto solo gravemente ferito e riesce a trascinarsi fino alla vicina casa di Domenico Brondelli per chiedere aiuto. Successivamente, trasportato all’Ospedale Maggiore di Bologna, vi rimane degente per più di tre mesi.

Immagine nella pagina:
F. Fontana, I fatti di Savigno. Passaggio delle truppe pontificie, 1851, © Museo civico del Risorgimento di Bologna.

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