L'arte dei fuochi d'artificio non è, di per sé, che un lavoro meccanico, che richiede soltanto la conoscenza di alcune materie usate nei fuochi, dei loro nomi e dei loro usi, secondo la composizione che si desidera realizzare. Ma per meritare il nome di artista in questo campo, bisogna innanzitutto essere fisico, per prevedere, senza dover ricorrere a prove, gli effetti di un'operazione qualunque; meccanico, per la costruzione perfetta di un pezzo che si è appena immaginato e che si vuole realizzare senza ostacoli; disegnatore e un po' architetto, perché il pirotecnico che concepisce un'opera è l'unico in grado di accordare tutti gli effetti del fuoco con le regole dell'architettura, e perché è assai difficile che qualcun altro possa tracciare un progetto a partire dall'idea altrui.
La conoscenza della chimica è, sopra ogni cosa, assolutamente necessaria, poiché serve a combinare con sicurezza le materie impiegate nelle composizioni dei fuochi. Occorre conoscerne l'affinità, le proprietà e il valore, per poter operare in sicurezza e con la massima economia possibile.
Claude-Fortuné Ruggieri, Élémens de pyrotechnie, Paris 1811
I fuochi d’artificio sono un’antichissima tradizione, che ci giunge dall’antica Cina, e hanno goduto di una popolarità immensa attraverso i secoli, utilizzati a dimostrazione della potenza dei regnanti e delle classi più abbienti.
Nel Settecento le cronache, le stampe, i dipinti degli anni tra fine secolo e primo Ottocento ne testimoniano i trionfi, con intere dinastie di maestri pirotecnici ingaggiati nelle corti europee. Un esempio per tutti: il fastoso matrimonio di Napoleone Imperatore con Maria Luisa d’Austria, avvenuto nel 1810.
Ma i fuochi pirotecnici ebbero anche uno scopo pratico, quando iniziarono ad essere inseriti nelle feste offerte al popolo, secondo l’antico uso di ingraziarsene la benevolenza offrendogli svago. Si passò così dai panem et circenses della Roma imperiale alle feste della porchetta della Bologna papalina del XVII secolo: grandi apparati creati a pubblico beneficio per rassicurare i governi in merito alla propria popolarità.
Le feste ottocentesche univano le caratteristiche delle celebrazioni antiche a motivazioni mutuate dall’epoca della Rivoluzione francese, quando l’apparato della festa proponeva nuove liturgie tese a coinvolgere una popolazione spesso assente ed estranea, in parte nel rispetto delle idealità base della rivoluzione, ma anche in un’ottica di pedagogia nazionale, tesa a concretizzare l’idea che il popolo avesse bisogno di feste per perpetuare la memoria dei grandi fatti nazionali.

In questo terreno, dall’antica tradizione dei maestri pirotecnici riuniti sin dal 1731 nella Pia Unione di Santa Barbara, nel 1863 nella Bologna post-unitaria nacque la Società pirotecnica italiana, fondata da pirotecnici professionisti e dilettanti, appassionati, professori e studenti universitari, commercianti, artigiani, e personalità di spicco della vita pubblica cittadina e nazionale.
Nello Statuto si esplicitava l’intenzione della Società di celebrare le ricorrenze che avevano portato alla formazione del nuovo Regno d’Italia: tra queste, i maggiori sforzi sia economici che realizzativi erano indirizzati alla celebrazione della gloriosa battaglia dell’8 agosto 1848:
La Società dà ogni anno nel mese di agosto un esperimento, in conformità della propria istituzione mediante uno spettacolo pubblico di fuochi d’artifizio, intendendo con ciò di celebrare il glorioso fatto nazionale compiuto in questa città: La cacciata dello straniero dalle mura di Bologna l’8 agosto 1848. (art.5)
Dato il tipo di manifestazione, era possibile realizzarne i progetti solamente all’aperto: le feste si tenevano quindi tra l’estate e l’autunno, mesi in cui oltretutto si erano effettivamente verificati gli eventi da celebrare. Spazio prescelto, in accordo con la Municipalità, i giardini della Montagnola. La Società non ebbe in realtà vita lunga: ebbe due riordinamenti successivi, nel 1871 e nel 1879, e nel 1889 si sciolse, su deliberazione dei soci.
Tornando alle manifestazioni felsinee, la festa principale era dunque quella dedicata al ricordo dell’8 agosto 1848, la gloriosa giornata accomunata, negli anni immediatamente post-unitari, agli eventi municipali più importanti del nuovo Regno: le Cinque giornate di Milano, le Dieci giornate di Brescia, la Difesa di Venezia… La festa era spontaneamente nata, si potrebbe dire a furor di popolo, all’indomani della definitiva caduta del potere temporale pontificio, avvenuto come si ricorderà il 12 giugno 1859, accomunando nel ricordo gioioso del 1848 la triste ricorrenza dell’8 agosto 1849, quando gli austriaci, per sfregio al popolo bolognese, avevano scelto proprio quel primo anniversario per fucilare il padre Ugo Bassi, catturato nelle valli di Comacchio, e portato a Bologna proprio per giustiziarlo di fronte ai suoi concittadini.
Nel 1860 si ebbe la prima celebrazione, ancora molto sommessa e dedicata soprattutto al ricordo dei caduti. Così la racconta il Corriere dell’Emilia, nel numero del 7 agosto 1860: È santa e gloriosa la memoria dei prodi che muoiono combattendo per la patria! Ogni gente civile li ricorda con orgoglio e gratitudine! Bologna celebrerà domani un funebre servizio per coloro che caddero l’8 agosto 1848 pugnando contro l’austriaco che vinto dal popolo abbandonò con precipitosa fuga le nostre mura.
E in quello del giorno successivo: Celebrando questo giorno non solo si scioglie un santo dovere verso quegli estinti cui ci lega il sentimento del patrio amore, ma si ridesta nei giovani la memoria d’un fatto glorioso, e con esso i più nobili sensi di patriottico entusiasmo, in un momento che la patria potrebbe chiamarci a nuove e più ardite prove di coraggio e d’ardire.
Le prove erano già in corso: in quell’estate del 1860 era in pieno svolgimento la Spedizione dei Mille, e nel giornale dello stesso giorno si informava la cittadinanza della partenza di un ulteriore contingente di 700 giovani, per la maggior parte bolognesi e romagnoli, diretti a Genova, dove si sarebbero imbarcati per la Sicilia per unirsi alle altre schiere del prode Garibaldi. Ma questa è un’altra storia.
Ma come si evolvette e si modificò la manifestazione bolognese dedicata al ricordo di quella giornata particolare?
Celebrata nella prima giornata festiva successiva all’8 agosto, la festa seguiva un protocollo pressoché sempre uguale: la macchina organizzativa si attivava mesi in anticipo per trovare i finanziamenti, ottenere i permessi amministrativi e progettare la parte coreografica dei giochi pirotecnici.


Infatti, per andare incontro ai gusti del pubblico, e per continuare ad ottenere contributi sia pubblici che privati, venivano proposti e realizzati incredibili apparati scenografici, ogni anno diversi, che facevano da supporto a luci e fuochi: venivano realizzate strutture in legno e cartapesta, dipinte e decorate in modo tale da creare fontane, archi trionfali, palchi di dimensioni enormi.
Alcuni esempi tratti dagli anni d’oro delle dimostrazioni pirotecniche: nel 1873 troviamo, nelle carte dell’Archivio della Società conservato nella Biblioteca del Museo del Risorgimento di Bologna, questo interessante dettaglio:
Progetto di un finale da eseguirsi nella Piazza d’Armi l’Agosto 1873.
Parte 1a: Giuoco pirico detto Capriccio con illuminazione e due correntini che vanno ad accendere la
Parte 2a: Rappresentante un mosaico, come al qui unito disegno. [il disegno è mancante, N.d.R.]
Parte 3a: Batteria di 200 candele Romane e due batterie di frulloni.
Parte 4a: Gran corona alla Margherita con 20 correntini a ritorno che accendono 20 corone ed altrettanti Bengal a vario colore collocati nei pali attorno alla Piazza.
Nel 1877 invece il progetto prevedeva una sorta di maestoso portale, quasi un arco di trionfo a tre luci, di cui quella centrale, più alta delle due laterali, raggiungeva un’altezza di 19 metri, per una lunghezza totale di 21 metri e mezzo. Su questo apparato, come testimoniato dalle scritte apposte sul grande disegno presente nel citato Archivio della Società, venivano posti i fuochi: 3.500 Soffioni, 700 Spighe, 150 Candele Romane, 100 Razzi in cassetta e 50 Frulloni.

La fontana predisposta per la festa del 1879, disegnata dal pittore Annibale Marini, progettata da Alessandro Tartarini e allestita con i fuochi dal maestro pirotecnico Vincenzo Sarti, era alta 28 metri, con quattro vasche. La più grande, posta più in basso, era ad 8 metri di altezza, sorretta da cavalli con in bella evidenza lo stemma della città di Bologna.
Salendo, a 13 metri si trovava la seconda vasca, sorretta da sirene; fauni con trombe sorreggevano la terza, sempre un po’ più piccola, posta a 18 metri, e infine delfini (o mostri marini) sorreggevano la quarta vasca, a 23 metri d’altezza, sulla quale troneggiava la raffigurazione dell’Italia turrita che reggeva nella mano destra la spada e nella sinistra la bandiera italiana.
A corona di questo enorme apparato venivano collocati i fuochi veri e propri, sempre completati da razzi semplici e razzi a paracadute, a scoppio, a lucciole, a bouquets, a serpentelli, a stella, e poi tonanti, frulloni, margherite, palle allumate, palle codate, soffioni, candele romane, bengala, il tutto per la gioia degli spettatori, che rimanevano estasiati davanti a questi immensi scenari infuocati.

Va anche ricordato che al corpo centrale dello spettacolo serale (la parte istituzionale, con sfilate di reduci, di bimbi delle scuole, di bande, e con gli immancabili discorsi celebrativi delle autorità, si teneva in mattinata) venivano affiancate manifestazioni di contorno: spesso l’estrazione di una tombola a favore dei poveri o degli asili infantili della città, altre volte dimostrazioni di illuminazione a gas, sempre concerti bandistici.
Insomma, erano giornate di vera festa, nelle quali i fuochi di gioia erano il coronamento indispensabile in quel mondo che solo da poco si stava aprendo all’illuminazione pubblica, ancora sporadica e favolosa.
La Società pirotecnica però entrò in crisi finanziaria negli anni ‘80, ed al suo scioglimento venne a mancare la parte spettacolare cui abbiamo accennato, anche se la festa, negli altri suoi aspetti, continuò ad essere celebrata sino allo scoppio della Grande Guerra, nel 1915. Dopo, il disastro immane di quel conflitto soppiantò le gloriose memorie risorgimentali, che vennero accantonate e ricordate, sempre in calando, solo nei libri di scuola e nelle memorie degli appassionati di storia.