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Salotti bolognesi

di Pierpaolo Franzoni

La nostra associazione ha inaugurato l’anno scorso una serie di eventi periodici che ha chiamato Salotto Ottocentesco. Non saranno ovviamente una riesumazione nel XXI secolo di quelli passati, ma potrebbero diventare, più realisticamente, un modo di incontro per ricordare quelli che tanta parte ebbero nella storia del costume italiano.
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E se a Firenze era la contessa d’Albany che teneva il suo famoso salotto nel Lungarno, e a Milano Clara Maffei quello notissimo romantico-risorgimentale, il nostro, giocoforza, cosa dovrà essere se non il salotto di Alessia Branchi, poiché ogni salotto ottocentesco che si rispetti si declina sempre al femminile.
Fare salotto e salottiero nella nostra epoca hanno un significato frivolo e leggero ed equivalgono per lo più al passare il tempo in chiacchiere.

Nell’Ottocento, invece, queste occasioni di ritrovo avevano connotati tutti diversi.
Il salotto suppliva alla sede del partito politico, al cenacolo di cultura per i giovani, alla sala per pianoforte e alla sala di danza; era un’accademia per declamare versi, perfino un telegiornale perché passavano sempre ospiti stranieri e illustri provenienti da altre città e Stati che portavano notizie; sostituiva insomma anche il nostro Internet e certamente Novella 2000.

Non è casuale, poi, che l’accezione negativa sia stata nel tempo determinata da un malcelato maschilismo: infatti non c’era salotto senza una donna, anzi la donna ne era la titolare unica.
Nei salotti ottocenteschi era la parola a farla da padrone perché lo scambio di idee, di opinioni e di notizie era necessario per socializzare e dare corpo ai temi più in voga: dalla politica alla letteratura, dall’informazione al pettegolezzo. Senza dimenticare che i salotti erano anche i luoghi dove si combinavano i matrimoni e avvenivano i corteggiamenti.


Immagine nella pagina:
James Tissot, Hush!, 1875 (particolare)
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Gennaio-Marzo 2008 (Numero 9)

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