Ottocento, secolo di fiori e grandi passioni botaniche

di Valentina Martoni

L’Ottocento è il secolo in cui la passione per i fiori, e più in generale per le novità botaniche, inizia a dilagare e a coinvolgere un numero sempre crescente di persone dedite ai loro giardini, grandi o piccoli, anche grazie al diffondersi di numerose pubblicazioni specializzate e illustrate. Una passione che pervade ogni arte, dalla letteratura, alla pittura, alla moda.

Nella società europea, il giardino privato, che si trattasse di una villa suburbana o di un palazzo cittadino, ha sempre rappresentato la via privilegiata per mostrare la ricchezza, l’influenza e soprattutto la raffinata cultura dei padroni di casa. Più ancora che nelle rappresentazioni allegoriche e apoteosi familiari dei saloni affrescati, nel giardino si poteva esprimere simbolicamente la personale visione della bellezza, dell’ozio e del senso della vita, in continua dialettica con una natura che, con il suo continuo ciclo di morte e rinascita, ben incarnava il filosofico dilemma con cui tutti gli esseri viventi hanno da sempre dovuto fare i conti.


Non è tuttavia da dimenticare l’aspetto più concreto dell’utilità delle piante, sempre tenuto in gran conto in tutti periodi storici dell’orticoltura. Ampie parti del giardino erano dedicate alla coltivazione delle erbe officinali e nei grandi parchi si potevano spesso trovare alberi da frutto come meli, peri e agrumi. La coltivazione degli agrumi, per esempio, era così remunerativa che, laddove le condizioni invernali erano troppo rigide, si predisponevano serre temporanee costruite e smantellate ogni anno intorno alle piante stesse. Il tutto ovviamente con estrema attenzione alla composizione e alla bellezza.


Che si trattasse di filosofia o di aspetti più terreni, il giardino e i grandi parchi privati hanno sempre rappresentato i valori personali delle famiglie che li possedevano e, più in generale, della società del tempo. Dai giardini rinascimentali, geometrici, immutabili e ben separati dalla natura selvatica che li circondava, ai grandi parchi barocchi che, per meglio esprimere la propria grandiosità, fingevano di estendersi all’infinito, sfumando i loro confini verso il paesaggio rurale.

Nell’Ottocento, secolo che ha segnato grandi mutamenti nella società europea, i giardini paesaggistici all’inglese erano quelli che meglio rappresentavano questi nuovi valori. Essi si svelavano al visitatore poco per volta, in uno studiato susseguirsi di vedute e scorci pittoreschi. Creavano ad arte un paesaggio controllato in cui stabilire un rapporto privato con la natura e un dialogo in cui si era predisposti a lasciarsi stupire e accogliere per ritrovare sé stessi.

Tuttavia, già dalla metà del secolo, si ritrovava il gusto per un ordine più rigoroso, ben in linea con le preferenze della società borghese.

Non era un ritorno al parterre barocco o all’italiana, ma a una cornice naturale ben delineata, dove esprimere l’ideale di bellezza e perfezione e pure ricchezza, con il piacere di stupire attraverso l’uso di fiori, esotici e vistosi, e costose rarità botaniche.


Una passione per uomini colti e benestanti in collaborazione con esperti giardinieri e architetti, deputati a tradurre con materia viva le idee del proprio committente. Una passione che, nell’Ottocento soprattutto, coinvolgeva anche moltissime donne. Da sempre impegnate nella cura dell’orto officinale, diventarono ora vere appassionate nello studio, nella ricerca, nella scelta e composizione di interi parchi e giardini. Lo studio della botanica, infatti, era divenuto parte dell’educazione femminile, principalmente attraverso la pratica della riproduzione di piante all’acquerello e non a caso, nella seconda metà del secolo, la composizione dei giardini divenne intimamente legata alla pittura.

Dopo alcuni decenni in cui la moda aveva privilegiato i grandi alberi sempreverdi e una generale sobrietà, ecco una ritrovata passione per i fiori, al punto di dipingerli ovunque, appuntarli nelle acconciature, sui vestiti e sui décolleté. Per un secolo i fiori furono soggetto privilegiato nell’arte e nella decorazione, con il suo apice nel movimento Art Nouveau.



Famosissime giardiniere della seconda metà del secolo furono ad esempio Gertrude Jekyll, Vita Sackville-West, Edith Wharton, Ada Bootle-Wilbraham Caetani; donne coltissime, letterate, pittrici e profonde conoscitrici di botanica, provenienti dall’alta borghesia inglese o americana, che si dedicarono, per passione o professione, alla progettazione e alla cura di splendidi parchi. Anche grazie all’esperienza maturata nei loro giardini privati, svilupparono una concezione più morbida della composizione, ricca dei colori dei fiori e di quei piccoli particolari atti a rompere con grazia la rigidezza dell’ordine del mondo maschile.

Nasceva ad esempio, dagli studi di Miss Jekyll nel suo giardino a Munstead Wood e dalle sue pregresse esperienze di pittrice, la bordura fiorita, ottenuta con sapienti mescolanze di piante scelte per dimensione e colore.


Similmente, il gusto per il paesaggio costruito come un susseguirsi, nel tempo e nello spazio, di studiate composizioni pittoriche aveva il suo più alto esempio nel Giardino di Ninfa, vicino a Latina, progettato e curato dalla baronessa Ada Bootle-Wilbraham Caetani, anch’essa pittrice.

La moda in fatto di orticultura era senza alcun dubbio dettata dall’Inghilterra che, forte del suo vasto impero coloniale e delle numerose compagnie commerciali presenti in tutti i più remoti angoli del globo, poteva inondare il mercato vivaistico di nuove specie esotiche. Il grande successo che le novità botaniche riscuotevano tra le persone più agiate rese questo commercio particolarmente redditizio, tanto che figure straordinarie di botanici avventurieri venivano profumatamente pagate per esplorare territori sconosciuti in cerca di specie rare e possibilmente bellissime.

Cosa che, purtroppo, in più di un’occasione ha causato qualche disastro ecologico, con l’irrimediabile perdita di habitat incontaminati e delicatissimi.


Queste storie avventurose di come molte piante sconosciute in Europa entrarono per la prima volta nei giardini di un sempre più vasto numero di appassionati contrastavano certamente con l’effetto intimo e familiare che volevano ispirare.

I giardini privati erano infatti divenuti sempre più luoghi di verzura appartati, dove ammettere una ristretta cerchia di amici e conoscenti intimi. Si poteva condividere una passeggiata e ammirare studiati angoli pittoreschi dai colori sgargianti di incredibili fioriture, ma anche prendere un tè o un caffè, lontano dalla folla dei locali cittadini, in apposite strutture a padiglione o eleganti bersò adorni di rose rampicanti.


In questo periodo, come mai in precedenza, il giardino era un luogo in continuo mutamento: alberi, arbusti, perenni e bulbose, tutti caratterizzati da fiori straordinari ed effimeri che regalavano uno spettacolo eccezionale, ma della durata di pochi giorni. Un luogo da amare e conoscere intimamente, fatto di presenze solide e familiari, i grandi alberi; ma anche di una moltitudine di arbusti e piccole perenni, sapientemente coltivate persino tra le pietre dei muri per assicurare un susseguirsi di splendore lungo tutte le stagioni.

Tutte piante che, bellissime per forma e colore o desiderate per rarità e novità, furono per tutto il secolo ardentemente cercate, scambiate, curate e amate. Al risveglio della primavera, i giardini si vestivano delle meravigliose fioriture dei ciliegi giapponesi e delle magnolie soulangeane, con i loro fiori delicatamente tinti di rosa e di bianco. Accanto allo splendore delle camelie, coloravano prati e sottoboschi un tripudio di bulbose, tra cui tulipani, narcisi e muscari. Seguiva lo sbocciare dei glicini, rampicanti su murature o strutture a foggia di galleria o pergola e quello dei rododendri, dei lillà, delle peonie e degli iris.


A tarda primavera e inizio estate, ecco i mille colori delle rose, raccolte in enormi roseti o rampicanti, su alberi, murature o esili strutture in ferro, insieme al bianco delicato dei gelsomini e al giallo-verde dei fiori del Liriodendron tulipifera. E ancora interi parterre dai colori sgargianti di altee, digitali purpuree, cardi, lavande ed elicrisi.

In autunno le foglie variopinte di alberi e arbusti tingevano di giallo e rosso il giardino. Tra questi, erano molto amate le novità botaniche provenienti dall’America: i Taxodium distichum, che dalle sponde di laghi e specchi d’acqua si tingevano di rosso sangue, e le maclure pomifere, con i loro stravaganti grandi frutti gialli.

Non mancavano neppure in questo periodo le fioriture: erano quelle delle dalie, delle verbene bonariensis, degli aster e dei crisantemi che regalavano gli ultimi colori, fino alla morte apparente sotto una coltre di gelo. Apparente e breve, perché già a gennaio i sottoboschi si riempivano del bianco dei Galanthus nivalis e dei ciclamini invernali, mentre a febbraio ecco ricomparire i colori intensi degli arbusti di ginestre e cytisus e delle prime camelie.


Oggi tutte queste specie dai colori sgargianti, l’una accanto all’altra, forse ci sembrerebbero eccessive o troppo intense, esattamente come i vestiti da ballo in sete vivaci e ricchi di fiori e nastri non incontrerebbero più il nostro gusto. Ma l’intero Ottocento, fino al nuovo secolo, ha amato e celebrato la varietà e la mutevolezza della natura e le più diverse specie di fiori, riunite tutte insieme a danzare in un ordinato ed educato carré variopinto. Persino i piccoli giardini della nuova classe borghese, entusiasta e appassionata, ospitavano tutta la biodiversità del mondo, allora ancora così grande e inesplorato.


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