In fondo basta poco per fare una rosa, come illustra questo verso di Emily Dickinson. Eppure non è un fiore semplice e la storia della sua evoluzione fino ai nostri giardini è complessa quanto quella dell’umanità. Non solo. Con la rosa si va ben oltre il mondo botanico: come non pensare, infatti, a tutti i legami di questo fiore con le arti, la letteratura, le tradizioni popolari, le mode nell’abbigliamento, nell'arredamento e nella cosmetica? In queste pagine ci soffermeremo brevemente sulla trasformazione di questo fiore molto semplice all’origine in quel capolavoro che tutti conosciamo. È una storia davvero affascinante.
La sua origine affonda nella notte dei tempi. Diffusa in tutto l’emisfero boreale, la rosa attraversa tutte le civiltà del passato, dai Persiani agli Assiri, dagli Egizi ai Greci e ai Romani. Fino al Rinascimento, la rosa è apprezzata soprattutto per l’uso che se ne fa in cucina, nella medicina, nella preparazione di profumi in cui domina la rosa di Provins, una località vicino a Parigi il cui terreno è particolarmente adatto a questa coltivazione. La storia vera e propria di questo fiore inizia nel 1779, anno in cui l’imperatrice Giuseppina, moglie di Napoleone, acquista la proprietà della Malmaison, e raggiunge il massimo splendore nell’Ottocento.

Probabilmente si tratta di una leggenda poiché dai cataloghi dell’epoca si deduce che alla Malmaison ci fossero ben 107 rose galliche e soltanto 22 cultivar di Rosa chinensis.
Ad ogni modo, la passione di Giuseppina genera una vera e propria moda: tutti gli aristocratici aspirano ad avere una collezione di rose nel proprio giardino. Nasce di conseguenza un mercato e i numerosi vivaisti si avvalgono di un nuovo tipo di professionista, l’ibridatore, il cui lavoro consiste nell’intervenire sugli organi sessuali presenti sullo stesso fiore in modo da guidare il processo riproduttivo naturale con lo scopo di creare nuovi individui.
Dall’incrocio fra due rose nascono individui diversi rispetto ai genitori poiché ereditano il 50% del patrimonio di ognuno di loro. Di solito dalla madre derivano la forma del fiore e il profumo, dal padre il colore, la vigoria e la resistenza del fogliame.
Tutte le varietà attuali discendono da specie spontanee: la Rosa canina che s’incontra ancora oggi negli incolti e la Rosa gallica, coltivata da millenni per le sue proprietà officinali e nutritive. Da un probabile incrocio spontaneo fra queste due sarebbe nata la Rosa alba.
Con l’intensificarsi dei viaggi nel XVIII secolo, giungono in Europa numerose novità botaniche fra cui altre varietà di rose. Alcune di loro sono state introdotte molto prima, come la Rosa damascena che pare sia giunta a noi con le crociate o forse addirittura all’epoca romana. Nella seconda metà del XVI secolo, i vivaisti olandesi ottengono la Rosa centifolia dall’incrocio tra la damascena e l’alba, ma è solo dalla fine del Settecento che si affina la tecnica dell’ibridazione e, soprattutto, si prende coscienza che le nuove cultivar possono diventare fonte di grandi profitti, poiché attraggono un pubblico crescente di collezionisti.


L’arrivo delle rose orientali provoca una vera e propria rivoluzione. Le rose cinesi e le rose Tè, che hanno il pregio della rifiorenza per tutta la bella stagione, sono accolte con entusiasmo. Le prime quattro cinesi arrivano in Europa fra il 1792 e il 1824.
Non conosciamo con esattezza i luoghi di provenienza né le date di arrivo. Tuttavia abbiamo una certezza: ibridate con le nostre, sono le capostipiti di molte delle rose attuali. Fra queste prime quattro, una sopravvive ancora ed è diffusissima ovunque. Chiamata dai cinesi Color rosa di tutti i mesi, arriva in Inghilterra nel 1793.

Porta fiori rosa-argentati con lievi venature cremisi piacevolmente profumati, ma soprattutto non smette di fiorire dalla primavera fino ai primi freddi. Battezzata inizialmente Parson’s Pink China, la conosciamo oggi come Old Blush. Anche l’intera classe di rose Portland sembra derivare dalle cinesi ibridate con gallica e damascena: opera di ibridatori inglesi e dedicata alla duchessa di Portland, rappresenta uno dei primi tentativi di creare una rosa rifiorente.
La rosa Bourbon arriva in Francia nel 1817 in provenienza dall’isola della Réunion (che allora si chiamava Île de Bourbon). Ibrida essa stessa, coniuga il meglio delle rose europee e di quelle orientali, e diventa subito molto popolare durante tutto l’Ottocento soprattutto per il profumo e per il colore rosa brillante che è stato all’origine, nelle successive ibridazioni, del colore rosso di molte rose moderne. Delle 428 varietà create lungo tutto il secolo, una cinquantina è tuttora in coltivazione, fra cui le più conosciute sono Bourbon Queen (1834), Boule de Neige (1867) e Commandant Beaurepaire (1874).



Le rose Tè, introdotte in Europa nel primo ventennio dell’Ottocento, devono probabilmente il loro nome al delicato profumo emanato dalle foglie, scomparso poi con le ibridazioni. A colpire favorevolmente vivaisti e pubblico sono alcuni caratteri specifici come la rifiorenza, l’eleganza dei boccioli e dei fiori, la delicatezza dei colori e l’adattabilità al clima un po’ più caldo dell’Europa del Sud.
Il primo ibrido, La France, è creato nel 1867 da uno dei più grandi ibridatori del XIX secolo, Guillot figlio, il cui padre aveva impiantato il proprio vivaio a Lione, dando così inizio alla grande tradizione della rosicoltura lionese che finirà per oscurare la fama della regione parigina.
Questa rosa, di un bel colore rosa carico, segna una svolta poiché è considerata la capostipite delle rose moderne.

Il suo successo coincide con la crescente richiesta di fiori recisi e questa rosa, insieme a tutti gli ibridi di rose Tè introdotte nella seconda metà del secolo, possiede alcune caratteristiche indispensabili per il mercato: portamento eretto, fiore individuale e di grande dimensione, e, con il tempo e le ibridazioni successive, una gamma di colori quasi completa. Tanti sono ancora oggi gli ibridi di Tè coltivati e l’elenco sarebbe lungo, tanto più che le ibridazioni continuano tutt’oggi (come non ricordare, fra le tante, la magnifica Chopin del 1980?). Ne cito soltanto una che spicca per il colore rosa salmone ramato, la Général Schablikine (1878).
Fra le rose arrivate da lontano, non bisogna dimenticare le Noisette, la cui storia, dopo tutti questi arrivi dall’estremo Oriente, può sembrarci singolare poiché giunge dall’America e ha un nome francese. All’inizio dell’Ottocento, il francese Philippe Noisette si trasferisce a Charleston, nella Carolina del Sud con l’incarico di sovrintendente dell’Orto Botanico della città. In ottimi rapporti con il suo vicino, il coltivatore di riso Mr. Champney, gli regala una piantina di Old Blush.

Qualche anno dopo, il vicino contraccambia con una Champney’s Pink Cluster, un ibrido nato dall’incrocio fra Old Blush e una moschata.
All’esperto botanico qual è Philippe non può sfuggire che questa rosa ha caratteristiche innovative ben definite. Ne invia alcune piantine al fratello Louis che possiede un vivaio nella regione parigina e che le immette sul mercato con il nome di famiglia.

Il successo di questa rosa nella seconda metà dell’Ottocento è impressionante, poiché, oltre alla grazia e alla bellezza della sua fioritura, introduce un elemento nuovo: il portamento rampicante. Inoltre, l’ibridazione con le Tè porta a una maggiore gamma cromatica.
Le Noisette invadono i mercati e sono tuttora apprezzate, fra cui la classica Blush Noisette (1814), Céline Forestier (1842), Mme Alfred Carrière (1875), La Belle Vichyssoise (1895)...
Se si va a cercare il nome degli ibridatori delle rose finora citate, ci si accorge che sono prevalentemente francesi. Nell’Ottocento, infatti, ad eccezione di pochi nomi inglesi, olandesi, tedeschi, sono soprattutto loro a dominare la scena internazionale. Nel 1815 dalla Francia provengono circa 2000 varietà, cifra più che raddoppiata in soli dieci anni. Uno dei più illustri è Jean-Pierre Vibert (1777-1866), il quale acquista l’intero vivaio di Jacques-Louis Descemet, fornitore di Giuseppina, costretto a lasciare la Francia per motivi politici.
Descemet ha avuto il pregio unico di tenere un accurato registro dei suoi incroci che passa a Vibert insieme a preziosi appunti sulla tecnica dell’ibridazione. Ciò farà di Vibert uno dei più grandi ibridatori della storia.

Delle oltre seicento varietà da lui create, oggi rimangono: Duchesse de Berry (1818), Duchesse d’Angoulême (1821), Aimée Vibert (1828), Yolande d’Aragon (1843), Blanc de Vibert (1847).
E naturalmente restano i suoi numerosi scritti tuttora consultabili online, e la famosa frase riassuntiva della sua vita: In verità non ho amato che Napoleone e le rose.
Ci vorrebbero pagine per citare il nome dei numerosi altri ibridatori e per raccontarne il lavoro che sopravvive fino ai giorni nostri come alcuni dei vivai nati all’epoca.
Ci limiteremo a dire che Lione diventa la nuova capitale della rosicoltura e, nel 1859, viene inaugurato il primo roseto pubblico nel parco della Tête d’Or. Poi, sul finire del secolo e per tutto quello successivo, lo scettro passa ad altri paesi fra cui l’Inghilterra che oggi domina il mercato.
E in Italia?
Non si hanno notizie di rose italiane conosciute in tutta Europa, sebbene una rosa rifiorente sia citata da Montaigne (XVI secolo) nella sua relazione di viaggio in Italia. Culla dei primi esperimenti di ibridazione, nella prima metà dell’Ottocento, è la Brianza, luogo in cui le famiglie milanesi facoltose costruivano le loro residenze di campagna, creandovi attorno i cosiddetti giardini di delizia.
Spiccano i nomi di alcuni giardinieri come Villoresi del giardino reale di Monza, creatore della Bella di Monza (1818) e Casoretti, creatore di alcuni ibridi molto in auge nell’Ottocento nei giardini europei e ora del tutto scomparsi. In Italia prevale per lungo tempo l’assenza di un solido mercato di rose, fatto spesso attribuito al mancato sviluppo di una solida borghesia.
È interessante tuttavia notare lo sviluppo della floricoltura ligure, determinata dalle richieste del mercato estero del fiore reciso, il cui crescente successo è dovuto alla creazione di alcune infrastrutture come l’apertura della Galleria del San Gottardo (1882).

Il primo grande vivaista che offre in catalogo varietà da lui stesso ottenute è Bonfiglioli, che si avvale dell’ibridatore Massimiliano Lodi. La ditta Bonfiglioli, fondata nel 1883, ha il suo quartier generale in via Galliera 56 a Bologna e i vivai fuori Porta San Vitale.
Ad essa dobbiamo la commercializzazione di alcune fra le rose più belle: Variegata di Bologna (1909), Ricordo di Giosuè Carducci (1910), Garisenda (1910), Clementina Carbonieri (1913).
Un’ultima curiosità: come si sceglie il nome di una rosa? Parrebbe una questione secondaria, invece il nome ne determina il successo commerciale poiché un nome troppo lungo o difficile da pronunciare non viene considerato attraente dai clienti e fa scomparire la rosa dal mercato. Spesso nasce dalla fantasia dei vivaisti.
All’inizio dell’Ottocento dominano nomi dalle suggestioni evocative come Belle sans Flatterie (Bella senza moine) o Cuisse de Nymphe Émue (Coscia di Ninfa turbata), oppure tratti dalla mitologia come Leda. Poi appaiono nomi di personaggi famosi: re, regine, principi e principesse, duchesse e generali, oppure di signore e signorine di famiglie molto in vista. Oggi si tende ad attribuire il nome di scienziati (Levi Montalcini), di personaggi del cinema (Audrey Hepburn), della musica (Enrico Caruso)…
Ciò che avete letto finora è la parte essenziale di questa bella storia. Mancano molti nomi di ibridatori, di alcune varietà di rose, il racconto del lungo percorso per arrivare alla rosa gialla, quello ancora in corso per la rosa blu. Che queste poche pagine siano di stimolo per un approfondimento o che il viaggio si chiuda qua, è certo che, come dice lo scrittore Christian Bobin, un petalo di rosa è abbastanza solido da impedire a qualcuno di rotolare nel nulla.