La situazione mutava velocemente in quei mesi di primavera e d’estate del 1860. Garibaldi risaliva il regno e Vittorio Emanuele II lo discendeva mentre i ministri e i generali di Francesco II cercavano una via d’uscita magari vantaggiosa nel nuovo ordinamento che andava delineandosi. A Napoli comparivano le prime camicie rosse ai primi di settembre, il Re Francesco e la consorte Maria Sofia si rinserravano a Gaeta in un’ultima improbabile difesa.
L’8 settembre, il giorno in cui la città di Teramo si adattava al nuovo corso della storia, ricorreva l’onomastico della Regina madre Maria Teresa e sulla fortezza garriva la bandiera del regno. I cannoni tuonavano a salve in segno di festa. A Civitella c’era la fiera di Santa Maria. Fra lo stupore di molti, mentre si discuteva dell’opportunità di tale comportamento, comparve sulla piazza un maggiore dell’esercito in compagnia di alcuni gendarmi per leggere l’ordinanza di stato d’assedio in nome del legittimo sovrano. In quattro articoli fissò le regole imposte dalle necessità militari.
Di lì a poco arrivarono, dalle autorità di Teramo e da un inviato garibaldino, le minacce di intimazione di resa della fortezza. Ci furono trattative e pratiche segrete fra assediati e assedianti che non sortirono effetti.
Cominciava l’assedio. Un assedio scomodo perché gli assedianti erano a loro volta assediati da una massa di guerriglieri che scendevano dalle montagne circostanti per forzare il blocco, rifornire il Forte e ritirare le munizioni. Per molti mesi Civitella del Tronto sarebbe stata il centro della resistenza borbonica di quella zona. Le popolazioni degli Abruzzi e dell’Ascolano si ribellavano violentemente davanti agli invasori in nome di una devozione verso la casa reale borbonica inculcatagli da secoli, innestando una spirale di violenza dove non era più possibile distinguere il migliore dal peggiore perché u’ Re nuostro nun s’ha da tuccà.
Per indurre la guarnigione della fortezza alla resa, visti gli inutili tentativi di attacco alla fortezza, i Piemontesi scaricarono migliaia di proiettili di cannone sulla Real piazza delle Due Sicilie. Città e fortezza diventarono in cumulo di rovine, dove sotto il fuoco nemico si moriva, si curavano i feriti, si rifornivano i combattenti e si continuava a resistere, testardamente, cocciutamente.
Intanto nei primi giorni di febbraio, in un’imboscata, gli irregolari pontifici uccisero il tenente del XXI Battaglione Bersaglieri, Carlo Certani, cugino della contessa Carolina Pepoli di Bologna.
Il 13 febbraio cadeva Gaeta e i Reali partivano per Roma e prima di abbandonare il regno indirizzarono all’Abruzzo un proclama dove, ringraziando per la devozione, incitavano i difensori di Civitella a non lasciarsi assoggettare.
La mattina del 24 febbraio 1861 cominciò un bombardamento che si protrasse fino a notte inoltrata. Il giorno successivo si scatenò l’ultimo attacco alle mura della città, in parte crollate, e del forte su tutto il fronte perimetrale. Dopo un’ora di battaglia, i fanti e i bersaglieri coadiuvati dai genieri che portavano le scale, furono costretti a ripiegare sotto un ancora efficiente fuoco di fucileria. Soldati, civili, donne e bambini collaboravano alla difesa con qualsiasi mezzo.
L’attacco terminò e per Civitella sarebbe rimasto meno di un mese per resistere. Il 20 marzo successivo, quando da tre giorni ogni difesa sarebbe stata comunque inutile e vana, venne presa, ma sul come ancora oggi si discute.
Solo qualche giorno dopo il nido delle aquile venne distrutto dall’esercito piemontese, forse per non favorire eventuali futuri tentativi di ulteriore resistenza.
Le cronache dell’epoca raccontano che durante quell’ultimo disperato assedio venne colpito a morte un bersagliere che era riuscito a fidanzarsi con la figlia di un civitellese. Questa, visto l’amato morto, si gettò dalle mura fra gli assedianti. L’amore era riuscito a superare l’odio.
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Civitella del Tronto - Fortezza
Con il patrocinio del Comune di Bologna