Nel Conservatorio di Costantinopoli, però, il partito riunito intorno alla badessa era totalmente ligio alla Curia e ai Borbone, ed Enrichetta subì una drastica censura riguardo alle sue letture, all’esecuzione al piano dei brani di Rossini ed alla possibilità di scrivere lettere o tenere un diario. Enrichetta continuò lo stesso ad inviare lettere, nascondendole nel cesto della biancheria sporca con la complicità di una domestica, ma alcuni suoi scritti, sequestrati e pervenuti nelle mani di Riario Sforza, vennero da lui inviati a Pio IX affinché non cedesse alle reiterate suppliche di Teresa Cutelli (ora separata dal marito e riconciliata con la figlia) per la libertà di Enrichetta. Solo nel 1849, grazie ai disturbi nervosi di cui soffriva, ottenne finalmente il permesso di uscire con la madre per curarsi con i bagni. Riario Sforza, tuttavia, continuò a perseguitarla, valendosi della sua influenza presso Ferdinando II. Le negò una nuova licenza e le sequestrò l’assegno costituito dai frutti della sua dote di monaca, costringendola a vivere della carità dei parenti.

Nel giugno 1851 Enrichetta, con la complicità della madre, lasciò il Conservatorio di Costantinopoli e si recò a Capua, a casa di una sua sorella, sotto la protezione del vescovo Serra di Cassano, ma il suo protettore morì pochi giorni dopo. Arrestata e condotta nel ritiro di Mondragone, rifiutò il cibo e tentò il suicidio, colpendosi al petto con un pugnale, riuscendo però solo a ferirsi. Sopravvisse, e superò un intero anno di isolamento, nel quale le fu impedito di ricevere i parenti e di lasciare il ritiro, persino per visitare la madre morente.
Dopo la scomparsa della madre, mediante l’intercessione di una zia, Enrichetta ottenne dalla Sacra Congregazione dei Vescovi il permesso di recarsi a Castellammare per la cura dei bagni. Fu uno stratagemma attraverso il quale la Congregazione, fortemente critica verso il comportamento dell’arcivescovo di Napoli, mirava a liberare Enrichetta dal suo persecutore. A Castellammare godette di una relativa libertà, anche se ormai era entrata a tutti gli effetti nelle reti cospirative. Per sfuggire alla sorveglianza della Curia e della polizia borbonica cambiò in sei anni diciotto abitazioni e trentadue donne di servizio.
Quando Garibaldi sbarcò in Sicilia coi Mille, Enrichetta tornò clandestinamente a Napoli, affidandosi a persone di sua fiducia per depistare i poliziotti in borghese messi alle sue costole e, come già detto, era nel Duomo ad accogliere il Generale il giorno del suo ingresso a Napoli.
La mia storia finisce in questo giorno, che per l’Italia è giorno di nuova creazione scrisse in una lettera ad un amico. Pochi mesi dopo avere abbandonato i voti sposò col rito evangelico il patriota napoletano di origine tedesca Giovanni Greuther.
Immagine nella pagina: Giacinto Gigante, La Cappella del Tesoro di San Gennaro, 1863