In uno di quei giorni d’inverno bolognese - grigi, dove piove e piove, e senza tregua cade quell’acquerugiola fina fina e fitta fitta tanto invisa al Carducci - concedetevi di salire uno ad uno i larghi e bassi gradini della scala monumentale che conduce al secondo piano del nostro Palazzo d’Accursio. I vostri passi si aggiungono alla moltitudine di passi antichi, zoccoli di cavalli, pianelle di broccato, stivali militari: da secoli questa stessa salita accompagna l’ingresso nel cuore istituzionale della città.
Attraversate la Sala Farnese e inoltratevi in quelle che furono le stanze del Legato pontificio, oggi sede delle Collezioni comunali d’arte. Sostate un momento alle finestre: da qui la piazza si apre come un teatro e la geometria dei palazzi si svela da prospettive privilegiate. Poi proseguite verso la Galleria Vidoniana, e attraversatela fino a imboccare il braccio che accoglie le Collezioni Rusconi. Le sale si susseguono una dopo l’altra, arredate con pregevole eleganza: tappezzerie, quadri, mobili e suppellettili raccontano il gusto delle dimore private tra Cinque e Settecento, immerse nella penombra protettiva di un corridoio lungo e silenzioso, nel cuore appartato del palazzo.
E in fondo - lo sperate già, in cuor vostro - una sorpresa vi attende: varcata la soglia, le pareti sembrano dissolversi in una sequenza di vedute campestri: alberature leggere, rovine classiche, putti festosi e leggiadre divinità animano uno spazio che sfida l’architettura per farsi paesaggio. Siete alla fine del Settecento, nella Sala Boschereccia. Dopo il grigio dell’inverno bolognese, qui dentro è già cominciata la primavera.
La sala non si offre subito come pittura: prima si percepisce come clima. Il tepore del primo sole, misto alla frescura di un’immaginaria brezza, sembra salire dalle pareti. La parete stessa non è più parete, ma una trama di verzura ritmata fatta di siepi, griglie e varchi: il verde si organizza come un sistema di soglie.
Attraverso le maglie larghe della vegetazione lo sguardo viene guidato verso un altrove più distante, dove il bosco si dirada e lascia intravedere specchi d’acqua e fontane. La pittura a tempera, stesa con rapidità e precisione, mantiene una leggerezza quasi grafica.
È un giardino che non esiste, e che proprio per questo può durare.
Osservate la volta: una galleria vegetale sospesa sembra aprirsi verso una luce che filtra e vibra sul giardino dipinto. Al centro della scena, appena oltre la griglia aerea, si librano Zefiro e Flora: il vento tiepido dell’ovest e la stagione dei fiori, insieme per celebrare la rinascita della natura e ricordarci che siamo in un luogo di metamorfosi.
Attorno, sulla balaustra, i putti giocosi soffiano bolle di sapone. È un gesto minimo, infantile, e tuttavia carico di memoria culturale, in quanto immagine della fragilità delle cose umane. In questa stanza, che sull’illusione è costruita interamente, il motivo acquista un’ulteriore valenza: come le bolle dei putti, in fondo anche il giardino che ci circonda vive soltanto nello spazio fragile dello sguardo.
Così, preso tra l’effimero e l’eterno, l’occhio finisce per gravitare verso la figura che si erge al centro della sala. È l’Apollino, piccola e delicata opera giovanile di Antonio Canova, eseguita sul finire del Settecento, come la decorazione della sala stessa, ma che qui arrivò al termine di una storia avventurosa. Creduta perduta per quasi mezzo secolo, dopo essere stata a lungo conservata nella casa parigina del collezionista Giovanni Battista Sommariva, venne riconosciuta e recuperata sul mercato antiquario dall’allievo di Canova Cincinnato Baruzzi, che la portò nella sua villa bolognese.
Da lì, infine, l’opera giunse alle raccolte civiche, entrando a far parte del patrimonio del Comune di Bologna e trovando in questa Boschereccia il suo luogo più naturale.
Nulla infatti potrebbe accordarsi meglio con la dimensione contemplativa della stanza. Qui Apollo, dio della luce, dell’armonia e delle arti, non si presenta nella sua maestà solare, ma nella grazia di un adolescente. Accanto, si avvolge attorno a un tronco il drago Pitone ridotto a un serpentello. La sua bellezza idealizzata sembra fondersi con quella dell’eterna primavera che lo circonda.
L’architettura si assottiglia fino a diventare un sipario e la città, severa e laterizia, lascia improvvisamente filtrare una natura immaginata. Le pareti della sala si trasformano in aperture verso il paesaggio: un macero immerso in una natura quieta e rigogliosa, un lago che si distende fino a sfiorare campi e colline lontane, due fontane zampillanti, inserite entro piccole quinte di vegetazione dipinta.
L’acqua, disciplinata dall’intervento umano, ma anche evocata nella sua dimensione più spontanea e naturale, costituiva infatti una presenza fondamentale nel paesaggio bolognese, sia urbano - attraversato da canali e piccoli rivi - sia rurale, dove torrenti, fossi e stagni scandivano la campagna e ne garantivano la fertilità. Anche le finestre, un tempo affacciate sull’Orto botanico, contribuivano originariamente a questo sottile dialogo tra realtà e rappresentazione.
Il teatro silenzioso della natura in cui ci troviamo è espressione della maestria scenografica di Vincenzo Martinelli, che con Giuseppe Valiani, qui autore delle figure, decora questo spazio nel 1797. Come accadeva da secoli nella tradizione bolognese della pittura di quadratura, nata per dilatare illusionisticamente lo spazio dei saloni e innalzare con la pittura le loro architetture, anche qui il lavoro viene diviso tra più mani.
Quando Martinelli viene incaricato dell’ideazione dell’insieme di questa sala, è all’apice della carriera e del prestigio. Si è infatti affermato proprio come maestro del paesaggio di fantasia, che realizza tanto in tele di piccolo formato quanto in grandi composizioni destinate a occupare intere pareti.
La sua esperienza non si limita alla pittura da cavalletto: ha lavorato a lungo anche per il teatro, dipingendo scenografie che gli hanno permesso di affinare gli artifici prospettici capaci di trasformare radicalmente la percezione dello spazio. Questa competenza emerge con particolare eleganza in questa sala, dove riesce a dare unità visiva a un ambiente tutt’altro che regolare, condizionato dalla posizione delle aperture e dalla diversa ampiezza delle pareti.
Grazie alla pittura, lo spazio reale viene ricomposto in un giardino armonioso e continuo, dove le discontinuità architettoniche si dissolvono nella trama leggera della vegetazione dipinta.
La sua è una sensibilità narrativa che supera la pura decorazione: gli alberi diventano quinte teatrali, la luce si dispone come in un fondale scenico, e lo spettatore viene invitato a muoversi con lo sguardo lungo percorsi visivi costruiti con precisione.
È un equilibrio sottile tra finzione e consapevolezza dello spazio, che rivela la maturità tecnica degli artisti formatisi tra bottega e palcoscenico, protagonisti di questa stagione della pittura in cui Bologna, grazie alla sua tradizione, diventa un laboratorio privilegiato.
Non a caso: la stanza boschereccia è, in fondo, una scenografia permanente destinata alla vita quotidiana.
Nel lessico del Settecento il termine deliziosa indicava una stanza piacevolmente ornata, pensata per il piacere della sosta e per momenti di svago e di conversazione. Le boscherecce bolognesi appartengono proprio a questa categoria di ambienti. La loro funzione, infatti, andava ben oltre la semplice decorazione.
Erano luoghi destinati alla vita sociale più raccolta: una sorta di giardino interno dove conversare, riposare o consumare un leggero rinfresco, dove il giardino dipinto offriva agli ospiti l’illusione di una pausa all’aperto.
Questo bisogno di natura si inserisce in una trasformazione culturale più ampia che attraversa tutta l’Europa alla fine del Settecento. È una nuova sensibilità verso il giardino naturale, alimentata anche in Italia dalla diffusione delle idee sul pittoresco e dal modello del giardino all’inglese.
Il desiderio di trasformare una stanza della propria residenza in una sorta di giardino d’inverno, un luogo dove sostare come in un bosco domestico, si manifesta inizialmente nei palazzi bolognesi col progressivo ampliarsi delle tempere a paesaggio incorniciate da stucchi.
E già negli anni Settanta, una delle prime realizzazioni note di boschereccia orna la sala da ballo della residenza del conte Albergati a Zola Predosa, dove Prospero Pesci, insieme al figlio Gaetano e al figurista Valiani, trasforma l’ambiente in un giardino dipinto, inaugurando un linguaggio destinato a conoscere ampia fortuna.
Vi cito alcuni altri esempi illustri. Vincenzo Martinelli, un anno dopo l’intervento nella sala di Palazzo Comunale, torna sul tema nella Sala del Convivio di Palazzo Aldini (oggi sede del Museo della Musica). Se andrete a visitare il museo, sarete accolti nella prima sala da una delicata successione di quinte vegetali che incorniciano le figure mitologiche dipinte da Pelagio Palagi, e un ambiente ricco di citazioni colte, dove l’architettura sembra dissolversi.
Dopo Martinelli, sarà il suo allievo più promettente, Rodolfo Fantuzzi, a raccoglierne l’eredità, realizzando nel 1810 la celebre boschereccia di Palazzo Hercolani. La sala, a pianta ovale, funge quasi da anticamera al giardino vero e proprio, instaurando una sofisticata continuità tra lo spazio dipinto e quello reale. Le pareti smussate agli angoli amplificano l’effetto avvolgente della decorazione, creando un ambiente immersivo che cattura lo spettatore in un incanto vegetale senza soluzione di continuità.
Avete visto? Basta sapere dove guardare. Poi, camminando per Bologna, saprete che da qualche parte vi aspetta sempre un altro di questi giardini silenziosi. Luoghi dove fermarsi un momento e dove la primavera, in qualche modo, è sempre già arrivata.