Dai banchetti patriottici alle cene del cartoccio

nota storica a L'Ottocento in casa Gellini

di Pierpaolo Franzoni

Dall’Europa in fermento, a seguito dei moti sociali e insurrezionali del 1848, l’anno seguente, il 9 febbraio, anche se per breve tempo, a Roma venne proclamata La Repubblica che doveva essere laica, democratica e fervida di istanze sociali.

I triumviri ressero per meno di cinque mesi il sogno rivoluzionario che si concretizzò, anche se con esiti alquanto diversi da quelli auspicati dagli insorti del ‘49, solo vent’anni dopo con Roma capitale.

La Repubblica Romana ebbe però più importanza storica della sua breve vita, tanto che i valori ideali che sottostavano a quell’avvenimento assursero a virtù da solennizzare.
Tuttavia il modello politico-amministrativo e i contenuti etici che espresse furono prematuri in quel periodo di assolutismo papalino e di monarchia sabauda, condannando l’insurrezione al fallimento.

Già precedentemente troviamo tradizioni di banchetti patriottici negli stati Romani, secondo una pratica che risale alla Rivoluzione giacobina e alle feste attorno agli alberi della Libertà.
In questo caso il pensiero mazziniano era il verbo che celebrava l’utopia romana.
La traccia dei banchetti commemorativi repubblicani per festeggiare il 9 febbraio la ritroviamo anche a Bologna, quando Carducci, per averne fatto parte nel 1868 con due colleghi universitari - in una appena nata Italia monarchica che vedeva con sospetto la ricorrenza repubblicana - subì un’ispezione ministeriale con conseguente provvedimento di sospensione temporanea della sua attività di professore.

E’ quindi fin dai tempi del Risorgimento che era in uso in Romagna, soprattutto nelle campagne, ma anche in città, festeggiare la Repubblica Romana con la cena del cartoccio e in quella occasione condividere cibo portato da casa.
Non era semplicemente la convivialità che caratterizzava questi incontri, ma il gesto del cibo condiviso e consumato in comune rappresentava esplicitamente una volontà solidaristica e sociale, la prefigurazione, nel ricordo, di un modello di società a cui tendere.
In quel periodo invernale, a seguito della macellazione del maiale, anche le famiglie meno abbienti potevano disporre di qualche pezzo di carne, oppure di un volatile, pollo o faraona, frittata, piada o pane, insieme a dolci come la ciambella e biscotti zuccherini (zucarè), cibi che venivano portati nei vari circoli di Romagna, propriamente nel cartoccio o in un tovagliolo legato ai quattro lati. Naturalmente non mancava il vino.

Negli anni che seguirono il dopoguerra, la tradizione continuò nelle campagne, mentre nelle città ci si ritrovava lo stesso ma non si portava quasi più nulla da casa; le condizioni economiche miglioravano e si preferiva acquistare direttamente nei vari circoli che, rimodernati, offrivano pietanze pronte.
Si trovano ancora notizie, in epoca recente, di incontri conviviali e cene sociali, brindisi e serate di festa: da Ravenna a Cervia, da Cotignola a Lugo, nelle sezioni repubblicane di Savarna e San Pancrazio anche negli ultimi anni viene rievocata la cena del cartoccio, a testimonianza di quanto è ancora radicata nelle genti romagnole la fedeltà ai principi etici ricordati in quell'avvenimento.


Immagine nella pagina:
Bandiera della Repubblica Romana conservata al Museo del Risorgimento di Milano

Ottobre-Dicembre 2008 (Numero 11)

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