Attilio Muggia e palazzo Maccaferri: un paradosso di tardo Ottocento

di Maria Beatrice Bettazzi

Chi direbbe mai che il bolognese Palazzo Maccaferri (oggi Hotel i Portici) nasconda un’innovazione pionieristica nell’ambito dell’ingegneria strutturale del tempo?

Di primo acchito, questo esempio tipico di architettura eclettica sorto fra 1896 e 1899 si presenta con una veste architettonica tradizionale nei prospetti esterni, improntati ad un sobrio neorinascimento. Sul fronte verso via Indipendenza adotta il tipico portico richiesto dall’amministrazione comunale per dare uniformità alla lunga via del commercio borghese aperta da poco. Al di sopra, si sovrappongono tre piani nel corpo centrale ed un solo piano nelle due appendici laterali che si connettono verso sud all’edificio contiguo e verso nord ai terrazzi che danno sulla grande scala monumentale e sulla Montagnola.


Se nel corpo centrale le finestre con semplici cornici dalla tinta che simula la pietra da taglio si stagliano su pareti in mattoni faccia a vista, i due corpi laterali si adornano di una bifora sorretta da una colonnina composita al di sopra della quale è posto un tondo che accoglie una rosa, elemento costante di tutta la decorazione a rilievo; chiave di volta della cornice esterna curva, un volto maschile.

Analoghe bifore decorate le ritroviamo nella parte centrale del corpo principale al piano nobile e via via più semplificate man mano che si sale.

Dunque un complesso programma decorativo.



Le fronti nord e sud (per quello che è visibile di quest’ultima), pur richiamandosi a quella principale, mostrano una maggiore regolarità nella distribuzione e nella concezione. Il prospetto verso la Montagnola, oggi occultato da un corpo di fabbrica sopraelevato nel Novecento, riserva invece una sorpresa: un sistema di logge aperte, di cui riparleremo, che connette i due corpi a L.


All’interno, invece, va in scena un repertorio iconografico che si avvicina maggiormente allo stile floreale quale si andava diffondendo in quegli anni.

L’edificio ha funzione mista, residenziale e di intrattenimento, ospitando al suo interno un ristorante, ma soprattutto un café chantant, l’Eden Kursaal, destinato a divenire il più importante a Bologna, almeno fino al 1923 quando è costretto a chiudere per la concorrenza del cinematografo.

















Sono scelte precise e non casuali, frutto dell’accordo fra il committente, la famiglia Maccaferri e il proprio ingegnere di fiducia Attilio Muggia.

Ai Maccaferri interessa che la proprietà renda: realizzano appartamenti da affittare e soprattutto ospitano un locale pubblico in una strada, la via Indipendenza appunto, destinata a diventare una sorta di Broadway bolognese, per via dei tanti locali di tendenza che accoglie. Perché l’operazione riesca bisogna intercettare il gusto del momento: per questo Muggia modula le scelte stilistiche sulla base del carattere dell’edificio, concetto chiave per l’epoca.

È infatti una priorità dei progettisti quella di non tradire il ruolo e il significato che l’edificio riveste sia in relazione al committente ma anche alla comunità degli altri edifici e al tono della strada su cui insiste.


Via Indipendenza, strada borghese del commercio e del passeggio, nata immediatamente dopo l’Unità d’Italia per connettere la stazione ferroviaria al centro cittadino, è impostata stilisticamente (salvo alcune eccezioni) su un neorinascimento pacato ed elegante: a questo si rifà l’ingegnere mettendo in campo, tuttavia, una notevole ricchezza decorativa che arriva ad una impressionante cura del dettaglio - disegnato al vero, l’archivio non mente.

Negli interni, invece, prevale il mondo più leggero e décontracté del divertimento e dello svago che il Liberty interpreta alla perfezione, attingendo all’immaginario naturale che solo pochi anni prima, nel 1893, Victor Horta aveva cominciato ad esibire nelle sue opere brussellesi.


Ma dunque dove sta il paradosso in tutto questo? Perché il porsi di Muggia rispetto al suo fare professionale sembra nascondere un’intima contraddizione? In verità ciò non vale solo per l’ingegnere bolognese, ma è lo stigma di questa classe di professionisti, figure di cerniera, già e non ancora inseriti nella modernità.

La studiosa Michela Minesso, nel volume della Storia d’Italia Einaudi dedicato ai professionisti, sintetizza efficacemente come fin dall’epoca napoleonica si precisi la figura dell’ingegnere quale intellettuale la cui formazione trae le basi dalla matematica e dalle discipline scientifiche e tecniche.

Nel corso di meno di un secolo, fino alla nascita, dopo l’Unità d’Italia, delle scuole di applicazione per gli ingegneri e dei politecnici, questa solidissima figura professionale è in grado di ricomprendere in sé i profili di architetto e di perito agrimensore, così come si erano strutturati durante il periodo precedente.


L’episteme dell’ingegnere, la sua mentalità si forma dunque nell’alveo di una concezione positivistica della società, orientata al progresso costante: il ruolo chiave di questa figura nella costruzione, letteralmente, dello stato italiano in formazione è dunque quello di problem solver, colui, cioè, che è chiamato in causa per organizzare e gestire le sfide sempre più complesse poste dalla città e dallo stato moderni. L’habitus mentale dell’ingegnere, animato da costante curiosità, lo induce a captare ogni segnale di innovazione, soprattutto nell’ambito della tecnica.

E allora, se la pelle delle sue architetture risente di un gusto che guarda al passato e si nutre di tradizione e classicismo - qui sta il paradosso - l’anima invece è profondamente contemporanea e, nel caso del nostro Attilio Muggia, anticipa il futuro.


Abbiamo parlato delle logge aperte verso la Montagnola, sul fronte est dell’edificio. Ebbene, in quelle strutture si nasconde un esperimento costruttivo, il primo a Bologna e, sembra, in Italia che lega travi e pilastri, orizzontamenti e supporti verticali, in un aggancio solidale che potenzia l’efficacia strutturale e apre la strada all’Architettura Moderna.

Parliamo della struttura a telaio, uno scheletro autoportante che permetterà alla generazione successiva, quella per intenderci che nasce a fine Ottocento, di poter smaterializzare le pareti perimetrali e tamponarle con grandi vetrate, conquista di luce ed aria non solo per le architetture del lavoro (esempio celeberrimo, le Officine Fagus di Gropius del 1911), beneficiate dalla velocità di esecuzione della nuova tecnica e dalla non necessità di apparati decorativi.

Infatti, grazie al terremoto semantico delle avanguardie che rende plausibile una contaminazione costante fra tipologie edilizie, tale struttura troverà una felice applicazione anche per le architetture residenziali, fino a spingersi a quelle ove maggiore è la caratura simbolica, come gli spazi per il governo della città o per il culto.



Attilio Muggia intuisce le potenzialità di questo nuovo sistema costruttivo e diventa prestissimo concessionario e poi agente per l’intera Italia centrale del brevetto del franco-belga Hennebique, fra i più diffusi dell’epoca, arrivando a padroneggiarne il know-how al punto da correggere i calcoli della casa madre. Se nell’edificio vi sono diversi solai in cemento armato, è però quel sistema di logge sovrapposte sul lato verso est, la verandah, come viene chiamata da Muggia nelle corrispondenze con i tecnici, la prima ricorrenza assoluta del sistema a telaio, sicuramente a Bologna, ma con ogni probabilità in tutto il territorio nazionale.

Pur nella sua limitata estensione spaziale, è di fatto un primo modello al vero, la prefigurazione di un dispositivo di forte innovazione tecnica che altri poi, in anni successivi, impiegheranno per costruire interi edifici. Con buona pace di bifore e mascheroni!

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