La battaglia di Ciro Menotti: da imprenditore a martire per l’Unità d'Italia

Prima parte: L’industria contro il pugno di ferro ducale

di Martina Rignanese

Il sacerdote Giuseppe Andreoli si taglia i capelli e li manda alla madre (Miniatura 219x155 px)Francesco IV emise due editti contro la Carboneria, il secondo dei quali inaspriva le pene previste dal primo. Nel 1820 il Tribunale di Rubiera processò quarantasette persone accusate di Carboneria. Il Duca, nonostante l’affezione quasi mistica per il trono, mostrava generalmente una certa indulgenza per la convalida delle sentenze. Quarantacinque dei sovversivi ebbero la riduzione della pena ma, tra le due condanne a morte, solo una venne orribilmente confermata: quella verso Don Giuseppe Andreoli.

Menotti, come molti cittadini, ne restò sconvolto. Ci si aspettava, pressoché con certezza, la grazia verso il sacerdote che aveva conciliato il cristianesimo con le ideologie neorisorgimentali. Non ci furono ripensamenti: Francesco IV sostenne granitico che un religioso, vestito dell’abito talare, non poteva complottare contro la corona, protetta dal Papa e dunque da San Pietro. Lo sventurato subì un giudizio sommario, inappellabile, senza indagini approfondite sulla sua sospetta attività di spia. Venne spretato, ghigliottinato e sepolto in terra sconsacrata. Era il 1822. Ciro Menotti radicalizzò il suo liberalismo ma si rendeva conto che la Carboneria doveva uscire dalla circoscrizione e dalla frammentarietà.

Nel frattempo, per ironia della sorte, il Duca visitò la sua fabbrica tessile restando piacevolmente stupito dai nuovi macchinari. Pareva preannunciata un’apertura governativa ma, nel 1825, Menotti dovette constatare, per l’ennesima volta, la miopia e arretratezza del Ducato. Non furono concessi finanziamenti alle nuove imprese. Il giovane commerciante si trovò in difficoltà perché già aveva chiuso l’azienda di spedizioni per i conflitti insorti con Lugli. Si vide fallire, negli anni successivi, una distilleria di acquavite a Saliceto, una fonderia a Casinalbo e una ferreria a Vignola. Per fortuna l’industria paterna continuava ad essere fiorente e tornò a lavorarci con successo senza privare lui e la famiglia di un tenore di vita raffinato.

In questo periodo, tuttavia, avvenne una svolta grazie all’incontro con l’avvocato Enrico Misley. Costui era uomo influente a corte, astuto, preparato. Espose valide ragioni per ottenere l’appoggio del Duca verso i carbonari: “legalizzandoli” si sarebbe ottenuto un piano di sollevazione unitario e costituzionale, organizzando una grande ribellione che avrebbe coinvolto gli stati del nord Italia. Misley aveva persuaso in tal modo Ciro Menotti, ma Giuseppe Mazzini non ebbe parole lusinghiere per l’avvocato considerandolo imbroglione ed uomo non di veri e profondamente radicati principi. L’imprenditore, seppur diffidente e intimamente ostile alla corona, dovette adoperar la sua diplomazia imprenditoriale…

(…continua)

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Immagine nella pagina:
Gabriele Castagnola, Il sacerdote Giuseppe Andreoli si taglia i capelli e li manda alla madre, litografia, 1864

Note bibliografiche:
Menotti Ciro, Treccani, enciclopedia on-line.
Ciro Menotti: il patriota che sfidò il duca sognando l’Italia unita, Luigi Malavasi Pignatti Morano, 28 maggio 2017 in La pressa, quotidiano di approfondimento politico ed economico.
Tomba di Ciro Menotti, www.fioranoturismo.it, Comune di Fiorano Modenese.

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