La Certosa di Bologna è un luogo di grande valore storico e architettonico e il ricco patrimonio che custodisce merita di essere conosciuto. La Certosa divenne cimitero della città nel 1801 sui terreni dove sorgeva il monastero certosino fondato nel 1334 con l’attigua Chiesa di San Girolamo consacrata nel 1359. A seguito della soppressione degli ordini religiosi, decretata alla fine del ‘700 e l’avvio delle opere per la nuova struttura cimiteriale, gli spazi vennero progressivamente ampliati oltre il muro di cinta dell’antico monastero, per estendersi progressivamente verso il canale di Reno.
Con il passare degli anni, accanto alle cappelle monumentali e alle decorazioni scultoree, lo spazio si è arricchito anche di un elegante arredo verde con esemplari arborei di particolare pregio. Per scoprire questo poco conosciuto scrigno verde, una breve passeggiata guidata potrà favorire la visita e fare scoprire angoli interessanti anche per il visitatore più curioso. Il percorso può avere inizio dall’ingresso ottocentesco denominato dei Piagnoni o dei Piangoloni posto lungo il muro di confine volto a nord e contrassegnato da due pilastri sormontati dalle grandi statue in terracotta delle Piangenti di Giovanni Putti.
Superato l’ingresso ci accolgono due alti cedri che, con le loro ampie chiome piramidali, ombreggiano la tomba Dall’Ara. La pianta, dalle foglie aghiformi persistenti, si diffuse in Europa per il suo apprezzato effetto estetico ed ornamentale e la sua rapida crescita. Oltrepassato l’ingresso, la vista è catturata dal lungo viale centrale del Chiostro V o Maggiore affiancato da grandi piante di tasso dalla chioma verde scuro modellate in forme ovali. Una fotografia in bianco e nero datata 1880 ritrae un uomo, molto probabilmente Raffaele Brasa custode addetto alle tumulazioni, mentre osserva le piante già di grandi dimensioni. Guardando l’immagine possiamo dire con motivata certezza che quegli esemplari, allora già ben formati, hanno oggi almeno 150 anni.

Il tasso, pianta originaria dell’Europa di crescita molto lenta, è stato utilizzato frequentemente nei cimiteri anglosassoni a corredo delle tombe, ma soprattutto nei giardini formali all’italiana perché ben si presta, per la duttilità della sua chioma e la grande elasticità dei suoi rami (con i quali gli inglesi fabbricavano gli archi), a sopportare drastiche potature e anche ad essere modellato, come rappresentato nella ars topiaria ovvero l’arte di creare con la potatura forme geometriche o formali, già nota all’epoca della antica Roma. I romani utilizzavano i rami di tasso per le corone di lutto e Ovidio lo ricorda nel viale degli Inferi. Il suo nome comune, legato alla sua tossicità, è albero della morte; quindi è considerata pianta adatta per un sito cimiteriale.

Lasciando il viale del Chiostro Maggiore proseguiamo verso est attraversando il Campo ex Fanciulli per arrivare ad un luogo delimitato sui due lati dall’alto muro di confine. Questo luogo poco conosciuto, detto Campo delle Palme, si apre su un ampio prato delimitato da alte e sottili palme visibili anche oltre il muro di cinta.
Sono palme di Fortune (Trachycarpus fortunei), tanto comuni anche in molti giardini della nostra città. Questa pianta originaria della Cina, dalle grandi foglie palmate a forma di ventaglio, può crescere oltre i 12 metri e risulta essere particolarmente resistente al freddo forse anche per la peculiarità di mantenere il fogliame secco degli anni precedenti addossato al sottile fusto, quasi a proteggerlo dai rigori invernali.
Il suo nome ricorda il grande esploratore e botanico britannico Robert Fortune partito nel 1843 verso la Cina per conto della Società Botanica di Edimburgo per studiare le piante asiatiche, all’epoca del tutto sconosciute in Europa. Al ritorno dai suoi viaggi egli introdusse in Europa, oltre alle preziose piante di tè, anche molte altre specie di piante esotiche che divennero richiestissime dai tanti appassionati dei nuovi giardini dell’epoca.
Proseguiamo la nostra passeggiata verso sud attraversando il chiostro annesso al Chiostro V che appare rigoglioso di arbusti sempreverdi di alloro, alla maniera di un piccolo giardino mediterraneo, silenzioso e leggermente selvatico, ricco anche di oleandri e qualche olivo che alternano il fogliame in tonalità diverse di verde. Anche le tombe sono a tratti coperte da vegetazione, con sedum e tralci di edera che donano a questo luogo una spiritualità particolare.
Arriviamo all’ampio e scenografico Chiostro VI che si apre alla vista con il monumento ai Caduti della Grande Guerra, abbellito da basse e rettilinee siepi di bosso disposte a corredo verde del monumento. Il bosso, dalle minute foglie, era anch’esso ampiamente utilizzato nei giardini formali per creare siepi geometriche. Il suo legno è giallastro e molto durevole, un tempo utilizzato per fare le pedine degli scacchi o altri manufatti per il ricamo.

Poco distante, tornando sui nostri passi, sulla destra, in un’aiuola circolare rialzata, cresce l’albero forse più noto della Certosa: il così detto cipresso del Carducci, un grande cipresso di oltre 300 anni che svetta con la sua chioma colonnare (che in alcuni esemplari può arrivare a 40 metri) e per l’imponenza del suo fusto, di oltre 90 cm di diametro. Sul lato opposto possiamo vedere un altro esemplare di poco inferiore (86 cm di diametro), mentre un altro gruppo di esemplari della stessa specie si scorge alle spalle della camera mortuaria quasi a ridosso del muro di cinta.
Il cipresso, già in epoca greco-romana, era presente a segnalare le necropoli, tradizione che si è mantenuta anche nel mondo cristiano. Le sue foglie persistenti sono a forma di minute squame strettamente addossate ai rametti e i suoi strobili legnosi, chiamati coccole, a maturità cadono sul terreno liberando i piccoli semi. In una stampa di Joan Blaeu del 1663, che ritrae il monastero della Certosa, sono riconoscibili le chiome affusolate dei cipressi, segno che già all’epoca erano presenti accanto al corpo centrale del monastero.
Proseguiamo il nostro cammino e giungiamo ad un luogo nascosto corrispondente al passante denominato Recinto Monaci e Cappuccini, quello che rimane delle antiche celle dei monaci certosini; qui ognuno di loro viveva in una cella talvolta a due piani, corredata da giardino e orto.
All’estremità del lungo corridoio troviamo un piccolo chiostro con una loggia porticata con colonne. Questo luogo appartato e suggestivo racchiude e protegge un annoso esemplare di Magnolia grandiflora, una pianta originaria del Centro America, introdotta in Europa dal botanico francese Pierre Magnol morto nel 1715 e a lui dedicata. La Magnolia grandiflora, a differenza delle specie giapponesi obovata e stellata, mantiene tutto l’anno la sua chioma densa di foglie coriacee che in autunno assumono una meravigliosa colorazione caramello.
I fiori bianchi, che compaiono sulla pianta dopo decenni di crescita, spuntano all’apice dei rami alla fine del mese di maggio e si trasformano in grosse infruttescenze con semi rossi.
Proseguiamo ancora costeggiando il Chiostro III in direzione della chiesa. Sulle tombe più antiche possiamo trovare una ricca vegetazione erbacea; nei luoghi più ombrosi le grandi foglie di bergenia o fiore di San Giuseppe, in quelli più esposti al sole cespugli di rose, ciuffi di lavanda o piante grasse di borracina o di sedum; una ricchezza botanica che è anche segno di cura e dedizione.
La nostra passeggiata raggiunge il piazzale principale abbellito da grandi vasi in terracotta con piante di bougainvillea (Bougainvillea glabra). Questa pianta dalle vivaci colorazioni, dedicata all’esploratore e navigatore francese Louis-Antoine de Bougainville, è originaria dei climi miti del Brasile e mal sopporta i freddi invernali tanto che, nelle zone a temperature più rigide, è coltivata in vaso. Qui è potata e mantenuta a forma di cespuglio di grande effetto cromatico per i suoi minuti fiori bianchi circondati da vistose brattee fogliari generalmente viola e persistenti tutta l’estate. Queste piante, disposte negli eleganti vasi ornati, all’arrivo dell’inverno verranno spostate e collocate dai giardinieri in ambienti più protetti. Nell’ampio piazzale, arricchito di fiori, un ultimo sguardo va all’olivo messo a dimora dai servizi cimiteriali nel 2022 all’inizio della guerra in Ucraina, come simbolo di pace.
Termina così la nostra passeggiata con il consiglio di ritornare ancora, per soffermarsi ad ammirare anche i decori sepolcrali spesso abbelliti e impreziositi da figure fitomorfe, foglie di palma, fiori di melograno o di giglio scolpiti nel marmo o modellati con il ferro e alberi affrescati nelle raffigurazioni pittoriche più antiche. Ma questa è ancora un’altra storia da raccontare...