Il diario delle violette. Piccolo racconto di fine Ottocento

di Pierpaolo Franzoni

Lo scopo principale per le fanciulle era quello di costituirsi una dote, che non era commisurata alla loro personale attività, ma era standard. Si formavano così donne integre moralmente e di discreta istruzione (venivano non solo alfabetizzate ma usufruivano di un maestro della scrittura e del comporre, di aritmetica e geometria, in epoche in cui la scolarizzazione era un lusso), di capacità domestiche e artigianali, presupposto per un matrimonio adeguato o, in alternativa, per una monacazione.
Se nei secoli precedenti all’Ottocento i mercanti della seta e gli artigiani utilizzarono le ragazze del Conservatorio per la produzione di manufatti serici (veli, abiti, ecc.), dall’Ottocento in poi, con la fine di questa attività, la forza-lavoro delle convittrici venne dirottata sulla tessitura della canapa e della tela e sull’attività della produzione di fiori finti, di pizzi e di merletti secondo i canoni dell’Aemilia Ars, che applicava gli stili neo-medioevali e preraffaelliti nell’arte decorativa del Liberty.
Ma tra le fanciulle c’era una rigida divisione: le robuste contadine erano quelle destinate alla tessitura delle tele; ai pizzi invece erano indirizzate fanciulle che avevano una qualche apparenza e potevano essere destinate al servizio di gentildonne cittadine.
Maria Luigia era la zia di mio padre, sorella del mio nonno paterno. Le ziette le chiamavamo in famiglia, lei e la sorella Elisa, di qualche anno più piccola.
Due donnine antiche nei modi e nel vestire, con qualche parola francese nel discorrere: Volevo sposare ma mi sarei dovuta trasferire a Roma e non volevo lasciare ma soeur… diceva Elisa, morta quasi centenaria negli anni '80.
Parlava meno Luigia, più silenziosa ed assorta, lo sguardo spesso severo, i modi un po’ rigidi di chi è stato abituato alla disciplina. Ciarliera ed affettuosa Elisa, sempre pronta a raccontare e curiosa: Ho saputo – ci disse quando già vecchissima e rimasta sola dopo la morte di Luigia, era ricoverata in una casa di suore a Vedrana di Budrio – che a Bologna ci furono dei tumulti (era il 1977). Fu cosa grave?

E noi, per non angustiare e distorcere la sua visione del mondo ancora risorgimentale, a rassicurarla che sì, qualcosa era successo ma ora tutto era tranquillo.
Luigia morì negli anni '60, dopo una vita segnata da quei nove anni di permanenza al Conservatorio. Diceva Elisa di lei: Quegli anni al Conservatorio l’avevano cambiata. E’ sempre stata una ragazza triste.
Triste. Come la mattina in cui entrò al Conservatorio. Era il 13 luglio 1890. Luigia aveva nove anni e qualche mese. Prima di uscire dalla casa di Strada Maggiore aveva abbracciato a lungo la sorella e il padre e pianto nel lasciare i suoi amati canarini gialli. La decisione di metterla in collegio l’aveva presa il padre dopo la morte della moglie. Varcò quel portone pesante non sapendo bene cosa l’aspettasse e trovò un dormitorio freddo con due lunghe file di letti e lunghe, lunghissime ore alla poca luce del giorno e, quando le giornate erano corte, a quella dei lumi a petrolio passate tutte sui grandi lavori, sui lenzuoli, le tovaglie, gli asciugamani di lino e cotone, sulle belle federe dalle iniziali intrecciate sulle quali avrebbero posato il capo ricche signorine e promettenti giovanotti. Dal Conservatorio del Baraccano infatti uscivano i corredi per le giovani di buona famiglia della città, corredi che venivano ben pagati e il cui ricavato serviva in parte per il sostentamento delle convittrici.
Solo quando arrivava la primavera la vita all’improvviso sembrava meno dura: si apriva il vecchio portone che si affacciava sul giardino interno e c’era allora qualche ora per correre, saltare e giocare.
Luigia, abituata al calore della famiglia, all’intimità con la sorella, all’affetto del padre, che era cresciuto ancor di più dopo la morte della mamma, fu catapultata in un mondo ostile. Le suore erano severe, le compagne a volte dispettose.
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Ottobre-Dicembre 2006 (Numero 5)

Circolo Artistico Bologna. Ritratti degli artisti più noti

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