Darwin in Italia: la Scienza a confronto con Politica e Filosofia

di Alberto Bernacchi

4 Novembre 1859, un terremoto scuote profondamente le fondamenta delle scienze naturalistiche. Al di là del Canale della Manica, la già rinomata casa editrice John Murray accetta di pubblicare un volume di natura estremamente controversa. Dopo 23 anni da quando riuscì finalmente a baciare la terra natia, dopo un intero lustro passato in preda al mal di mare a bordo dell’HMS Beagle, Charles Robert Darwin pubblica la prima edizione del suo magnum opus.


Più di due decenni trascorsi a condurre esperimenti e a riflettere sulle osservazioni compiute nel suo peregrinaggio intorno al mondo. Il rigore scientifico e la meticolosità con cui aveva raccolto dati e reperti erano stati talmente ossessivi da riflettersi anche nella sua routine, fatta di frequenti passeggiate nel parco della sua tenuta. Si racconta che, meditabondo com’era, si fosse anche inventato un semplice trucco per non perdere conto dei giri che aveva compiuto intorno al parco: avendo raccolto un certo numero di sassi, ne spostava uno da una parte all’altra del sentiero per ogni giro.

Unica pecca nel suo metodo era stata il non considerare la presenza dei figli, che si divertivano a spostare i sassi di nascosto mandandolo in confusione e fornendogli un raro momento di ilarità in una vita dedicata allo studio e alla ricerca.


Ma l’attesa venne ripagata: le prime 1250 copie di On the Origin of Species by Means of Natural Selection, or the Preservation of Favoured Races in the Struggle for Life verranno esaurite il giorno stesso della loro pubblicazione e l’opera cambierà completamente la concezione della natura come entità perfetta. Come se non bastasse, l’autore termina quello che lui stesso definisce un riassunto del suo pensiero (un termine molto ironico considerando che si tratta di 502 pagine!) con una frase lapidaria: Luce si farà sull’origine dell’uomo e la sua storia. Darwin era convinto che le leggi dell’evoluzione, condivise con l’amico di penna Alfred R. Wallace, si dovessero applicare anche all’uomo: un tema che aveva solo accennato e che svilupperà solo successivamente, concludendo che una delle poche differenze tra esseri umani e animali fosse la nostra capacità di unire una vasta gamma di suoni ad una ancor più vasta di idee.




Queste nuove idee si diffusero a macchia d’olio nel Regno Unito, trovando sostenitori in coloro che si affidavano alla corrente filosofica del Positivismo e altrettanti detrattori tra conservatori e tradizionalisti. L’editore stesso, John Murray III, pubblicò nella sua rivista Quarterly Review la critica dell’arcivescovo Samuel Wilberforce, già fiero antagonista delle nascenti teorie sul trasformismo delle specie.

Il tutto sfociò nel famoso dibattito sull’evoluzione tenutosi ad Oxford nel 1860 dove Wilberforce si scontrò contro il sostenitore più agguerrito di Darwin, Thomas H. Huxley (soprannominato il bulldog di Darwin), affiancato da Joseph D. Hooker.


A fine giornata, tra accuse di non aver nemmeno aperto il libro e battute su presunte ascendenze scimmiesche, ciascun arringatore pensava di aver vinto e di essere diventato l’eroe di tutta Oxford.

Ma la verità era che il dibattito era tutt’altro che sedato, e anzi, questi pensieri innovativi avevano ormai raggiunto il continente e, quattro anni dopo, approdano anche nella nostra penisola.



Nel neonato Regno d’Italia, desideroso di costruire una nuova identità nazionale e di allontanarsi una volta per tutte dal conservatorismo ecclesiastico, si andava diffondendo il Positivismo, dottrina filosofica che pone la scienza come unico fondamento della realtà conoscibile. In questo contesto, la teoria della Selezione Naturale proposta da Darwin forniva ai pensatori laici un nuovo asso nella manica per sfidare l’autorità religiosa ed il pensiero metafisico.


È nel 1864 che due professori universitari di Modena, Leonardo Salimbeni, futuro senatore del Regno, e Giovanni Canestrini, intransigente rappresentante della cultura positivistica e attivo nella polemica contrapposizione tra scienza e fede, pubblicano la prima traduzione italiana di On the Origin of Species. Trentino di origine, Canestrini sarà anche un fervido irredentista e vedrà nell’amministrazione Austriaca del Tirolo l’incarnazione dell’assoggettamento di un governo al clericalismo.

Per capire quanto ci si volesse discostare dal pensiero che l’uomo e il mondo fossero dominati da un’entità metafisica e chiudere i rapporti col dogmatismo religioso, è interessante anche vedere come gli autori abbiano deciso di intitolare la prima traduzione italiana dell’opera darwiniana: Sull’origine della specie per elezione naturale.

La scelta di elezione non è infatti casuale, ma vuol evitare che un lettore disattento cada nella tentazione di ritenere che l’evoluzione agisca per mezzo di un agente attivo e cosciente (un essere divino) che selezioni a suo piacimento chi sopravvive e chi soccombe.



Così le nuove teorie scientifiche cominciano a fermentare e le ultime parole del naturalista inglese suonano più lapidarie che mai: a Torino, capitale del novello Regno, si tiene la celebre lezione di Filippo De Filippi, intitolata L’uomo e le scimmie. Seppur con tutti i limiti di una scienza che all’epoca era ancora in fasce, la biologia, l’intento di De Filippi è chiaro: far scendere l’uomo dal piedistallo di creatura eletta da Dio.

Insomma, porlo coi piedi per terra… o meglio su di un albero, quello che poi verrà chiamato filogenetico, accanto alle sue cugine scimmie antropomorfe.


Eppure, De Filippi ancora non riesce a distaccarsi completamente dalla visione teleologica che si aveva (e forse molti hanno ancora) dell’uomo:



L’uomo solo è chiamato a vivicare questo capitale (quello delle risorse naturali), a restituirlo fruttifero per le mille e mille bocche delle sue risuonanti officine, nel grande emporio dell’atmosfera. Lo stemma del regno umano abbia adunque la doppia corona dell’ordine morale e dell’ordine teleologico.


Questa chiosa squisitamente positivista mostra come il pensiero scientifico dell’epoca fosse mirato al progresso tecnico e, attraverso la scienza e il lavoro, imponesse all’uomo il dovere di trasformare e migliorare la natura per realizzare il benessere e l’ordine sociale.



Al contrario del Darwinismo puro che accetta la continuità biologica dell’uomo con le scimmie, il Positivismo italiano vuole enfatizzare la posizione moralmente superiore dell’essere umano, che lo spinge a perfezionare il mondo attraverso la scienza.

Questo argomento scalda gli animi della controparte cattolica e conservatrice, che criticherà le parole di De Filippi e di altri scienziati che trattarono questa parentesi del lavoro di Darwin.


Tra questi possiamo citare Raffaello Lambruschini, abate, pedagogista e già senatore del Regno; Niccolò Tommaseo e, l’unico che venne trattato con un certo rispetto dai darwinisti per il suo approccio puramente scientifico, Giuseppe Bianconi.



Ci fu però anche chi cercò di arrivare ad una conciliazione tra creazionismo ed evoluzionismo darwiniano, anche più tardi, a fine secolo: è il caso di Antonio Fogazzaro, che venne per questo aspramente criticato dalla Chiesa.

Dopo il pionieristico lavoro di Canestrini e Salimbeni, al darwinismo ortodosso iniziarono ad affiancarsi teorie eterodosse, che più che di scientifico avevano un sentore filosofico e politico. Ed è chiaro che nel tentativo di applicare le teorie darwiniane all’uomo, in un’epoca storica in cui si doveva in qualche modo giustificare il colonialismo europeo, siano nati anche pensieri come quello di Paolo Mantegazza, che contribuirono a diffondere l’idea dell’uomo europeo come vertice indiscusso dell’evoluzione.


È dunque fondamentale ricordare le parole del padre dell’evoluzione e interpretarle nella loro semplicità: l’evoluzione ruota attorno al concetto di survival of the fittest(1), sopravvivenza del più adatto. E per adatto non si intende il più forte, il più moralmente giusto, il più pio o il più intelligente, ma l’essere vivente che possiede innatamente delle caratteristiche ereditabili dalla prole che lo rendono più idoneo a sopravvivere e riprodursi in un determinato ambiente.



(1) Il termine fu coniato da Spencer e adottato da Darwin in edizioni successive della sua opera, pensando che riassumesse in maniera estremamente raffinata le sue osservazioni.

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