Giuseppe Mazzini 200 anni dopo

Nota per un percorso

di Sauro Mattarelli

Parole che si attagliavano perfettamente all’esperienza romana. La Repubblica fu presto attaccata dagli eserciti dell’Austria, del Regno delle due Sicilie e della Francia che miravano a restaurare il potere pontificio. Simbolo di una rivoluzione fondata sulla sovranità popolare e sulla severa tutela dei valori di giustizia e libertà (fu il primo stato ad abolire la pena di morte), fu difesa strenuamente da volontari accorsi da tutta Italia, tra cui: Carlo Pisacane, Giuseppe Garibaldi e Goffredo Mameli che morì per le ferite riportate nel corso di un combattimento. Roma cadde nel luglio, dopo che l’assemblea aveva varato una Costituzione destinata a rappresentare un riferimento per tutti gli stati democratici negli anni a venire.
Mazzini, dopo un breve soggiorno in Svizzera, dovette riparare nuovamente a Londra, ma, tramite il Comitato nazionale italiano, continuò a sostenere i tentativi di rivolta organizzati nel territorio italiano: a Milano, Genova e Sapri, ove cadde Carlo Pisacane. La scoperta delle carte dell’organizzazione mazziniana portò però gravi perdite tra le fila mazziniane: a Belfiore alcuni cospiratori vennero fucilati.
Da Londra, Mazzini cercò di ravvivare l’attività della Giovine Europa e, con Ledru-Rollin e Arnold Ruge, fondò un Comitato democratico europeo, continuando la polemica a distanza con le tesi (concorrenziali) dell’anarchico Michail Bakunin e, soprattutto, degli internazionalisti socialisti di Karl Marx. I suoi pensieri assumevano il tratto di una sintesi lapidaria, tagliente ed efficace: Non v’è libertà dove una casta, una famiglia, un uomo s’assuma dominio sugli altri in virtù d’un preteso diritto divino, in virtù di un privilegio derivato dalla nascita, o in virtù di ricchezza (…)

Nessuna maggioranza può decretare la tirannide e spegnere o alienare la propria libertà (…)

Il rimedio alle vostre condizioni è l’unione del capitale e del lavoro nelle stesse mani. (…)
Foste schiavi un tempo: poi servi: poi assalariati: sarete fra non molto, purché il vogliate, liberi produttori e fratelli nell’associazione.
Aggiungeva, inoltre, che la libertà, la dignità, la coscienza dell’individuo spariscono in un ordinamento di macchine produttrici. Così, dopo essersi inserito, fin dal 1846, nel dibattito europeo sulla democrazia con una serie di articoli pubblicati sul People’s Journal e dopo aver inizialmente cooperato alla fondazione dell’Internazionale, si allontanò da questa organizzazione a causa del netto dissenso verso i contenuti classisti e materialisti di cui erano intrisi i testi dei principali esponenti del socialismo scientifico.

Sul fronte italiano doveva invece fronteggiare l’azione di un Cavour, propenso a stipulare un’alleanza franco-piemontese in funzione antiaustriaca. Quando però Vittorio Emanuele II dichiarò guerra all’Austria, non esitò ad incitare gli italiani a combattere sotto la bandiera dei Savoia. L’armistizio di Villafranca fu per lui motivo di una profonda delusione; si recò allora a Firenze per organizzare una nuova spedizione nello Stato Pontificio e nel Napoletano, ma, falliti anche questi tentativi, ritornò a Lugano, dove pubblicò l’opuscolo Ai giovani italiani in cui espresse tutta l’amarezza per le recenti vicende politiche.
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Aprile-Giugno 2005 (Numero 1)

Dipinto di Cinzia Fiaschi, particolare

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