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Il diario delle violette. Piccolo racconto di fine Ottocento

di Pierpaolo Franzoni

05_violette01E’ l’unica cosa che rimane di Maria Luigia, della sua vita nascosta: un quadernetto di finta pelle, un poco screpolato ai bordi, con la scritta Diario circondata da stelle e lune d’argento.
Come tante altre cose, fotografie e lettere, lo conservo gelosamente, attento che le violette seccate fra le sue pagine non si sbriciolino per sempre.
E’ un diario di addii; sono le frasi, e a volte i disegni, che le ragazze come lei, Maria Luigia, rinchiuse alla fine dell’Ottocento nel Conservatorio per le Fanciulle del Baraccano, lasciavano sul diario dell’amica che rimaneva, a ricordo di sé. Disegni di fiori e tramonti, qualche poesia in lingua francese, o motti morali:

La belle femme plaît aux yeux, la bonne femme plaît au coeur. L'une c'est un bijou, l'autre c'est un trésor.
Frasi a volte semplici: Per sempre ricordati di me; a volte un po’ pompose: A imperitura memoria della tua sempre fedele amica…; a volte piene di nostalgia: Ricordati dei bei giorni passati insieme

Ma tanto belli quei giorni non dovevano essere stati; forse li si poteva ricordare così solo nel momento del distacco, quando si tornava nel mondo e, come spesso succede quando una situazione muta, ci si può permettere il lusso della nostalgia, dimenticando la solitudine e il dolore.
Quante lacrime devono aver visto quelle mura severe, quanti addii, quando le bambine entravano da quel portone, una specie di collegio severo per le fanciulle pericolanti, cioè per tutte coloro che per situazione familiare si trovavano nella necessità di essere ricoverate al sicuro fino all’età in cui avrebbero potuto, con un mestiere tra le mani e una dote modesta, rientrare nella società.
Era una istituzione benemerita il Conservatorio di S. Maria del Baraccano di Via S. Stefano, fondato nel 1528. La sua fondazione cadde nei tempi in cui si sanciva l’alleanza fra Papato e Impero, quando Bologna si prefigurava come città ideale, ed ebbe sempre una direzione mista, civile e religiosa, perché gli interessi in campo erano comuni.
Come da statuto, infatti, si prendeva cura di fanciulle povere o orfane, ma non miserevoli, bolognesi di nascita, che per la loro bellezza e la loro situazione erano più particolarmente esposte al rischio di perdere la verginità; dovevano essere sane e di carattere educabile, attributi che venivano vagliati da una iniziale e scrupolosa visita.
Il Conservatorio rappresentava quindi la povertà privilegiata.
Le famiglie che facevano domanda appartenevano ad un ceto di piccoli artigiani e piccola borghesia, ma non della fascia della servitù o mendicità, tanto che si chiedeva una assicurazione da un familiare, in mancanza del padre, che potesse riprendere la ragazza in caso di malattia o di cattiva condotta.
Si entrava solitamente fra i 10 e i 12 anni, per uscirne dopo un periodo di circa 7 anni di quasi reclusione volontaria, incentrata sulla istruzione che impegnava molte ore della giornata.
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