Giuseppe Mazzini 200 anni dopo

Nota per un percorso

di Sauro Mattarelli


La tragica fine dei fratelli Bandiera, fucilati in Calabria il 25 luglio del 1844 assieme a sette compagni che li avevano seguiti nell’ennesimo tentativo insurrezionale, ebbe pesanti ripercussioni su Mazzini e sui suoi rapporti con il governo londinese che egli accusò apertamente di tradimento perché le autorità britanniche, in segreto, avevano intercettato la sua corrispondenza con i congiurati nei mesi che precedettero la spedizione. Illustri personalità dello schieramento progressista inglese: da Carlyle a Dickens, da Macauley a Mill si schierarono con Mazzini. Perfino il Times, solitamente ostile all’esule italiano, fu severamente critico nei confronti del governo e così una larga parte dell’opinione pubblica inglese venne sensibilizzata alla causa italiana.
Nel 1848 si recò a Parigi in concomitanza con la rivolta del febbraio che depose Luigi Filippo. Il 5 marzo di quell’anno, proprio nella capitale francese, fondò l’Associazione nazionale italiana e, nell’aprile, si recò a Milano per sostenere gli insorti delle Cinque giornate. Ebbe così modo di confrontarsi con Carlo Cattaneo e Giuseppe Ferrari e di manifestare apertamente al governo provvisorio la sua contrarietà all’ipotesi di fusione col Piemonte. Il 3 agosto, al ritorno degli austriaci, lasciò il capoluogo lombardo come semplice soldato della colonna Medici; riparò a Lugano e, dopo il fallito tentativo insurrezionale in Val d’Intelvi, si rifugiò a Marsiglia.
L’8 febbraio del 1849 era in Toscana nel vano tentativo di convincere Giuseppe Montanelli e Francesco Domenico Guerrazzi a proclamare la Repubblica e ad unirsi a Roma dove, nel frattempo, dopo la fuga del Papa Pio IX, il nuovo governo repubblicano insediatosi il 9 febbraio, lo aveva eletto rappresentante del popolo all’assemblea costituente. A Roma avrebbe poi ricoperto la carica di triumviro della Repubblica con Carlo Armellini e Aurelio Saffi.

Scrisse:
V’è una parola che il popolo intende dovunque, e più in Italia che altrove, una parola che suona alle moltitudini una definizione dei loro diritti, una scienza politica intera in compendio, un programma di libere istituzioni… I secoli han potuto rapirgli la coscienza delle sue forze, il sentimento dei suoi diritti, tutto; non l’affetto a quella parola, unica forse che possa trarlo dal fango, dall’inerzia ov’ei giace per sollevarlo a prodigi d’azione.
Quella parola è Repubblica.

E ancora:
Le monarchie possono capitolare; le Repubbliche muoiono: le prime rappresentano interessi dinastici; possono quindi aiutarsi di concessioni e, occorrendo, di codardie per salvarli; le seconde rappresentano una fede e devono testimoniarne fino al martirio.
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Aprile-Giugno 2005 (Numero 1)

Dipinto di Cinzia Fiaschi, particolare

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