Il salotto di Nonna SperanzaA cena con Rossini

di Marinette Pendola

Un giorno, forse, vi racconterò le meraviglie della città universitaria. Descriverò quel Nettuno di bronzo, […] la cattedrale di San Pietro, ricca soprattutto dell’Annunciazione di Carracci; la chiesa di San Petronio con la famosa meridiana di Cassini. Misurerò l’inclinazione delle due torri, causa di eterne dispute tra i dotti che non hanno ancora potuto decidersi se sono inclinate per un capriccio dell’architetto o per l’effetto di un terremoto; se sono state inclinate dalla mano dell’uomo o dal soffio di Dio. Ma oggi, come Sheherazade, ho fretta di tornare alla mia storia e ci torno.

Alle sei eravamo riuniti a casa del celebre maestro intorno a un tavolo lungo, posto nel mezzo di una vasta sala da pranzo affrescata e arieggiata da ogni lato. Secondo gli usi italiani, la tavola era addobbata di fiori e di frutta glassata, il tutto per accompagnare il famoso stufato che era il piatto forte della cena. I nostri convitati erano due o tre dotti italiani, cioè un campionario di quella brava gente che discute per un secolo per sapere se la storia di Ugolino è un’allegoria o un fatto; se Beatrice è un sogno o una realtà; se Laura ha avuto tredici figli o soltanto dodici. Due o tre artisti del teatro di Bologna, fra cui un giovane tenore di nome Repas che, all’improvviso, si era ritrovato con una bella voce e, dalle cucine di un cardinale, si era lanciato alla Fenice.

Infine quel giovane studente–poeta di cui mi aveva parlato Rossini, personaggio triste o piuttosto malinconico, nobile sognatore, in fondo all’animo di cui viveva la speranza della rinascita italiana; soldato ammirevole che oggi difende come un altro Ettore quest’eroica Venezia che fa rivivere le meraviglie impossibili dell’antichità, lottando come un’altra Troia, un’altra Siracusa, un’altra Cartagine. Infine Rossini, sua moglie ed io. La conversazione toccò Dante, Petrarca, Tasso, Cimarosa, Pergolesi, Beethoven, Grimod de la Reynière e Brillat-Savarin e devo dire, a grande lode di Rossini, che fu su questi due illustri gastronomi che mi parve avesse le idee più chiare e meglio definite. […]

(trad. Marinette Pendola)

Oltre che straordinario musicista, Rossini fu un gastronomo. Nei lunghi anni trascorsi a Parigi ebbe modo di perfezionare il proprio gusto. Riferisce Dumas, in una lettera ad un amico italiano, che chiese un giorno consiglio a Rossini su come preparare i famosi maccheroni alla napoletana. Il maestro invitò l’amico scrittore, ma pare che il risultato fosse mediocre. I biografi ci hanno deliziato con aneddoti su Rossini e il cibo, ma non sanno ancora dirci se si mettesse lui stesso in cucina o preferisse impartire ordini e godersi i risultati. Assiduo frequentatore dei ristoranti alla moda, amico dei cuochi più famosi, come lo stesso Carême, ha lasciato una forte impronta in gastronomia. Numerose ricette dell’alta cucina portano il suo nome.

Le preparazioni alla Rossini si caratterizzano per l’uso del foie gras e del tartufo, spesso accompagnate da salse deglassate con Madera. La ricetta più nota è il tournedos alla Rossini. Si tratta di una fetta di filetto di manzo alta 2 cm e di circa un etto, con una fetta sottile di lardo legata intorno per mantenerne la forma. Pare che nel 1843, trovandosi insieme all’amico Carême al Cafè Anglais, chiese al cuoco di preparargli questo filetto secondo indicazioni precise: saltato in padella con burro, disposto su un crostino fritto nel burro, su cui andava aggiunta una fetta di foie gras a sua volta saltata nel burro, qualche scaglia di tartufo, il tutto velato dal sugo di cottura deglassato con Madera. Al rifiuto dello chef di preparare tale ricetta davanti agli altri clienti, Rossini avrebbe risposto: Alors, tournez le dos! (allora, voltate le spalle!), da cui deriverebbe il nome di quel tipo di filetto.


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Gioachino Rossini
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Gennaio-Marzo 2008 (Numero 9)

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