Se andate a Rovigo e chiedete in giro, forse qualcuno lo ricorda, anche per l’importanza che ebbe nei tempi andati la famiglia che ha dato alla città altre figure illustri.
Comunque di lui ho trovato parecchie citazioni in autori di storiografia garibaldina. Ne fanno menzione Jessie White Mario, che sposò un polesano come lui; Giuseppe Cesare Abba, nel libro Da Quarto al Volturno; Alexandre Dumas nelle Memorie di Garibaldi e altri.
Ma fin qui mi colloco nella schiera, che non è piccola, di coloro che hanno avuto avi fra i garibaldini; la mia innocente megalomania sarebbe soddisfatta e potrei andare in giro a raccontarlo; ma semplice così non è perché poi ho anche scoperto che questo personaggio mi disvela un’altra storia che fa parte più del mondo indiscreto e sentimentale del chiacchiericcio culturale di fine Ottocento: oggi si direbbe, con un termine che trovo pernicioso per la nostra lingua, gossip.
Ebbene il Piva ebbe una moglie, Carolina Cristofori, che la storia ci consegna come una delle amanti, la prediletta, di Giosuè Carducci, rievocata anche nella cronaca culturale recentissima.
Nelle ultime celebrazioni carducciane a Bologna, nelle conferenze e nella bella mostra svoltasi presso la Biblioteca dell’Archiginnasio fra il dicembre 2007 e il marzo 2008, Carducci e i miti della bellezza, la sua presenza ebbe un ruolo di primo piano.
Quindi, essendo questa una faccenda così intrigante e romantica, come potevo non mettermi sulle sue tracce, traendone poca soddisfazione però, se non dalle fonti di pubblico dominio.
Questa giovane donna, colta e interessante se non bellissima, fu la passione vera del poeta, protagonista di un cospicuo e burrascoso carteggio quasi quotidiano fra i due.
Lina - è con questo diminutivo che viene chiamata privatamente e nell’epistolario in via di pubblicazione - era invitata a frequentare gli ambienti culturali dell’epoca, e propriamente il salotto della Maffei.
Citata nelle biografie del grande letterato, fonte di ispirazione, fu la Lidia delle Odi Barbare, musa di Primavere elleniche, oltre che moglie fedifraga e amante appassionata. Ma era assai colta e parlava speditamente più lingue.
Il nome Lidia era per me bambino un nome familiare, perché era quello di una mia prozia, appunto di Rovigo, che ho molto frequentato.
Immagine nella pagina:
Tomba monumentale di G. Carducci
Con il patrocinio del Comune di Bologna